Nel nuovo scontro tra Stati Uniti, Iran e Israele, l’impressione diffusa – fuori dalla propaganda dei rispettivi fronti – è quella di assistere a un conflitto dove nessuno può davvero rivendicare superiorità morale.
Da un lato c’è la teocrazia iraniana, sistema autoritario responsabile di repressioni interne e di una politica regionale costruita su milizie, proxy e guerra permanente. Dall’altro, la risposta militare statunitense e israeliana, culminata nei raid congiunti che hanno colpito direttamente la leadership iraniana e aperto una fase di escalation senza precedenti nella regione.
La narrazione ufficiale parla di sicurezza, deterrenza nucleare e “liberazione dei popoli”. Ma nella memoria storica del Medio Oriente — dalle guerre per procura agli equilibri costruiti e distrutti a tavolino — molti osservatori leggono dinamiche più ciniche: interessi strategici, controllo energetico, ridefinizione degli assetti regionali. Il dubbio resta aperto: siamo davanti a un vero scontro geopolitico o a una logica di potenza in cui nemici dichiarati finiscono, indirettamente, per alimentarsi a vicenda? La storia recente insegna che spesso le crisi mediorientali nascono tanto dai conflitti quanto dagli accordi invisibili che li precedono o li seguono.
In questo scenario, chi per decenni ha guardato alla regione con sensibilità terzomondista o panaraba fatica a schierarsi. Perché il problema non è scegliere tra blocchi contrapposti, ma constatare come, ancora una volta, siano le popolazioni civili a pagare il prezzo di strategie decise altrove.
E mentre le cancellerie parlano di sicurezza globale e cambi di regime, l’opinione pubblica internazionale osserva con crescente disincanto: tra autoritarismi interni e “giustizia” a colpi di missili, il rischio è che la politica lasci definitivamente spazio alla pura legge della forza.
Pop corn, sì. Ma davanti a una tragedia già vista troppe volte.






