Internazionalizzazione, valore del territorio e strumenti finanziari per sostenere la crescita.
Ad Amunì 2026, la fiera appena conclusa a Torrenova, Luca Monforte, Pierpaolo Drago e Giuseppe Spina hanno affrontato da prospettive diverse una delle grandi sfide dell’agroalimentare siciliano: trasformare la qualità delle produzioni dell’Isola in una presenza stabile sui mercati internazionali.
Amunì non è stata soltanto una vetrina delle eccellenze siciliane. La presenza di venti aziende e di buyer provenienti da Italia, Singapore, Australia, Germania e Thailandia ha offerto l’occasione per ragionare concretamente sulle possibilità di crescita delle piccole e medie imprese.
Luca Monforte, esperto di consulenza strategica e internazionalizzazione, ha posto l’accento sulla necessità di arrivare preparati sui mercati esteri. Pianificazione fiscale, solidità finanziaria e strategia commerciale sono i tre pilastri indicati per evitare un’internazionalizzazione improvvisata. «Un conto è ottenere un ordine all’estero, un altro è riuscire a posizionare stabilmente il proprio prodotto». In questa direzione si inserisce anche l’accordo raggiunto con InvestHK: ad ottobre i vertici dell’agenzia governativa di Hong Kong saranno in Sicilia per un tavolo tecnico-istituzionale finalizzato a creare nuove opportunità per le imprese dell’Isola.
Pierpaolo Drago ha invece sviluppato il tema del territorio come principale vantaggio competitivo delle piccole aziende alimentari. La Sicilia, ha spiegato, non può competere con le grandi produzioni industriali sul prezzo, ma può farlo puntando su origine, storia, qualità e autenticità. DOP, IGP, DOC e produzioni fortemente legate ai luoghi diventano così strumenti commerciali. Il concetto è semplice: non vendere soltanto un prodotto siciliano all’estero, ma «un pezzo di Sicilia nel mondo».
Giuseppe Spina, amministratore unico dello Studio Associato Agriengineering di Catania, ha affrontato soprattutto gli aspetti legati allo sviluppo strategico e alla finanza agevolata. La Sicilia possiede produzioni di altissima qualità ma continua a scontare la ridotta dimensione delle imprese e una presenza sui mercati internazionali inferiore alle proprie potenzialità. Da qui la necessità di utilizzare meglio gli strumenti finanziari disponibili, migliorare organizzazione e logistica e soprattutto creare reti e consorzi tra produttori.
Un patrimonio che nel Messinese comprende eccellenze come Provola dei Nebrodi, Salame Sant’Angelo, Cappero delle Isole Eolie, Limone Interdonato, olio Val Demone, Malvasia delle Lipari e Mamertino di Milazzo. Il vicepresidente della Regione Siciliana e assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino ha sottolineato, infine, come Amunì dimostri che in Sicilia turismo e gastronomia debbano procedere insieme, sostenendo le imprese e favorendone la conoscenza internazionale.
Dal confronto di Torrenova emerge così un messaggio comune: le eccellenze siciliane esistono già. La sfida adesso è fare sistema, organizzarsi e trasformare l’identità del territorio in valore economico, passando dall’esportazione occasionale a una presenza vera e duratura sui mercati internazionali.
dettagli:
Luca Monforte – Trinacria Consulting Servizi – Business Development & Mercati Esteri – ha posto l’accento sulla necessità per le PMI siciliane di acquisire piena consapevolezza delle proprie capacità prima di affrontare la sfida dell’estero.
L’internazionalizzazione non può nascere dall’improvvisazione o dall’occasione rappresentata da un singolo ordine. Deve poggiare su tre elementi strettamente collegati: una corretta pianificazione fiscale, una sufficiente solidità economico-finanziaria e una strategia commerciale completa.
Il primo passo, dunque, non è necessariamente partire per una fiera internazionale, ma capire se l’impresa possiede una struttura adeguata a sostenere ciò che potrebbe accadere dopo quella fiera.
Perché ottenere un ordine dall’estero non equivale a essere presenti su un mercato. La vera sfida è il posizionamento: riuscire a far conoscere il prodotto, costruire il marchio e creare una presenza continuativa nel Paese scelto.
In questa direzione diventa importante anche la finanza agevolata. Intercettare correttamente strumenti e misure disponibili può consentire alle aziende di finanziare gli investimenti necessari alla crescita e di affrontare il percorso internazionale senza compromettere gli equilibri finanziari.
Monforte ha portato anche un esempio concreto, riferendo della recente missione ad Hong Kong e dell’accordo raggiunto con InvestHK, l’agenzia governativa della Regione ad Amministrazione Speciale di Hong Kong.
Un percorso destinato ad avere un seguito già nel prossimo ottobre, quando i vertici di InvestHK saranno in Sicilia per incontrare le istituzioni locali. L’obiettivo è organizzare un tavolo tecnico-istituzionale e costruire un ponte diretto attraverso il quale accompagnare le imprese siciliane verso il mercato asiatico.
Pierpaolo Drago – Direttore Commerciale & Export Manager – Drago Conserve – ha sviluppato la propria analisi partendo da una scelta strategica precisa: le piccole aziende alimentari siciliane non possono e non devono competere con le produzioni industriali mondiali sul prezzo.
La competizione va spostata sul valore.
Origine, storia e qualità diventano così gli elementi sui quali costruire la differenza. Per un produttore dell’Isola, infatti, la Sicilia non è semplicemente il luogo nel quale nasce un alimento: può diventare parte integrante del prodotto stesso.
Le denominazioni DOP, IGP e DOC, le certificazioni, la biodiversità e le caratteristiche ambientali dei territori costituiscono un patrimonio che un concorrente straniero non può semplicemente riprodurre.
Il pistacchio di Bronte, il cioccolato di Modica, gli agrumi siciliani, il pomodoro di Pachino, il cappero di Pantelleria, gli oli extravergini, i vini dell’Etna o la Malvasia delle Lipari sono prodotti che portano con sé un luogo, una storia e un’identità.
Ed è qui che Drago ha sintetizzato uno dei concetti più efficaci emersi durante il confronto: non bisogna limitarsi a vendere un prodotto siciliano nel mondo, ma riuscire a vendere “un pezzo di Sicilia nel mondo”.
Il consumatore internazionale disposto a riconoscere un prezzo maggiore cerca infatti autenticità, provenienza, tracciabilità e racconto. Per questo diventa fondamentale individuare quei mercati nei quali tali caratteristiche vengono realmente riconosciute.
Giappone e Corea del Sud, Stati Uniti, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Germania, Svizzera, Regno Unito, Australia e Canada sono stati indicati tra i mercati potenzialmente più interessanti per le produzioni siciliane ad alto valore aggiunto.
Ma per raggiungerli occorre anche superare uno dei limiti storici del sistema produttivo dell’Isola: la frammentazione.
La piccola impresa non deve necessariamente diventare grande, ma deve imparare a non essere sola. Una rete capace di mettere insieme, ad esempio, olio, vino, pistacchio, conserve e cioccolato può presentarsi all’estero con una forza commerciale completamente diversa rispetto al singolo produttore.
Giuseppe Spina, Dottore Agronomo, Esperto di Finanza Agevolata ed Economia Agroalimentare, amministratore unico dello Studio Associato Agriengineering di Catania, ha tradotto il ragionamento in numeri e strumenti operativi.
La Sicilia registra segnali importanti di crescita delle esportazioni agroalimentari, ma la sua quota sul totale nazionale rimane ancora contenuta. È questo il paradosso evidenziato durante l’incontro: una regione con produzioni di altissima qualità, una grande biodiversità, una posizione di primo piano nel biologico e un patrimonio straordinario di denominazioni, ma con una capacità di penetrazione dei mercati internazionali ancora inferiore alle proprie potenzialità.
Una situazione che Spina ha riassunto nell’espressione “qualità massima, scala minima”.
Il problema, quindi, non è necessariamente il prodotto. Spesso è ciò che sta dietro al prodotto: dimensione aziendale, organizzazione commerciale, capacità finanziaria, gestione degli ordini, conoscenza delle lingue, logistica e continuità della fornitura.
Anche il territorio messinese parte da una posizione tutt’altro che marginale. Provola dei Nebrodi, Salame Sant’Angelo, Cappero delle Isole Eolie, Limone Interdonato, olio Val Demone e Pecorino Siciliano, insieme alle produzioni vinicole del Faro, del Mamertino di Milazzo, della Malvasia delle Lipari e di Salina, costituiscono un patrimonio già riconoscibile.
La materia prima per costruire un progetto internazionale, dunque, esiste. Quello che manca spesso è il soggetto collettivo capace di organizzarla e portarla sui mercati.
Spina ha individuato quattro grandi aree sulle quali lavorare: posizionamento e valore del prodotto, finanza agevolata e credito, sostenibilità ed economia circolare, logistica integrata.
Particolarmente importante il tema delle risorse finanziarie. Esistono strumenti capaci di sostenere fiere, certificazioni, e-commerce, strutture commerciali all’estero, innovazione e inserimento di figure professionali dedicate all’export. Molte delle opportunità più interessanti, però, premiano proprio reti, consorzi, cooperative e organizzazioni di produttori.
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