CAPO D’ORLANDO – Dopo la rissa tra minorenni in un parcheggio
oltre sintomo di una gioventù alla deriva, bisogna alzare il livello d’attenzione
Adolescenti che si affrontano in un parcheggio, tra urla, spinte, pugni, un bastone e persino un casco da motociclista usato come arma.
Fanno senso le pedate in faccia su un ragazzo già esamine. Intorno, altri ragazzi che non intervengono per fermare, ma riprendono la scena con i cellulari.
Il video si conclude con un giovane steso a terra.
È l’immagine brutale che nelle ultime ore ha iniziato a circolare, in maniera virale, a Capo d’Orlando, suscitando sdegno, rabbia e timori.
Non è tanto l’atto violento a colpire, quanto la sua spettacolarizzazione. La rissa non è più un errore da nascondere, ma uno show da filmare, condividere, rendere virale. Ogni spettatore diventa platea e amplificatore, alimentando un meccanismo che trasforma la brutalità in trofeo digitale, alla pari di altri video, girati in queste settimane, in locali della riviera.
Le reazioni in paese
Carlos Vinci, attento osservatore del quotidiano orlandino, parla senza mezzi termini: «Qui ci scappa il morto. Non possiamo più tollerare che episodi simili vengano nascosti. Bisogna agire subito».
Vinci ha trasmesso il video al sindaco Franco Ingrillì, chiedendo che venga consegnato alla Polizia per identificare i responsabili.
I commenti sui social sono durissimi, c’è chi invoca un gesto collettivo: «La misura è colma, dimettiamoci tutti, anche da cittadini impotenti. Tacere non significa proteggere il paese, significa diventare complici» e tanti genitori esprimono paura e indignazione: «Se fosse stata mia figlia tra quei ragazzi, avrei chiesto che venisse fermata e curata» scrive una madre che punta il dito contro la facilità con cui i giovani accedono ad alcol e sostanze. Altri cittadini parlano di “vergogna” e di famiglie assenti, incapaci di educare.
Ma andando oltre la cronaca resta un interrogativo più ampio: cosa sta accadendo ai nostri ragazzi?
La violenza diventa linguaggio, l’aggressività mezzo di riconoscimento sociale, il branco sostituisce la comunità. È il segno di un vuoto educativo che famiglie, scuole e istituzioni non possono più ignorare.
Le parole dello scrittore\conduttore Federico Quaranta (classe 1967) offrono una chiave drammatica ma lucidissima:
«La violenza non nasce solo dalla rabbia: nasce dal vuoto. Dal silenzio che scava dentro quando la lingua muore. Quando il linguaggio si riduce a slogan, faccine, grida, la realtà resta senza nome. Chi non possiede parole, non possiede mediazioni: i pugni diventano vocabolario, l’ingiuria sintassi, il colpo di casco grammatica».
La responsabilità collettiva
Il video di Capo d’Orlando non è un semplice fatto di cronaca, ma lo specchio di un disagio più profondo.
Se la comunità non reagisce, se gli adulti – intesi anche come istituzioni – non tornano ad assumere il loro ruolo educativo, la gioventù rischia di crescere senza bussola, prigioniera di una “grammatica del sangue” che sostituisce il dialogo con la violenza.
La domanda, ora, è una sola: questa volta, Capo d’Orlando saprà fermarsi a riflettere prima che sia troppo tardi?
il post integrale di Carlos Vinci






