Era l’inizio degli anni Duemila
Un tempo in cui anche la Settimana Santa non era soltanto devozione, ma diventava occasione concreta di sviluppo turistico, promozione culturale e identità condivisa.
Era l’inizio degli anni Duemila. Gli strumenti erano pochi: fax, brochure, qualche sito internet ancora lento e rudimentale. I social network non esistevano. Eppure, l’idea c’era. Ed era forte, chiara, quasi rivoluzionaria: mettere a sistema i riti pasquali di un intero comprensorio, creando un unico grande cartellone capace di attrarre visitatori. Un calendario condiviso che univa Capo d’Orlando, Brolo, Sant’Angelo di Brolo, Piraino, Ficarra e Gioiosa Marea. Riti diversi, tradizioni uniche, ma un’unica narrazione: quella di un territorio capace di raccontarsi attraverso fede, cultura, gastronomia e identità popolare.
L’idea era semplice quanto potente
Offrire al turista un’esperienza completa. Non un singolo evento, ma un viaggio. Un percorso che, partendo dalla costa, si spingeva fino all’entroterra toccando realtà anche distanti, ma legate da un filo conduttore, i Nebrodi (come San Fratello, San Marco, Caronia e le dorsali interne), tra riti ancestrali, processioni, maschere e tradizioni secolari. Un progetto che si allargava “a macchia d’olio”, destinato a coinvolgere sempre più comunità. Era, di fatto, una visione moderna di turismo esperienziale, oggi tanto di moda.
Eppure allora funzionava già.
Un semplice manifesto viaggiava tra agenzie e operatori. Bastava quello. Bastava la volontà di fare rete. Tra le esperienze più emblematiche di quella stagione va ricordata una nuovissima ed inedita Via Crucis scenografica di Brolo. Un evento che, per soli due anni, trasformò il centro storico di Brolo in un vero e proprio palcoscenico a cielo aperto. Proiezioni su facciate, giochi di luce, fuoco vivo, musiche solenni: da Richard Wagner a Gioachino Rossini, fino al celebre “Also Sprach Zarathustra”. Una narrazione intensa, capace di unire sacro e linguaggio contemporaneo senza snaturarne il significato con le croci dei campi di sterminio lungo la via Trento o la Maddalena che sfilava tra le fiamme sul sagrato della Chiesa di Brolo. Un esperimento coraggioso, nato dalla sinergia tra istituzioni, parrocchia, associazioni e cittadini. Un’idea che funzionava. Che emozionava. Che attirava e che avrebbe potuto diventare un format stabile, un attrattore turistico identitario, capace di affiancarsi ad altri eventi come quelli venuti successivamente vedi “Bianca Lancia” o le grandi manifestazioni estive, contribuendo alla valorizzazione del centro storico.
Ma tutto questo, nel tempo, si è fermato.
Non è nostalgia. Non è polemica. È memoria attiva.
Perché oggi, più che mai, il contesto sembra favorevole. Il turismo religioso è in forte crescita. Esperienze come il Cammino di Santiago di Compostela o la Via Francigena dimostrano che i percorsi legati alla fede, alla cultura e alle tradizioni locali rappresentano una delle frontiere più interessanti del turismo contemporaneo. E la Sicilia, con le sue Settimane Sante – da Trapani a Enna – lo ha già capito da tempo.
Allora la domanda è inevitabile: perché non ripartire da ciò che già esisteva?
Non servono grandi rivoluzioni. Serve una cosa sola: una cabina di regia ( per esempio rimprendere in mano i copioni di quella Via Crucis brolese, a dispozine sicuramente nei carpettoni dell’Ufficio Turistico, ma anche rispoverare l’idea della Festa della Fuoco, ne furono fatte tre edizioni). Un coordinamento tra comuni, parrocchie, associazioni e operatori turistici. Una regia capace di costruire un calendario unico, di comunicarlo in modo efficace, di trasformare eventi già esistenti in un sistema integrato. Esattamente ciò che, anni fa, la Costa Saracena aveva iniziato a fare (anche con il Carnevale della Costa Saracena con la sua Maschera d’Argento, o il cartellone unico dell’estate saraceno…).
Quel progetto oggi non esiste più formalmente. Ma continua a vivere nell’immaginario collettivo. È ancora un territorio riconoscibile, una identità condivisa, un’idea che può essere ripresa, aggiornata, rilanciata. Perché il vero limite, allora come oggi, non è mai stato la mancanza di risorse. Ma la mancanza di visione comune.
Eppure basterebbe poco: mettere insieme ciò che già c’è, dare continuità, credere davvero che la somma delle singole realtà possa diventare qualcosa di più grande. La Pasqua, i riti, le tradizioni, i borghi, i Nebrodi: tutto è già lì.
Serve solo qualcuno che torni a crederci.
Perché sognare, da queste parti, non è mai stato un problema. Semmai, lo è stato smettere di farlo.