“La città dalle finestre chiuse” di Sara Notaristefano
Dopo una morte improvvisa, soprattutto quando si tratta di un suicidio, il dolore non è l’unica cosa con cui devono fare i conti le persone che restano. C’è anche tutto ciò che arriva dall’esterno: le domande, le supposizioni, gli sguardi, le spiegazioni costruite da chi non conosce davvero i fatti e, soprattutto, la difficoltà degli altri di continuare a vedere una persona per quello che era prima della tragedia. In La città dalle finestre chiuse (Les Flâneurs Edizioni) Sara Notaristefano racconta anche questo passaggio, meno evidente del lutto ma altrettanto capace di modificare la vita di una famiglia: Gabriella muore, e con lei sembra cambiare il nome stesso di chi le sopravvive.
È Roberto, il fratello di dieci anni, a rendere particolarmente evidente questa trasformazione. Tornato a scuola dopo la morte di Gabriella, il bambino ritrova i compagni, i giochi e le conversazioni di sempre, ma scopre che qualcosa è irrimediabilmente cambiato nel modo in cui viene guardato. Le domande degli altri bambini sono ingenue e insieme spietate: Gabriella era pazza? Qualcuno l’ha spinta? Cosa può essere successo? Roberto risponde come può, cercando perfino di difendere la sorella dalle definizioni che sente circolare. A un certo punto arriva a pensare che quelle fantasie siano quasi più sopportabili dell’idea di essere considerato semplicemente “il fratello di una pazza”.
È un passaggio importante perché Notaristefano non mostra soltanto il dolore di un bambino che ha perso la sorella, ma il modo in cui una tragedia pubblica può produrre una nuova identità sociale. Roberto continua a essere Roberto, ma per gli altri non lo è più completamente. La sua presenza porta con sé una storia che precede ogni conversazione: è il bambino a cui è morta la sorella suicida, quello della famiglia Santoro, quello che forse sa qualcosa, quello a cui bisogna stare attenti. La morte di Gabriella non rimane confinata alla sfera privata e finisce per modificare anche le relazioni più ordinarie.
La stessa cosa accade agli adulti. Enrico si accorge immediatamente che, andando a prendere il nipote a scuola, viene osservato in maniera diversa. Alcuni sguardi esprimono sollievo, perché la disgrazia è capitata a qualcun altro; altri sembrano contenere una forma di superiorità, come se una tragedia simile fosse qualcosa che può accadere soltanto alle famiglie degli altri. Il cordoglio, racconta il romanzo, si esaurisce presto: dopo il funerale le persone si allontanano, le manifestazioni di solidarietà diminuiscono e rimangono la solitudine e lo stigma associato al suicidio.
È proprio qui che il romanzo diventa particolarmente lucido. La comunità non viene rappresentata soltanto come una presenza capace di stringersi intorno a chi soffre. È anche una comunità che osserva, interpreta e giudica. La tragedia degli altri diventa qualcosa di cui parlare, un fatto da ricostruire, un enigma da risolvere. E il bisogno di trovare una spiegazione sembra spesso prevalere sulla necessità, molto più semplice, di stare accanto a chi è rimasto.
Persino il linguaggio quotidiano registra questa distanza. Gabriella, che fino a poco prima aveva un nome, per alcune persone diventa “la figlia che si è suicidata”; per Claudia, progressivamente, diventa “tua nipote”. Non è una variazione casuale. Il nome proprio conserva una persona, mentre la definizione la colloca dentro l’evento che l’ha fatta scomparire. In una scena ambientata prima di Natale, Enrico nota proprio che Claudia ha smesso di chiamare Gabriella per nome, preferendo quella formula più generica, quasi a prendere le distanze da una vicenda che non vuole portare a tavola.
Il fenomeno riguarda anche la scuola. Gabriella viene ricordata, celebrata, raccontata dagli insegnanti e dai compagni, ma Roberto deve fare i conti con un’altra conseguenza: anche il suo rapporto con quell’ambiente è ormai segnato dalla morte della sorella. Non è più soltanto un alunno che torna in classe dopo qualche giorno di assenza. È il fratello della ragazza di cui tutti stanno parlando. E quando i genitori decidono di tenerlo lontano dalla commemorazione, convinti di proteggerlo, lui vive quella scelta come un’ulteriore esclusione: non soltanto ha perso Gabriella, ma sente di essere stato escluso persino dal dolore della propria famiglia.
La delicatezza del romanzo sta nel non trasformare questi comportamenti in una semplice condanna degli altri. La maggior parte delle persone non agisce necessariamente per cattiveria. Spesso non sa cosa dire, teme il dolore, vuole evitarlo, cerca una formula che lo renda comprensibile o preferisce cambiare argomento. È proprio questa normalità delle reazioni a rendere il quadro più credibile: nessuno sembra avere intenzione di ferire deliberatamente la famiglia Santoro, eppure quasi tutti, in modi differenti, finiscono per ricordarle continuamente che da quel momento in poi sarà difficile essere guardata come prima.
In questo contesto Roberto acquista un significato ancora più forte. Il suo desiderio di andare a scuola, giocare, pensare a un regalo o aspettare il Natale non è semplicemente il bisogno di un bambino di distrarsi. È anche una forma, inconsapevole ma tenace, di resistenza alla nuova identità che gli altri gli hanno assegnato. Quando scopre che trascorrerà la vigilia con gli zii, reagisce con una felicità che sorprende gli adulti: per lui quella sera significa poter tornare, almeno per qualche ora, a essere un bambino normale. Sa che dopo tornerà a essere “il fratello di una suicida”, ma decide di rimandare quel pensiero.È significativo che la possibilità di quella parentesi non venga presentata come una cancellazione del lutto. Aldo e Marianna non hanno improvvisamente smesso di soffrire e Roberto non ha dimenticato Gabriella. Al contrario, la loro sofferenza continua a esistere mentre intorno a essa la vita prova lentamente a riprendere forma. Marianna arriva a pensare che Roberto abbia diritto al Natale proprio perché è ancora un bambino e, soprattutto, perché è ancora vivo. Per comprargli un regalo deve persino affrontare la fatica concreta di uscire di casa, prendere la macchina, entrare in un negozio: un gesto apparentemente insignificante che, nelle condizioni in cui si trova, diventa una piccola prova di volontà.
È forse questa una delle intuizioni più interessanti del libro: dopo una tragedia, gli altri continuano a guardare chi resta attraverso ciò che è accaduto, mentre chi resta deve trovare il modo di guardare nuovamente se stesso oltre ciò che è accaduto. Per Roberto significa tornare a essere un figlio, un fratello, un compagno di scuola, un bambino che aspetta un regalo. Per Aldo e Marianna significa provare, lentamente, a essere ancora una coppia e ancora dei genitori, senza che ogni gesto venga ricondotto inevitabilmente alla perdita della figlia. Anche i gesti di Enrico vanno nella stessa direzione. Quando torna a prendere Roberto da scuola e gli parla della sorpresa che gli ha comprato, non cerca una frase capace di spiegare la morte di Gabriella. Gli offre qualcosa di molto più semplice: la possibilità di parlare di una bacchetta magica, di un trucco, di un cilindro, cioè di qualcosa che appartiene






