il richiamo al “partito della nonna”
Una riflessione che arriva in un momento particolare per Patti
C’è un momento, dentro ogni stagione politica che si avvicina, in cui il rumore rischia di superare il contenuto. È il momento in cui il confronto si irrigidisce, le appartenenze si trasformano in tifoserie e il dibattito pubblico smette di interrogarsi sul futuro per concentrarsi sugli avversari.
È dentro questo clima che si inserisce la riflessione affidata ai social da Filippo Tripoli, volto conosciuto della politica pattese, già consigliere comunale, da anni presente nel dibattito pubblico locale, un ruolo di primo piano nel consorzio Tindari\Nebrodi e oggi militante di Forza Italia, partito che vuol ben collocarsi nello scacchiere politico-amministrarivo locale, anche se al momento si trova in una fase interlocutoria, sia interna che all’esterno.
Comunque quello di ieri, da parte di Tripoli, più che un intervento di schieramento appare come un richiamo culturale e quasi generazionale al modo di vivere il confronto politico.
Il punto di partenza è semplice ma potente: il racconto delle domeniche italiane degli anni Ottanta, quando attorno alla stessa tavola convivevano idee opposte, appartenenze forti, visioni inconciliabili. Monarchici, socialisti, democristiani, repubblicani, post fascisti. Si discuteva, ci si accendeva, ma nessuno metteva in discussione il rapporto umano.
E sopra tutti vinceva quello che Tripoli definisce con una formula efficace: “il partito della nonna”.
Non un partito vero, ma una cultura del rispetto capace di ricordare che prima delle idee vengono le persone.
Una riflessione che arriva in un momento particolare per Patti.
Senza che la campagna elettorale sia ancora ufficialmente entrata nel vivo, il dibattito politico cittadino inizia già a produrre i primi movimenti, i primi posizionamenti, le prime letture del futuro, ma anche isterie segni di nervosismi latenti, insicuirezze caratteriali che emergono, affermazioni di ego ipertrofici. Ed è proprio in queste fasi che spesso si misura la qualità della politica e se ne compone la cifra.
Tripoli sembra lanciare un messaggio che va oltre gli schieramenti.
Un invito a non trasformare il dissenso in ostilità. A non confondere la critica con il disprezzo. A ricordare che una comunità resta tale solo se riesce a mantenere un linguaggio comune anche quando si divide sulle scelte.
Il riferimento ai social non è casuale.
Perché oggi il confronto pubblico non passa più soltanto dalle piazze o dalle sedi di partito, ma da bacheche digitali dove troppo spesso si crede che il consenso si misura in volume e non in contenuti.
Il rischio, Tripoli anche se non lo scrive lo lascia intendere, è che la politica diventi una gara a chi urla di più.
La risposta proposta da Tripoli va nella direzione opposta: riportare al centro il confronto, senza rinunciare alle idee ma senza perdere il rispetto.
Un tema che, inevitabilmente, accompagnerà anche Patti nei prossimi mesi.
Perché le elezioni arrivano e passano. Le amministrazioni cambiano. Ma una comunità che si abitua a considerare il vicino di casa un nemico politico rischia di perdere qualcosa che nessuna vittoria elettorale restituisce.
E forse il messaggio più interessante di questa riflessione è proprio qui: si può essere avversari alle urne senza smettere di essere concittadini il giorno dopo.
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