di Aretusa
Al Politeama di Palermo non si è celebrata una convention politica, ma l’apertura ufficiale dei saldi di fine stagione.
Sul palco, Cateno De Luca esponeva la merce; in platea e dietro le quinte, rappresentanti di quasi tutti i partiti controllavano il prezzo, tastavano la qualità dei voti e cercavano di capire quale sistemazione avrebbero potuto ricavarne.
Per assistere allo spettacolo occorrevano cento euro. Una cifra considerevole, ma evidentemente giustificata dal privilegio di vedere da vicino la politica siciliana mentre si spogliava degli ultimi indumenti ideali senza neppure pretendere un camerino.
De Luca, bisogna riconoscerlo, non inganna nessuno: tratta con la destra, dialoga con la sinistra, recluta transfughi, raccoglie sigle, promette liste e misura persino la militanza attraverso un sistema a punti, perché ormai la politica, oltre a essere un supermercato, possiede anche la sua carta fedeltà. Accumuli presenze, condividi qualche proclama, applaudi al momento opportuno e, raggiunta la soglia prevista, potresti ricevere in premio una candidatura. Per l’assessorato, probabilmente, servono punti extra.
Esponenti del centrosinistra, del centrodestra e di quel centro elastico che si allunga sempre verso il luogo nel quale intravede una poltrona si sono presentati per “ascoltare”. È la nuova formula assolutoria della politica italiana: non si partecipa, si ascolta; non si corteggia, si dialoga; non si contratta, ci si confronta sui programmi. Le candidature, gli assessorati e i pacchetti di preferenze devono essere evidentemente considerati appendici tecniche del pensiero politico.
C’erano rappresentanti di partiti che a Palermo proclamano incompatibilità solenni e, appena cambia il comune, si alleano con chiunque disponga di voti sufficienti. C’erano dirigenti che sostengono Schifani, ma guardano De Luca con la prudente tenerezza riservata a un possibile secondo matrimonio. C’erano progressisti che parlano di campo largo e, pur di allargarlo ancora, sembrano disposti a trasformarlo in un parcheggio.
Tutti costoro dovrebbero avere almeno il buon gusto di non pronunciare più parole come coerenza, identità e valori. Non perché le alleanze tra culture diverse siano vietate, ma perché per allearsi occorrerebbe possedere anzitutto una cultura politica; qui, invece, si incontrano soltanto appetiti diversi davanti alla stessa mangiatoia elettorale.
Particolarmente esilarante è il tentativo di nobilitare l’operazione richiamandosi a don Luigi Sturzo e a Pio La Torre. Sturzo viene trascinato dentro una lista-contenitore destinata a raccogliere naufraghi elettorali; La Torre viene evocato a ornamento di una struttura personale nella quale il capo domina il movimento, la comunicazione e perfino la contabilità della militanza. I morti illustri, del resto, hanno un grande vantaggio: non possono chiedere la parola per protestare.
De Luca ha compreso perfettamente la debolezza dei partiti siciliani: non hanno più organizzazione, non hanno radicamento, spesso non hanno neppure elettori, ma conservano un disperato istinto di sopravvivenza. Egli offre loro ciò che manca — visibilità, voti e una macchina elettorale — e in cambio pretende che gli riconoscano il ruolo di dominus del prossimo governo regionale.
Non vuole entrare in una coalizione: vuole che siano le coalizioni a entrare nella sua corte, possibilmente dopo avere acquistato il biglietto.
La Sicilia assiste così all’ennesima metamorfosi del trasformismo, diventato ormai spettacolo, raccolta fondi e casting elettorale. Non si domanda più quale idea di Regione unisca persone provenienti da esperienze incompatibili, ma soltanto quanti voti ciascuno possa mettere sul tavolo e quale posto reclami in cambio.
Al Politeama, dunque, nessuno ha venduto la politica: per vendere qualcosa occorre prima possederla. Hanno venduto soltanto i biglietti. E, a giudicare dagli applausi, anche parecchio bene.
Una prospettiva condivisa anche da ANCE Messina, che sostiene l’iniziativa (altro…)
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