Alla Camera, l’assise voluta da Umberto Costi riunisce culture socialdemocratiche, liberali e riformiste. Dietro il convegno sugli Stati Uniti d’Europa, una domanda che riguarda anche il futuro della politica italiana.
di Vicky Amendolia
A volte la politica dice molto più attraverso una fotografia che attraverso cento comunicati. Quella scattata il 16 settembre nella Sala Matteotti della Camera dei Deputati merita dunque di essere osservata con qualche attenzione in più.
Il convegno, organizzato dalla Fondazione Giuseppe Saragat, era dedicato agli Stati Uniti d’Europa e alla scelta atlantica. Ma attorno a quel tavolo sedevano esponenti provenienti da storie e collocazioni differenti: socialdemocratici, liberali, socialisti, riformisti, europeisti, rappresentanti del centro moderato e della sinistra democratica. Giorgio Benvenuto, Pino Bicchielli, Piercamillo Falasca, Federico Fornaro, Luigi Marattin, Pina Picierno, Ettore Rosato, Valdo Spini, Stefania Craxi. Storie diverse, appartenenze diverse e, quando il confronto è arrivato ai fondamentali, distanze assai meno siderali di quanto la geografia parlamentare potrebbe far pensare.
Non era un caso.

A costruire quell’assise è stato Umberto Costi, presidente della Fondazione Giuseppe Saragat ma anche segretario nazionale di Socialdemocrazia SD. A moderarla Claudio Melchiorre, componente della Segreteria nazionale dello stesso partito. Un particolare rimasto quasi sullo sfondo nei resoconti giornalistici, ma tutt’altro che marginale se si vuole comprendere la geometria politica dell’incontro.
La Fondazione ha naturalmente una propria funzione culturale e non va confusa con un partito. Ma la scelta degli interlocutori operata dal suo presidente si inserisce anche in un percorso politico sul quale Socialdemocrazia SD lavora da tempo: mettere in comunicazione culture riformiste oggi disperse fra partiti, movimenti e schieramenti differenti e verificare se esista ancora un comune denominatore sul quale costruire qualcosa di più ambizioso della consueta alleanza elettorale.
Il 16 settembre una risposta, almeno sul primo punto, è arrivata.
Libertà individuale e giustizia sociale. Democrazia liberale e Stato di diritto. Europa politica e collocazione occidentale. Diritti, lavoro, impresa, solidarietà. E soprattutto l’idea che gli Stati Uniti d’Europa non appartengano alla soffitta delle nobili utopie novecentesche, ma siano tornati a essere una questione terribilmente concreta.
Perché nel frattempo il mondo è cambiato. Sono tornate le guerre, sono tornate le politiche di potenza, mutano gli equilibri economici e geopolitici e l’Europa continua troppo spesso a presentarsi sulla scena internazionale come una somma di Stati che possiedono moneta e mercato comuni, ma non ancora una politica estera e una capacità decisionale realmente comuni. È difficile pretendere di sedersi al tavolo dei giganti continuando a presentarsi con ventisette sedie.
È anche per questo che il richiamo a Saragat non ha avuto il sapore della commemorazione. Costi lo ha detto con una frase che sposta il discorso dalla memoria alla politica: «Il suo progetto non è concluso».
Una frase semplice, ma tutt’altro che rituale.
Saragat fu protagonista della scelta occidentale dell’Italia e dell’idea di un’Europa capace di superare i nazionalismi senza rinunciare alla propria identità democratica. Oggi Costi riparte proprio da lì: «Bisogna rilanciare il superamento dei limiti dell’attuale integrazione europea e affrontare le trasformazioni degli equilibri mondiali». E lega quella prospettiva a tre parole che appartengono pienamente alla tradizione socialdemocratica: libertà, giustizia sociale, solidarietà internazionale.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al presidente della Fondazione, ha ricordato l’antifascismo di Saragat, il suo contributo alla collocazione dell’Italia fra le democrazie occidentali, l’integrazione europea, i diritti fondamentali, la legalità internazionale e il multilateralismo. Non reliquie di un’altra epoca, dunque, ma questioni tornate prepotentemente contemporanee.
E gli interventi hanno fatto emergere un dato politicamente interessante: personalità appartenenti a formazioni differenti, chiamate a confrontarsi sui fondamentali, hanno mostrato quanto sia ampio il territorio culturale condiviso a dispetto della frammentazione della sua rappresentanza politica.
Luigi Marattin ha posto apertamente il problema dell’elettore che non si riconosce pienamente né nel centrodestra né nel centrosinistra, arrivando a evocare l’ipotesi di un terzo schieramento. Piercamillo Falasca ha ragionato sulla costruzione di un’offerta politica europeista. Pina Picierno ha ricondotto la lezione saragattiana alla necessità di tenere insieme libertà e giustizia sociale. Ettore Rosato ha richiamato la responsabilità di compiere scelte sulla collocazione internazionale dell’Italia e sulla casa comune europea guardando ai prossimi trent’anni, anziché al rendimento elettorale dei prossimi tre mesi.
Non significa che quelle posizioni siano sovrapponibili. Significa, più semplicemente, che non appartengono a universi politici incomunicabili.
Non sorprende allora che Melchiorre, durante i lavori, abbia potuto osservare come nella sala fosse presente «l’area socialdemocratica e liberale quasi al completo». Né che, commentando successivamente e al di fuori dell’incontro, abbia sintetizzato il senso politico che attribuisce a quel percorso con una frase ancora più netta, riferendosi a Socialdemocrazia SD: «Siamo la sinistra che non c’è».
Una definizione che merita di essere capita prima ancora che condivisa.
La tradizione socialdemocratica non nasce dall’ostilità all’impresa e quella liberale non implica indifferenza verso le disuguaglianze. Saragat appartiene precisamente alla storia di chi tentò di tenere insieme ciò che le ideologie contrapposte pretendevano di separare: libertà e giustizia sociale, sviluppo economico e tutela del lavoro, democrazia e progresso. Fu proprio sul rifiuto di sacrificare la libertà sull’altare di un socialismo autoritario che consumò alcune delle scelte più difficili della propria vicenda politica.

Costi torna sullo stesso punto quando afferma che «la socialdemocrazia richiede libertà individuale» e che, senza una democrazia reale, «la libertà è privilegio di pochi». È probabilmente qui, più ancora che nelle formule organizzative, che va cercato il significato politico del progetto: non mediare fra due estremi, ma ricostruire un pensiero autonomo.
Il punto, infatti, non è riesumare il centrismo. “Centro” rischia di diventare una definizione puramente geometrica: il posto nel quale ci si colloca quando non si vuole stare né di qua né di là. Ma una cultura politica non nasce dalla distanza che mantiene dagli avversari. Nasce dalle idee che possiede.
La proposta sulla quale lavora Socialdemocrazia SD è quella di una federazione riformista nella quale identità diverse possano conservare le proprie storie riconoscendosi però in alcuni fondamentali: socialdemocrazia, liberalismo democratico, socialismo riformista, cultura repubblicana e radicale, garantismo, europeismo. Non l’ennesimo cartello costruito alla vigilia delle elezioni per sommare qualche decimale, ma il tentativo di restituire una casa politica a culture che oggi abitano edifici diversi.
È una differenza non secondaria.
Il bipolarismo italiano ha finito spesso per trasformare le coalizioni in contenitori nei quali convivono forze unite dalla necessità di battere l’avversario più che da una comune visione della società. Ne deriva un curioso paradosso: culture politicamente vicine possono trovarsi su fronti opposti, mentre forze profondamente diverse sono costrette a condividere lo stesso campo. Le logiche – o, talvolta, le illogiche – del bipolarismo.
Da questo punto di vista la Sala Matteotti ha offerto almeno un elemento sul quale riflettere: tolta per qualche ora la necessità di stabilire chi debba allearsi con chi, persone provenienti da partiti differenti hanno potuto discutere di ciò che pensano prima ancora che di dove siedono.
Rimane naturalmente da verificare se una consonanza culturale possa mai trasformarsi in convergenza politica. Nessun convegno crea una federazione e la presenza alla Camera non equivale all’adesione degli invitati a un progetto comune. Sarebbe scorretto attribuire loro intenzioni che non hanno dichiarato. Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che quell’incontro ha fatto emergere: un terreno sul quale discutere esiste.
Ed esiste mentre una parte consistente del Paese manifesta una crescente estraneità alla politica. I dati sulla partecipazione descrivono milioni di cittadini che non si informano più di politica e indicano nella sfiducia una delle ragioni del distacco. Non significa, naturalmente, che esista un esercito di elettori in attesa di consegnarsi a una nuova sigla. Significa però che la crisi della rappresentanza è reale e che nessuna liturgia di coalizione può permettersi di ignorarla.

Gli spazi lasciati vuoti, del resto, raramente restano tali a lungo. Lo dimostra, su un versante assai diverso, anche il fenomeno Vannacci: una notorietà cresciuta con impressionante rapidità a partire da un successo editoriale sulla cui genesi iniziale si stanno moltiplicando interrogativi e presto trasformata in capitale politico. Più del personaggio dovrebbe interessare ciò che il fenomeno rivela: quando una parte della società non trova rappresentanza nelle offerte esistenti, si apre uno spazio che altri cercheranno di occupare.
È per questo che la fotografia della Sala Matteotti conta.
E acquista un significato ancora più preciso se la si accosta alle conclusioni di Costi. Per il presidente della Fondazione «gli Stati Uniti d’Europa sono un progetto politico necessario». Non dunque Europa come formula obbligatoria da infilare nei programmi e dimenticare il giorno dopo le elezioni, ma Europa come questione di sovranità condivisa, capacità decisionale e peso internazionale.
Del resto, Costi aveva già indicato pubblicamente, in altre sedi europeiste, il punto d’incontro fra l’area liberale e quel «socialismo illuminato», riformista e democratico che appartiene alla tradizione saragattiana. Anche per questo la composizione del tavolo del 16 settembre appare meno casuale di quanto potrebbe sembrare a una prima lettura.
Costi ha portato nella stessa stanza alcune delle culture politiche che Socialdemocrazia SD considera interlocutrici di un possibile percorso federativo. Melchiorre ne ha guidato il confronto. Gli invitati hanno parlato, si sono ascoltati e, sui fondamentali, hanno mostrato convergenze significative pur restando differenti per appartenenza, storia e posizioni.
Nessuno può trasformare questo dato in un’adesione che non è stata dichiarata. Ma neppure si può fingere che nulla sia accaduto.
Forse è proprio questo il significato più contemporaneo dell’assise dedicata a Saragat: non la nostalgia per una stagione irripetibile, ma la constatazione che un patrimonio politico comune sopravvive alla dispersione dei suoi eredi.
«Il suo progetto non è concluso», ha detto Costi.
Il 16 settembre ne ha fatti sedere alcuni attorno allo stesso tavolo.
La domanda, adesso, è se quel tavolo debba restare soltanto la bella fotografia di un convegno.
La storia non si replica. Ma qualche volta offre alla politica gli strumenti per accorgersi di ciò che ha davanti agli occhi. E ignorarli, a quel punto, non è più distrazione. È una scelta.






