L’INTERVISTA A GINO FABIO – Dai lavori di Agorà Sud:  «La banca di prossimità deve saper ascoltare ciò che un algoritmo non vede»
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L’INTERVISTA A GINO FABIO – Dai lavori di Agorà Sud: «La banca di prossimità deve saper ascoltare ciò che un algoritmo non vede»

Il presidente della BCC della Valle del Fitalia – Longi racconta il valore di un modello bancario costruito sulla mutualità, sulla conoscenza delle persone e sul reinvestimento delle risorse nelle comunità.

Sullo sfondo, il tema del “diritto a restare” affrontato all’evento di avvio del progetto Agorà Sud e una convinzione: tecnologia e competenze sono indispensabili, ma da sole non bastano.

E nella storia personale di Fabio c’è anche la fotografia naturalistica, una passione diventata un altro modo di osservare, conoscere e raccontare la sua terra.

Ci sono istituzioni che possono essere comprese attraverso i bilanci, gli sportelli, gli impieghi e la raccolta, mentre per altre bisogna partire dalle persone, dai luoghi, dall’imprenditoria rurale che punteggia per esempio la Valle del Fitalia.

Per raccontare la BCC della Valle del Fitalia – Longi bisogna partire proprio da lì: dai piccoli paesi dei Nebrodi, dalle distanze, dallo spopolamento, dalle attività economiche familiari, dalle imprese che nascono lontano dai grandi centri e da comunità nelle quali una banca non è stata soltanto il luogo dove depositare il risparmio o chiedere un finanziamento.

Non a caso nel panel 5 dell’evento “Il Diritto a Restare in un Territorio che Cresce”, svoltosi lo scorso 12 Settembre al Marina di Capo d’Orlando e promosso da Quater, tra i testimonial c’era proprio chi rappresenta questa realtà che definire Banca è limitativo.

La storia dell’istituto comincia nel 1977, quando 73 soci fondatori diedero vita a Longi, un piccolo comune dei Nebrodi, alla Cassa Rurale ed Artigiana della Valle del Fitalia, le operazioni iniziarono nel gennaio dell’anno successivo. Da quella prima esperienza si è sviluppata progressivamente l’attuale Banca di Credito Cooperativo.  Dal 2004 la presidenza è affidata a Luigi Fabio, “detto Gino” confermato ancora una volta dall’assemblea dei soci nell’aprile del 2025. Oggi la BCC aderisce al Gruppo Bancario Cooperativo ICCREA e mantiene il proprio forte radicamento nel territorio attraverso una rete che, negli anni, si è estesa ben oltre i confini di Longi.

È proprio da questo percorso di crescita che il Presidente Fabio ha preso le mosse nel suo intervento all’evento di avvio del progetto Agorà Sud. Ospite del panel “Competenze, imprese e innovazione”, curato dalla giornalista Concita De Luca, ha dialogato insieme ad Agostino Di Maio, Pippo Lupò, Paolo Scollo e Giovanna Spatari.

Il tema era quello del diritto a restare. E poche realtà come una banca locale possono misurare concretamente cosa significhi questa espressione.

Perché restare non significa semplicemente non partire. Significa trovare un’impresa disposta ad assumere, poter trasformare un’idea in un’attività, ottenere credito, investire, costruire una casa, avere servizi. In altre parole, significa rendere economicamente possibile una scelta di vita.

Ed è qui che il concetto di banca di prossimità smette di essere uno slogan.

L’INTERVISTA

Presidente Fabio, durante Agorà Sud si è parlato molto di competenze e della necessità di creare le condizioni perché i giovani possano scegliere di restare. Che ruolo può avere una BCC in questa sfida?

«Noi rappresentiamo, in maniera molto diretta, una storia di successo di questo territorio. Siamo una banca di credito cooperativo nata per volontà di un gruppo di soci che quasi cinquant’anni fa decise di sperimentare sul territorio una voglia di riscatto.

E lo fece partendo da un territorio marginale. Basta pensare alla Valle del Fitalia e ai piccoli comuni che la caratterizzano. Sono luoghi che hanno sofferto non soltanto l’emigrazione verso il Nord per ragioni di studio e di lavoro, ma anche quella interna verso la costa.

La BCC nasce qui. Nasce come una risposta del territorio al territorio».

Una storia che lei riconduce anche alle radici etiche del credito cooperativo e alla Rerum Novarum.

«Certamente. Dietro il modello del credito cooperativo c’è una precisa visione della società. Noi siamo un’impresa bancaria, offriamo tutti i servizi di una banca, ma siamo contemporaneamente una cooperativa.

Questo cambia profondamente il nostro modo di essere.

Io stesso, come presidente, sono sottoposto periodicamente al giudizio dei soci. È una sorta di democrazia finanziaria. C’è la mutualità prevalente e soprattutto c’è un principio fondamentale: gli utili non vengono distribuiti come accadrebbe in una normale società di capitali, ma vanno a rafforzare il patrimonio della banca e quindi la sua capacità di sostenere il territorio».

Oggi però siete anche parte di un grande gruppo nazionale. Come si conciliano le due dimensioni?

«Essere parte del Gruppo Bancario Cooperativo ICCREA significa poter contare sulla forza e sui servizi di una grande realtà nazionale, mantenendo allo stesso tempo la nostra identità.

Ed è proprio questa combinazione ad essere importante: essere dentro una rete molto più grande senza perdere la capacità di conoscere il territorio nel quale operiamo».

La scelta di aderire al Gruppo Bancario Cooperativo ICCREA risale al 2017, nell’ambito della riforma del credito cooperativo; il nuovo sistema è poi divenuto operativo nel 2019.

E qui entra in gioco quella parola che lei ha utilizzato più volte: ascolto.

«Le competenze sono importantissime, ma rappresentano una condizione necessaria, non sufficiente.

Per fare questo mestiere bisogna avere qualcosa in più. Bisogna possedere valori e capacità di ascolto, perché noi affianchiamo famiglie e imprese nei loro bisogni.

Conoscere una persona, conoscere la storia di un’impresa, sapere come si muove una comunità permette di vedere elementi che una valutazione esclusivamente numerica rischia di non intercettare».

Durante il suo intervento ha fatto un riferimento particolarmente interessante all’intelligenza artificiale e agli algoritmi utilizzati nei processi decisionali.

«L’intelligenza artificiale, come qualsiasi grande innovazione tecnologica, crea un ordine nuovo. Anche nel credito può determinare una separazione sempre più netta: solvibile o non solvibile.

Ma la realtà non è sempre così semplice.

Tra il soggetto perfettamente solvibile e quello che non lo è esistono moltissime sfumature. Ci sono storie, progetti, capacità e potenzialità che l’algoritmo di turno può non intercettare.

Noi cerchiamo di stare proprio lì, in mezzo a quelle sfumature».

È questa, allora, la funzione contemporanea della banca di prossimità?

«Io credo che la presenza delle Banche di Credito Cooperativo serva proprio a mantenere una capacità di ascolto nei territori nei quali operano.

Salveremo il mondo? Non lo so. Ma quantomeno salveremo la nostra coscienza e il nostro modo di essere».

Il territorio osservato anche attraverso un obiettivo

C’è poi un altro Gino Fabio che, apparentemente, sembra lontano dal presidente di banca.

È quello che prende una macchina fotografica e va alla ricerca di un animale, di una luce, di un paesaggio dei Nebrodi.

In realtà la distanza è molto più piccola di quanto possa sembrare.

Fabio è anche fotografo naturalista e il suo rapporto con la fotografia è documentato da anni. Nel 2008 fu dietro l’obiettivo del calendario del Parco dei Nebrodi con Claudia Koll; successivamente ha svolto anche attività di divulgazione e docenza nell’ambito della fotografia naturalistica. Nel 2020 il Parco dei Nebrodi gli affidò la conduzione di un corso dedicato alle tecniche fotografiche, al paesaggio e all’etica della fotografia naturalistica.

Non è soltanto un hobby. È un’altra forma di prossimità.

Fotografare la natura — quasi mutuando la passione di Nino Russo, l’uomo che sognò di creare la Banca — significa imparare ad aspettare. Significa osservare prima di intervenire, conoscere un ambiente, comprenderne i ritmi e accorgersi di dettagli che a uno sguardo veloce sfuggirebbero.

Curiosamente, è quasi la stessa filosofia che Fabio rivendica parlando di banca.

Presidente, che cosa rappresenta per lei la fotografia?

«È una grande passione, ma soprattutto è un modo di vivere il territorio. La fotografia naturalistica ti obbliga a conoscerlo veramente. Devi frequentarlo, aspettare, osservare.

Quando fotografi un luogo non stai semplicemente cercando una bella immagine. Stai imparando a leggerlo».

Quindi c’è un legame tra il fotografo e il presidente della BCC?

«Il legame è il territorio. Sono due modi diversi di avvicinarsi alla stessa realtà.

La fotografia mi permette di raccontarne la bellezza, la banca deve contribuire a creare le condizioni perché quella stessa terra possa continuare ad essere vissuta.

Perché un territorio non può essere soltanto bello da fotografare. Deve anche essere un luogo nel quale sia possibile lavorare, investire, costruire una famiglia e immaginare il proprio futuro».

Ed è probabilmente questa l’immagine che meglio sintetizza il pensiero di Fabio.

Una banca nata in uno dei territori più interni dei Nebrodi e diventata progressivamente più strutturata, senza voler recidere il rapporto con il luogo dal quale è partita. Nel 2021, con il supporto di ICCREA, acquisì anche sportelli a Santo Stefano di Camastra, Sant’Agata di Militello e Capo d’Orlando, ampliando ulteriormente la propria presenza.

Dietro rimane un’idea antica ma tutt’altro che superata: il denaro raccolto in un territorio può diventare uno degli strumenti attraverso i quali quel territorio costruisce il proprio futuro.

Ed è qui che banca, fotografia e “diritto a restare” finiscono per incontrarsi.

Perché osservare un territorio significa anche assumersene una parte di responsabilità. E se attraverso l’obiettivo Gino Fabio prova a conservarne un’immagine, attraverso la BCC la sfida è decisamente più complessa: contribuire a fare in modo che dentro quel paesaggio continuino ad esserci persone, imprese, giovani e comunità capaci di immaginare il domani.

Anche in questo contesto troviamo una parola comune alla nascita del progetto Agorà Sud :  “ascolto”

MSM

23 Settembre 2026

Autore:

redazione


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