9 MAGGIO 1976 – Ulrike Meinhof non si è impiccata. L’hanno ammazzata
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9 MAGGIO 1976 – Ulrike Meinhof non si è impiccata. L’hanno ammazzata

Quarantanove anni fa, in una cella del carcere di massima sicurezza di Stammheim, moriva Ulrike Meinhof. Le autorità tedesche dissero che si era suicidata. L’autopsia, la commissione investigativa internazionale e la sopravvissuta Irmgard Möller dissero altro.

Una memoria necessaria, anche per ricordare i “suicidi” politici nelle carcere italiane

A quarantanove anni di distanza, la morte di Ulrike Meinhof resta una ferita aperta nella storia della Germania federale e della sinistra europea. Non perché le azioni della RAF vadano celebrate acriticamente — il dibattito sulla strategia armata è legittimo e necessario — ma perché un’esecuzione extrajudiziale mascherata da suicidio, in un carcere di uno Stato democratico, non può essere archiviata come questione chiusa. Ulrike Meinhof aveva trentanove anni. Era in attesa di processo. Aveva diritto a un’aula di tribunale, a una difesa, a una sentenza. Le fu negato tutto questo.

Quello che le fu dato, invece, fu una cella, il silenzio, e una storia da raccontare alla stampa la mattina dopo. Una storia con troppi buchi per reggersi in piedi. Come il cappio che, dicevano, le aveva stretto il collo.

E prima di raccontare questa storia un attimo necessita per soffermarci su quanti “suicidi” in Italia abbiamo contato, sia in carcere, negli anni di piombo, che durante gli arresti, a destra e a sinistra.

La versione ufficiale e i suoi buchi

La mattina del 9 maggio 1976, le guardie del carcere di Stammheim trovarono Ulrike Meinhof nella sua cella, alle 7:30. Morta da ore, dissero. Impiccata con strisce ricavate dall’asciugamano. Un piede ancora poggiato sulla sedia.

Il corpo fu rimosso in fretta. Nessun detenuto, nessun avvocato, nessun testimone indipendente poté vederlo.

La commissione investigativa internazionale che esaminò il caso smontò pezzo per pezzo la ricostruzione ufficiale con una precisione imbarazzante per chi quella storia l’aveva costruita. Il cappio era troppo piccolo per passare attorno alla testa di una donna adulta. La sedia aveva lo schienale davanti — nella posizione descritta, il passo nel vuoto sarebbe stato fisicamente impossibile. Alcuni testimoni interni al carcere riferirono di non aver visto alcuna sedia sotto al corpo.

L’autopsia parlò chiaro: le lesioni erano incompatibili con un suicidio per impiccagione. Erano compatibili con qualcos’altro.

Ulrike Meinhof fu assassinata. La messinscena del suicidio fu costruita male, forse deliberatamente, forse con la certezza dell’impunità. Quella certezza, in larga misura, si rivelò fondata.

Chi era Ulrike Meinhof

Prima di essere una prigioniera di Stammheim, Ulrike Meinhof era stata una delle voci più lucide e intransigenti del giornalismo critico della Germania occidentale. Giornalista, editorialista, intellettuale di rilievo — il suo percorso verso la militanza armata non fu improvviso né irrazionale, ma il prodotto di una riflessione politica che maturò nel corso degli anni Sessanta.

La Germania federale del dopoguerra era, agli occhi di Meinhof e di molti della sua generazione, uno Stato che non aveva fatto i conti con se stesso. La denazificazione era rimasta sulla carta. Le strutture del potere — la magistratura, la polizia, l’apparato burocratico, il mondo economico — erano popolate dagli stessi volti, dagli stessi nomi, dagli stessi meccanismi che avevano operato sotto il regime hitleriano. Il miracolo economico tedesco aveva coperto tutto con uno strato lucido di prosperità, ma sotto il lucido, per chi voleva guardare, c’era ancora la stessa sostanza.

È in questo clima che nel 1970 nasce la Rote Armee Fraktion — la Fazione dell’Armata Rossa, RAF. Il nome non è casuale: vuole collocare l’organizzazione dentro un orizzonte rivoluzionario più ampio, mondiale, che si riconosce in esperienze lontane ma percepite come parte dello stesso conflitto globale.

La RAF: struttura, connessioni, metodo

Fin dalle origini, la RAF cerca e costruisce connessioni internazionali. Con le Brigate Rosse italiane, con i Tupamaros uruguayani, con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina — che fornisce ai militanti tedeschi addestramento militare in Cisgiordania. Queste esperienze lasciano tracce profonde nell’organizzazione e nella sua teoria della guerriglia urbana.

La struttura a cellule di combattimento, mutuata in parte dal modello palestinese di Settembre Nero, garantisce compartimentazione e resistenza alla repressione. La teoria della guerriglia urbana, elaborata a partire dai teorici sudamericani, fornisce la cornice strategica. Il risultato è un’organizzazione che, nonostante la durezza della repressione statale, resterà attiva per quasi trent’anni — dal 1970 al 1998 — diventando una delle organizzazioni rivoluzionarie più longeve d’Europa nel secondo dopoguerra.

Stammheim: il carcere come arma

Al momento della sua morte, Ulrike Meinhof era detenuta a Stammheim in attesa del processo che, secondo ogni previsione, l’avrebbe condannata all’ergastolo. Con lei, nella stessa struttura, erano reclusi Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan Carl Raspe e Irmgard Möller — i principali quadri della prima generazione della RAF.

Le condizioni di detenzione a Stammheim erano state denunciate dagli avvocati della difesa e da organizzazioni internazionali per i diritti umani come una forma di tortura lenta: isolamento prolungato, privazione sensoriale, celle insonorizzate. Una pressione sistematica, metodica, che puntava alla destrutturazione psicologica dei detenuti.

Ciò che accadde il 9 maggio 1976 fu la conclusione di quel processo. Non un gesto disperato, ma un’esecuzione.

Il 1977 e gli altri morti

La storia non finisce con Meinhof. Il 13 ottobre 1977, nel pieno della crisi degli ostaggi legata al dirottamento del volo Lufthansa, Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe muoiono nelle loro celle di Stammheim. Anche in questo caso, la versione ufficiale parla di suicidio simultaneo. Anche in questo caso, le domande senza risposta sono numerose.

Irmgard Möller sopravvive — non «riesce» a togliersi la vita, secondo la narrativa ufficiale, nonostante quattro coltellate al petto. La sua sopravvivenza è preziosa: negli anni successivi, in un libro, racconta quello che ha vissuto e quello che sa. La sua testimonianza è uno degli elementi più scomodi per chi ha costruito e difeso la versione del suicidio collettivo.

9 Maggio 2026

Autore:

redazione


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