Un delitto, un’indagine, ma soprattutto una domanda antica quanto l’uomo: dove finisce la colpa e dove comincia il giudizio? Con Processo a Caino (Adda Editore), romanzo – “giallo” d’autore – presentato a Capo d’Orlando, l’avvocata e scrittrice Annalaura Giannelli torna a proporsi ai suoi lettori affidandosi ancora una volta al detective Andrej Lupo.
Dal mito biblico all’indagine contemporanea
Già il titolo porta il lettore oltre il meccanismo del “chi è stato”: Caino è il primo colpevole della storia, il simbolo universale di chi ha oltrepassato il confine. Eppure è anche l’uomo sul quale, dopo la condanna, viene posto un segno che impedisce agli altri di ucciderlo. Un’immagine potente per interrogarsi su responsabilità, giustizia, perdono e sulla nostra società, sempre più veloce nel formulare giudizi e pronunciare sentenze.
Il caso al centro del romanzo si apre con la misteriosa morte per avvelenamento del professor Tiberio Abati, illustre cattedratico de La Sapienza e penalista di fama, trovato senza vita nel cuore dell’ambiente accademico romano. Da qui prende il via un intreccio che rifugge la violenza gratuita per concentrarsi sull’indagine psicologica e morale, unendo la razionalità del detective Andrej Lupo alle intuizioni sottili della brillante sensitiva Karina Sanchez, pugliese verace a dispetto del cognome.
Un profilo poliedrico tra diritto, arte e letteratura
L’incontro culturale orlandino, promosso dal Comune di Capo d’Orlando, e condotto da Massimo Scaffidi, si è mosso agilmente tra diritto, managerialità e letteratura, mettendo in luce la figura poliedrica dell’autrice. Accanto alla professione forense e all’impegno imprenditoriale — culminato nella fondazione della casa di moda etico-sociale Voiceat e dell’innovativa Art Gallery Voiceat Space a Nardò —, la scrittura della Giannelli rappresenta il punto d’incontro tra il rigore analitico del diritto e la sensibilità per le dinamiche sociali.
Durante la tappa orlandina, arricchita anche dalla calorosa accoglienza e dall’amicizia con l’artista Titti Faranda, il confronto si è aperto a una fitta rete di suggestioni e riferimenti storici, letterari e di cronaca nera. Spaziando dalle opere che hanno preceduto quella presentata, come Il Segreto della Maddalena, fino all’universo del giallo, la conversazione ha toccato temi profondi — anche durante il “firma copie” o negli eventi che hanno preceduto la stessa presentazione — dalla memoria drammatica della strage dei bambini di Gorla durante la seconda guerra mondiale fino ai grandi e irrisolti misteri della cronaca giudiziaria italiana, come l’attuale caso di Garlasco e l’omicidio di Marta Russo, la studentessa ventiduenne colpita da un proiettile il 9 maggio 1997 nei viali dell’Università La Sapienza, luogo dove si muove Andrej Lupo.
Non sono mancate contaminazioni culturali e letterarie, dai richiami al realismo magico di Gabriel García Márquez e all’iconico romanzo La casa degli spiriti di Isabel Allende, passando per l’universo femminile, le fiction TV, le influenze di Dan Brown e l’impegno civico del progetto di moda etica Voiceat, confermando una poliedricità di interessi che unisce Puglia e Sicilia sotto il segno dell’accoglienza e del dialogo.
L’Intervista
1. Partiamo proprio dal titolo, Processo a Caino. Perché ha scelto il primo assassino della storia come simbolo del suo romanzo? E chi è, secondo lei, il Caino del nostro tempo?
Il titolo mi è sembrato subito potente. I testi sacri mi affascinano da sempre e non è un caso che il mio romanzo d’esordio, nel quale compare per la prima volta il detective Andrej Lupo, si intitoli Il segreto della Maddalena. La storia di Caino e Abele mi sembra molto attuale: siamo un po’ tutti dei potenziali Caino: fragili, imperfetti, talvolta preda dell’invidia. Ed è proprio questa dimensione profondamente umana che mi interessava esplorare.
2. Viviamo in una società in cui siamo diventati velocissimi nell’individuare colpevoli e pronunciare sentenze, soprattutto attraverso i social. Scrivere oggi un libro che mette simbolicamente Caino sotto processo significa anche interrogarsi sulla nostra facilità nel giudicare?
Esattamente. Rileggere la storia di Caino e Abele significa, soprattutto, interrogarsi non tanto sui fatti quanto sulle ragioni. È una distinzione che considero fondamentale: prima ancora di chiederci chi abbia commesso qualcosa, dovremmo provare a comprendere perché lo abbia fatto. In una società che tende a formulare giudizi rapidissimi, fermarsi a riflettere sulle motivazioni diventa ancora più importante.
3. Lei è avvocata oltre che scrittrice e conosce quindi il processo da una prospettiva particolare. La verità giudiziaria, la verità dei fatti e quella che si forma nell’opinione pubblica non sempre coincidono. Quanto questa distanza è entrata nella costruzione del romanzo?
Non coincidono quasi mai. La verità, del resto, è un concetto complesso già in partenza. Nel processo entra in gioco ciò che può essere dimostrato e anche la capacità degli avvocati di sostenere una determinata ricostruzione. Nel convincimento dell’opinione pubblica conta moltissimo la comunicazione. E poi c’è la verità dei fatti, cioè la ricerca di ciò che è realmente accaduto. A me interessa soprattutto quest’ultima dimensione, ma non soltanto per stabilire che cosa sia accaduto: mi interessa approfondire perché sia accaduto.
4. Il giallo tradizionalmente conduce il lettore alla scoperta di un colpevole. Ma oggi abbiamo ancora interesse a comprendere le ragioni di chi sbaglia oppure ci basta trovare un responsabile e condannarlo? E la letteratura può restituirci quella complessità che spesso la cronaca e i social tendono a cancellare?
Assolutamente sì. Dobbiamo recuperare il senso critico e la libertà di pensiero. In questo la letteratura, così come il giornalismo, può fare molto: può aiutarci a non fermarci alla superficie delle cose, a mettere in discussione le verità apparentemente più semplici e a restituire complessità là dove spesso prevalgono giudizi immediati e semplificazioni.
5. Caino viene condannato, ma non viene abbandonato: nella Genesi Dio gli impone un segno che, paradossalmente, lo protegge dalla vendetta degli altri. Le faccio allora una domanda da avvocata e da scrittrice: se oggi dovesse difendere Caino in un’aula di tribunale, quale sarebbe il primo argomento della sua difesa?
In Processo a Caino la vittima lavorava esattamente a questo: scrivere in difesa di Caino. Un manoscritto ancora in fieri, sul quale si concentrerà l’attenzione di Lupo e dei suoi collaboratori più fidati. Il mio primo argomento: il movente.
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