Non è soltanto una questione di categoria: dietro un comunicato stampa ci sono regole, responsabilità e deontologia. E con l’avvicinarsi della stagione elettorale il problema diventa ancora più delicato.
C’è una parola che, nella presa di posizione dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, pesa più delle altre: abusivo. Non collaboratore. Non comunicatore. Non esperto di social. Non semplicemente una persona brava a scrivere. L’Ordine richiama espressamente il problema di chi svolge attività riconducibili alla professione o si presenta come addetto stampa senza possederne i requisiti. Il fenomeno, secondo l’organismo professionale siciliano, avrebbe assunto negli ultimi anni dimensioni sempre più preoccupanti, alimentato dalla consuetudine di affidare la comunicazione, anche istituzionale, e i rapporti con i media a persone non iscritte all’Albo.
Una prassi sulla quale l’Ordine sceglie adesso di usare parole nette, richiamando anche le possibili conseguenze previste dagli articoli 348 e 498 del Codice penale. Ma il punto non è soltanto giuridico. La trasformazione digitale ha reso tutti potenziali produttori di contenuti. Con un telefono si può fotografare, registrare, scrivere, pubblicare e raggiungere migliaia di persone in pochi secondi. Questo, però, non cancella le differenze tra i mestieri.
Un social media manager svolge una funzione. Un grafico un’altra. Un esperto di marketing, un portavoce e un giornalista possono lavorare nello stesso sistema di comunicazione, ma ruoli e responsabilità non sono automaticamente sovrapponibili. Quando si entra nel campo dell’informazione professionale entrano in gioco regole, responsabilità e deontologia. Ed è proprio qui che si concentra la denuncia dell’Ordine: chi opera fuori dall’Albo non è sottoposto alla stessa vigilanza disciplinare alla quale è soggetto un giornalista.
Può sembrare una distinzione formale. Non lo è. Perché una professione non è soltanto la capacità materiale di compiere un gesto. È anche l’assunzione delle responsabilità che quel gesto comporta.
La questione acquista un peso maggiore quando riguarda Comuni, enti pubblici e strutture istituzionali.
L’ufficio stampa non dovrebbe essere considerato un accessorio dell’amministrazione e neppure confuso con la gestione della comunicazione personale di un amministratore. L’ufficio stampa di un Comune non è la pagina social del sindaco. La comunicazione politica e l’informazione istituzionale possono convivere nello stesso spazio pubblico, ma non sono la stessa cosa. L’informazione prodotta da un ente riguarda i cittadini, i servizi, gli atti, le decisioni e l’attività amministrativa. Per questo richiede professionalità, trasparenza e una chiara attribuzione delle responsabilità. La distinzione diventa ancora più importante nei piccoli territori, dove istituzioni, politica, giornali e comunità vivono spesso a distanza ravvicinata.
Proprio lì la chiarezza dei ruoli non è burocrazia. È una garanzia.
Non è casuale che l’Ordine abbia deciso di intervenire con particolare fermezza alla vigilia di una nuova stagione elettorale.
L’appello è rivolto direttamente ai candidati e alle forze politiche: non sostituire giornalisti qualificati con persone prive dei requisiti necessari nelle strutture alle quali vengono affidate funzioni proprie dell’informazione. Ma il richiamo riguarda anche l’altra parte della filiera. Direttori responsabili e redazioni vengono invitati a controllare con maggiore attenzione la provenienza dei comunicati e a verificare chi materialmente li produce e li trasmette. È un passaggio tutt’altro che secondario.
Per anni nelle caselle di posta delle redazioni è arrivato di tutto: comunicati senza firma, testi provenienti da indirizzi generici, documenti confezionati come articoli, materiale politico presentato come informazione istituzionale. Spesso la corsa quotidiana alla pubblicazione finisce per rendere tutto indistinto. Ma un comunicato non diventa automaticamente una notizia soltanto perché qualcuno lo ha inviato a un giornale. Va verificato. Va contestualizzato. Quando necessario va riscritto. E sapere chi lo ha prodotto dovrebbe essere il primo anello di questa catena.
Una firma non è un dettaglio
La questione, alla fine, è più semplice di quanto possa sembrare.
Essere giornalisti non significa soltanto possedere una tessera. Significa assumersi una responsabilità. Verso ciò che si scrive. Verso le persone delle quali si parla. Verso la propria redazione. Verso le regole della professione. E soprattutto verso chi legge, ascolta o guarda una notizia. L’iscrizione all’Albo non rende automaticamente bravo un giornalista e non garantisce che non possa commettere errori. Significa però appartenere a un ordinamento professionale, essere sottoposti a precise regole deontologiche e rispondere delle eventuali violazioni. È questa la differenza sostanziale che rischia di perdersi quando l’informazione viene considerata un’attività che può essere affidata indifferentemente a chiunque sappia mettere insieme qualche riga o gestire una pagina social.
Il richiamo dell’Ordine siciliano, dunque, va ben oltre una difesa corporativa della professione. Pone una questione di responsabilità pubblica. E riguarda anche chi assegna gli incarichi. Perché non si può pretendere professionalità quando serve, invocare trasparenza nei discorsi pubblici e poi considerare secondario chi viene incaricato di costruire e gestire il rapporto tra istituzioni, politica, media e cittadini.
Se l’informazione è un diritto dei cittadini, la professionalità di chi la produce non può diventare un optional.
Scomunicando.it non pubblicherà informazioni e comunicati che giungono in redazione se non redatti da un giornalista iscritto regolarmente all’Albo. A volte si inizia da un piccolo gesto.








