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POLITICA – Il socialismo nell’età del capitale apolide

di Vicky Amendolia (Vicesegretario vicario nazionale di Socialdemocrazia SD)

Governare la globalizzazione, contrastare il globalismo e ricostruire una forza socialdemocratica europea capace di interpretare il presente

La politica contemporanea, assorbita dalla quotidiana amministrazione del consenso, evita ormai con sistematica prudenza le questioni che potrebbero costringerla a scegliere. Tra queste ve n’è una decisiva: il passaggio dal capitalismo industriale, ancora riconoscibile nei suoi soggetti, nei luoghi della produzione e perfino nelle sue responsabilità sociali, a un capitalismo finanziario sostanzialmente apolide, nel quale il capitale si muove con straordinaria rapidità mentre i lavoratori, le famiglie e le comunità restano inevitabilmente legati ai territori.

Il capitalismo industriale, pur attraversato da conflitti profondi e da diseguaglianze spesso intollerabili, conservava una materialità politica. Aveva fabbriche, imprenditori, operai, città industriali, organizzazioni sindacali, interessi contrapposti ma identificabili. Il conflitto sociale possedeva luoghi, interlocutori e strumenti di mediazione.

Il capitalismo finanziario, invece, tende a sottrarsi alla geografia e, con essa, alla responsabilità. I capitali attraversano frontiere, ordinamenti fiscali e mercati in pochi istanti; il lavoro, al contrario, continua a dipendere da una città, da un salario, da una scuola, da un sistema sanitario, da una comunità nazionale. La finanza può scegliere dove risiedere; i cittadini molto meno. Ed è in questa asimmetria che si concentra una delle grandi ingiustizie del nostro tempo.

Occorre, tuttavia, distinguere con chiarezza la globalizzazione dal globalismo. La globalizzazione è un processo storico, tecnologico ed economico difficilmente reversibile, prodotto dall’innovazione, dalle comunicazioni, dall’interdipendenza dei mercati e dalla crescente mobilità delle conoscenze. Il globalismo è invece l’ideologia della deregolamentazione assoluta, secondo la quale ogni vincolo sociale, democratico o nazionale rappresenterebbe un ostacolo all’efficienza del mercato.

La globalizzazione deve essere governata. Il globalismo deve essere politicamente contrastato.

Pensare di abolire la globalizzazione sarebbe probabilmente velleitario; abbandonarla alle sole forze finanziarie sarebbe colpevole. Tra il sovranismo regressivo e l’accettazione passiva di mercati privi di limiti esiste uno spazio politico che la socialdemocrazia europea dovrebbe finalmente tornare a occupare.

È precisamente in questo spazio che il socialismo democratico ritrova la propria modernità. Non come nostalgica riproposizione di categorie novecentesche, né come attenuata amministrazione del neoliberismo, ma come capacità di riconciliare libertà individuale, giustizia sociale, innovazione e responsabilità collettiva.

La tradizione socialista riformista possiede, da questo punto di vista, una straordinaria attualità. Filippo Turati comprese che l’emancipazione non nasceva dal mito palingenetico della rivoluzione, ma dalla costruzione paziente dei diritti, delle tutele, dell’istruzione e della partecipazione democratica. Giacomo Matteotti dimostrò, con la propria vita e con la propria morte, che il socialismo perde la sua anima quando sacrifica la libertà.

Carlo Rosselli tentò di ricomporre socialismo e liberalismo, ricordando che la giustizia sociale senza libertà degenera nell’autoritarismo e che la libertà senza giustizia si riduce troppo spesso al privilegio dei più forti. Giuseppe Saragat seppe difendere l’autonomia socialista e la democrazia occidentale anche contro il conformismo di una parte della sinistra, quando opporsi al comunismo sovietico richiedeva ben altro coraggio rispetto alle odierne professioni di riformismo da salotto.

Quella tradizione non ci consegna un catechismo immutabile, ma un metodo politico: la difesa della persona, la gradualità delle riforme, il pluralismo, l’europeismo, il rispetto delle istituzioni democratiche e la capacità di unire il progresso economico alla giustizia sociale.

Anche il dibattito sui beni naturali, sui beni comuni e sui beni prodotti dall’ingegno umano deve essere sottratto tanto alla retorica quanto alle semplificazioni ideologiche.

Acqua, ambiente, territorio, salute e infrastrutture essenziali non possono essere considerati semplici merci, perché dalla loro disponibilità dipendono diritti fondamentali, coesione sociale e dignità della persona. Ma neppure la proprietà privata, l’impresa e il profitto possono essere trattati come colpe originarie.

Il punto non è sopprimere il mercato, bensì impedirgli di diventare sovrano. Non è demonizzare il profitto, ma distinguere quello prodotto dall’innovazione, dal lavoro e dal rischio imprenditoriale da quello generato dalla rendita, dal monopolio e dalla speculazione. Non è indebolire lo Stato, ma sottrarlo tanto alla colonizzazione degli interessi privati quanto alla tentazione burocratica, assistenziale e clientelare.

Uno Stato moderno non deve sostituirsi alla società, ma deve garantire che nessuna forza economica possa sostituirsi allo Stato. Deve assicurare concorrenza, diritti, servizi essenziali, infrastrutture, istruzione, salute, sicurezza sociale e pari opportunità. Deve creare le condizioni perché l’iniziativa privata produca sviluppo senza trasformare il successo economico in dominio politico.

Il nuovo umanesimo di cui tanto si parla non può dunque limitarsi a una dichiarazione morale, a un lessico edificante o a una generica invocazione della centralità della persona. Deve tradursi in istituzioni, norme e politiche pubbliche.

Occorrono istituzioni sovranazionali realmente democratiche, perché il capitale globale non può essere governato da Stati isolati e progressivamente più deboli. Occorrono politiche fiscali capaci di raggiungere i capitali mobili, superando la concorrenza al ribasso tra ordinamenti nazionali. Occorre tutelare il lavoro nelle piattaforme digitali, dove troppo spesso l’innovazione tecnologica viene utilizzata per restaurare forme di subordinazione che si credevano superate.

Occorre un governo pubblico dell’intelligenza artificiale, che ne favorisca lo sviluppo senza consegnare a pochi soggetti privati il controllo dei dati, delle conoscenze e delle decisioni. Occorre un’istruzione accessibile, permanente e capace di formare cittadini, non soltanto esecutori adattabili alle esigenze del mercato. Occorre infine difendere il merito insieme all’uguaglianza delle opportunità, perché il merito privo di opportunità diventa il nome elegante del privilegio, mentre l’uguaglianza senza responsabilità rischia di trasformarsi in livellamento e immobilismo.

Senza queste scelte, l’umanesimo rischia di diventare una parola tanto nobile quanto innocua. E le parole innocue sono ormai il prodotto più abbondante della politica italiana.

In questo quadro torna inevitabilmente il tema della diaspora socialista. La sua ricomposizione è necessaria, ma non può consistere nella semplice somma delle sigle, delle nostalgie e dei piccoli apparati sopravvissuti alla storia.

Una casa comune ha bisogno di fondamenta, non soltanto di molti inquilini. E le fondamenta devono essere chiare: libertà, europeismo, riformismo, garantismo, laicità dello Stato, giustizia sociale, cultura del lavoro, autonomia socialista e rifiuto inequivocabile di ogni totalitarismo, anche quando esso si presenti sotto insegne che pretendono di essere progressiste.

Non basta riunire ciò che è disperso. Occorre stabilire per quale progetto, con quale identità e verso quale società.

Il richiamo a “tornare a casa” può certamente suscitare emozione, soprattutto in quanti hanno vissuto la grande stagione del socialismo italiano. Ma occorre chiarire quale sia la casa alla quale si intende tornare.

Non può essere un museo delle glorie trascorse, nel quale celebrare Turati, Matteotti, Nenni, Saragat, Pertini e Rosselli senza trarne alcuna conseguenza politica. Non può essere un condominio litigioso nel quale ciascuno custodisce gelosamente la chiave della propria minuscola stanza, rivendicando una primogenitura che gli elettori hanno da tempo smesso di riconoscere.

Deve essere una forza politica nuova, europea e socialdemocratica, capace di parlare ai giovani, ai lavoratori, ai professionisti, agli imprenditori responsabili, al ceto medio impoverito e a quanti oggi non si sentono rappresentati né dal populismo né da una sinistra che ha talvolta sostituito la questione sociale con la rappresentazione compiaciuta di se stessa.

I giovani non possono essere convocati soltanto per ascoltare le memorie dei più anziani. Devono essere messi nelle condizioni di partecipare alla definizione di un progetto che riguardi il loro lavoro, la loro precarietà, l’accesso alla casa, la formazione, l’ambiente, la tecnologia, la natalità e il futuro del welfare.

I lavoratori non possono essere ricordati unicamente nei discorsi del Primo maggio, mentre durante il resto dell’anno la politica si occupa prevalentemente dei rapporti tra correnti, delle candidature e degli equilibri interni.

Gli imprenditori responsabili non devono essere considerati avversari di classe, ma interlocutori essenziali di un patto per lo sviluppo, purché accettino che la libertà economica comporta anche obblighi sociali, fiscali e ambientali.

Il socialismo democratico deve tornare a rappresentare chi produce, chi lavora, chi studia, chi rischia, chi crea e chi resta indietro. Non può limitarsi a difendere categorie già organizzate; deve dare voce a quanti non dispongono di rappresentanza, potere contrattuale e accesso ai luoghi nei quali si assumono le decisioni.

È per questa ragione che l’ipotesi di un Congresso costituente dell’area socialista, socialdemocratica, laica, liberale e riformista può rappresentare un’occasione storica, purché non venga ridotta all’ennesima operazione di ceto politico.

Un Congresso costituente degno di questo nome dovrebbe partire dalle idee, dalle scelte e dal progetto di società. Dovrebbe definire la collocazione europea e internazionale, il rapporto tra Stato e mercato, la politica industriale, la riforma fiscale, il governo dell’innovazione, la tutela del lavoro, la scuola, la sanità, la giustizia e il modello istituzionale.

Solo dopo dovrebbe occuparsi degli organigrammi.

In Italia, invece, si tenta spesso il percorso inverso: prima si distribuiscono le sedie, poi si cercano frettolosamente le idee necessarie a giustificarne l’occupazione.

Il socialismo potrà avere un futuro soltanto se saprà smettere di contemplare il proprio passato e tornerà a interpretare il presente. Non gli manca una storia gloriosa; gli manca, semmai, la volontà di trarne conseguenze politiche coerenti.

La storia può offrire radici, identità e insegnamenti. Non può sostituire un programma. E un partito che vive soltanto della propria memoria finisce inevitabilmente per somigliare a quei nobili decaduti che trascorrono le giornate raccontando la grandezza degli antenati, mentre il tetto del palazzo cade a pezzi.

Il socialismo italiano non ha bisogno di un’altra commemorazione. Ha bisogno di tornare a essere necessario.

Redazione Scomunicando.it

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