Dopo 534 giorni a Rebibbia, l’ex sindaco di Roma esce domani, il 24 giugno.
Ma il suo addio non è un sollievo: è una denuncia. Celle sovraffollate, burocrazia kafkiana, un 88enne malato che non riesce a uscire nonostante la grazia presidenziale
C’è qualcosa di insolito, nella lettera che Gianni Alemanno ha scritto dal carcere di Rebibbia il 21 giugno 2026, a tre giorni dalla sua scarcerazione. Non c’è il sollievo di chi sta per tornare libero. C’è qualcosa che assomiglia di più al senso di colpa di chi lascia una trincea mentre gli altri restano.
«Uscendo dal carcere mi sembra quasi di disertare» — scrive Alemanno — «di lasciare tanti compagni di detenzione e tanti lavoratori del sistema carcerario nelle loro lotte e nelle loro sofferenze».
È il 534° giorno di detenzione.
Mercoledì 24 giugno, alle ore 10, dal portone di Via R. Majetti 70, si chiude un’esperienza durata un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni. Un’esperienza che Alemanno definisce «mai dovuta cominciare», perché — scrive — si dichiara innocente, perché il reato per cui è stato condannato (traffico di influenze per abuso d’ufficio) è stato abolito, e perché a suo dire ci sarebbe molto da dire sulle circostanze che hanno portato alla revoca del suo affidamento in prova.
Ma il cuore del Diario di Cella 63 non è la vicenda personale di Alemanno. È quello che ha visto, vissuto e documentato durante la detenzione.
Celle progettate per quattro persone, occupate da sei. Condizioni igienico-sanitarie degradate. Percorsi riabilitativi — studio, lavoro, cultura — ridotti a privilegio per pochi. Una burocrazia penitenziaria che definisce «lenta e prepotente». Tribunali di sorveglianza con troppo lavoro e pochi magistrati, che rendono «difficili tutte le decisioni e inutilmente angosciosa la vita carceraria». Come esempio di questa lentezza, racconta un episodio emblematico: il 21 maggio erano stati consegnati al carcere tre camion di attrezzature sportive donate da un’azienda privata. A un mese di distanza, quegli attrezzi erano ancora nei magazzini. Le palestre dei reparti, distanti al massimo trecento metri, continuavano ad essere «preistoriche, scassate e arrugginite».
La storia più amara che Alemanno racconta è quella di Antonio Russo, 88 anni, malato, detenuto da sei anni. Il Presidente Mattarella gli ha concesso la grazia parziale. Eppure Russo non è ancora uscito. Il motivo? Magistrati non informati del provvedimento, relazioni sanitarie che non arrivavano, sintesi trattamentali da completare. Il muro di burocrazia che nemmeno la clemenza del Capo dello Stato riesce ad abbattere. «Mica sono tutti così fortunati da ricevere la Grazia prima di entrare in carcere» — scrive Alemanno, con un riferimento implicito a vicende giudiziarie che hanno fatto discutere l’opinione pubblica negli anni passati.
L’altra vicenda che pesa sulla coscienza di Alemanno nell’ultimo giorno di detenzione è quella di Fabio Falbo, compagno di battaglie dentro le mura di Rebibbia, trasferito l’11 giugno nel carcere calabrese di Rossano per usufruire di un permesso di cinque ore e incontrare il padre di 92 anni gravemente malato. Fabio il padre l’ha incontrato dopo sei giorni di attesa — un’attesa che Alemanno definisce «molto pericolosa visto le condizioni di salute dell’anziano genitore». Poi altri quattro giorni in attesa di essere riportato nella sua cella di Rebibbia, dove la sua roba è rimasta chiusa dentro. Nel frattempo, dal carcere di Rossano filtra la notizia che la struttura è senza Direttore né Comandante, e che su cento detenuti in media sicurezza solo otto lavorano.
La lettera di Alemanno non è solo una denuncia. È anche un riconoscimento. Quello che colpisce, nella sua scrittura, è la capacità di distinguere tra il sistema che non funziona e le persone che dentro quel sistema cercano di fare bene. Gli agenti, i graduati, gli ufficiali della Polizia penitenziaria che «spesso sono come fratelli per le persone detenute, con cui condividono la sofferenza per le stesse mancanze organizzative». Le giovani infermiere del reparto, «guidate dalla decana Rossella», che lavorano «con il cuore». Le educatrici e le psicologhe che «ci mettono il cuore e la testa» e diventano «ammortizzatori» tra la burocrazia e le persone detenute.
E poi i detenuti stessi: «una popolazione che stringe i denti» e che «tra battute in romanesco e calabrese, pranzi cucinati con il camping gas, solidarietà di cella, messe con Don Lucio e allenamenti sportivi — tira avanti e non si lascia tramortire».
Alemanno esce con una promessa e con una domanda aperta.
La promessa: continuare la battaglia contro il sovraffollamento carcerario, insieme a Fabio Falbo, «a prescindere dal colore politico» di chi vorrà collaborare. Provare a spiegare al Ministro Nordio, ai media, all’opinione pubblica che non c’è contraddizione tra sicurezza dei cittadini e dignità dei detenuti. Anzi — scrive — che «senza un carcere che rispetti la dignità delle persone è assolutamente impossibile difendere il cittadino contro l’aumento della criminalità». La domanda: riuscirà a farsi sentire, una volta fuori, quando il «muro di gomma» che ha incontrato dentro tornerà a frapporsi tra lui e l’universo carcerario?
«Un pezzo del mio cuore rimane a Rebibbia» — conclude — «nelle celle dove si muore di caldo, negli occhi di chi cerca ancora un riscatto e una speranza. E dove la Repubblica Italiana si gioca la sua faccia».
Una prospettiva condivisa anche da ANCE Messina, che sostiene l’iniziativa (altro…)
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