Trentatré anni dopo l’assassinio di Brancaccio, ricordare padre Puglisi non può ridursi a una fotografia, una corona di fiori o una celebrazione. Perché la mafia che lo uccise aveva capito prima di molti altri quanto fosse pericoloso quel prete mite: stava insegnando ai ragazzi che un’altra vita era possibile.
La mafia gli sparò alla nuca. Lui, pochi istanti prima, aveva sorriso.
Sono passati trentatré anni da quel 15 settembre 1993 e forse è proprio dentro questa immagine che continua a stare tutta la forza di don Pino Puglisi. Un uomo apparentemente senza armi davanti a uomini armati. Un sacerdote di periferia contro un sistema criminale capace di decidere chi dovesse comandare, lavorare, tacere e perfino sperare. Eppure avevano paura di lui. Questa è la parte della storia che non dovremmo mai addolcire. Cosa Nostra non uccise don Pino perché predicava troppo. Lo uccise perché ciò che faceva funzionava. Perché aveva intuito che la mafia non si combatte soltanto arrestando i mafiosi, ma impedendo che ne nascano altri. E aveva scelto il terreno più delicato: i bambini.
A Brancaccio non cercava eroi. Cercava ragazzi. Li prendeva dalla strada, costruiva occasioni di incontro, chiedeva scuole e servizi, parlava con le famiglie, apriva porte. Provava, semplicemente, a sottrarre alla mafia ciò di cui ogni potere criminale ha bisogno per sopravvivere: il consenso, la rassegnazione e soprattutto il futuro. Aveva capito che un bambino al quale viene mostrata un’alternativa è un possibile soldato sottratto alla cosca.
Che un ragazzo capace di scegliere è molto più pericoloso, per la mafia, di cento manifesti antimafia. Che una comunità abituata a chiedere diritti prima o poi smette di chiedere favori. Ed è qui che don Puglisi diventa ancora terribilmente contemporaneo.
Perché la mafia prospera dove lo Stato arriva tardi, dove la scuola è debole, dove il lavoro manca, dove un diritto diventa una concessione e una raccomandazione sembra più efficace di una legge. Cresce quando qualcuno riesce a convincere un ragazzo che il mondo funziona così e che non esiste un’altra possibilità. Don Pino rompeva precisamente questo meccanismo. Non aveva bisogno di pronunciare continuamente la parola “mafia”. Gli bastava costruire ciò che la mafia non voleva: cittadini.
Per questo era pericoloso.
Non era l’antimafia della passerella, delle fotografie, delle frasi pronunciate davanti alle telecamere. Era quella molto meno spettacolare di chi resta ogni giorno nello stesso quartiere e si occupa dell’acqua che manca, della scuola che non c’è, dell’adolescente che rischia di perdersi, della famiglia dimenticata. La sua rivoluzione aveva il rumore sommesso di una porta che si apre. Il Centro Padre Nostro era questo. Non soltanto assistenza, ma un’incrinatura nel monopolio mafioso del territorio. Un luogo nel quale qualcuno poteva entrare senza dover chiedere il permesso al padrino. E questo, a Brancaccio, era già un atto sovversivo. Le minacce arrivarono. Gli avvertimenti diventarono sempre più espliciti. Don Puglisi sapeva.
Poi arrivò il 15 settembre.
Era il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Davanti casa lo aspettavano i suoi assassini. Alla fine di quella breve sequenza rimane una frase consegnata alla memoria: «Me lo aspettavo». E un sorriso. Quel sorriso è probabilmente la sconfitta più feroce inflitta ai suoi assassini. Perché chi uccide vuole esercitare l’ultimo potere possibile sull’altro: quello della paura. Don Pino, invece, morendo senza consegnargli neppure quella, trasformò un omicidio pensato per chiudere una storia nell’inizio di una storia molto più grande. Lo hanno ucciso, ma non sono riusciti a cancellarne il metodo. Oggi a Brancaccio esistono realtà, servizi e luoghi di aggregazione che continuano un lavoro iniziato allora. Il seme non è rimasto sotto terra. È diventato scuola, accoglienza, attenzione ai minori, sostegno alle donne, agli anziani, ai detenuti e a chi prova a ricominciare.
Ed è forse questo il modo meno retorico per parlare di martirio. Non morire per diventare una statua. Morire e continuare, attraverso gli altri, a produrre vita. Nel 2013 la Chiesa lo ha proclamato beato, riconoscendolo martire ucciso in odium fidei. Ma persino la beatificazione rischierebbe di diventare insufficiente se trasformassimo Puglisi soltanto in un santino. Don Pino deve continuare a disturbare.
Deve disturbare la mafia, naturalmente. Ma anche la nostra abitudine alla commemorazione senza conseguenze. Deve disturbare una politica che celebra gli eroi civili e poi dimentica le periferie. Deve disturbare una società capace di indignarsi davanti ai morti e molto meno capace di occuparsi dei vivi.
Perché il modo più comodo per neutralizzare uomini come Puglisi è metterli su un piedistallo. Ammirarli. Applaudirli. E continuare esattamente come prima. Trentatré anni dopo, invece, la domanda dovrebbe essere un’altra: quanti ragazzi stiamo ancora consegnando alla strada perché non siamo stati capaci di offrire loro un’alternativa? È lì che si misura la memoria.
Non nel numero delle corone deposte il 15 settembre, ma nelle scuole aperte il 16. Nei quartieri recuperati. Nel lavoro sottratto al ricatto. Nei bambini ai quali viene insegnato che non devono inchinarsi davanti a nessuno per ottenere ciò che spetta loro. La mafia sparò a un prete. Pensava di avere eliminato un problema. Non aveva capito che quel prete aveva già seminato. E i semi, quando trovano qualcuno disposto a prendersene cura, hanno un difetto imperdonabile per ogni potere che pretende di essere eterno: continuano a crescere.
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