LE MAMME CHE NESSUNO VORREBBE – Ma che restano Mamme
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LE MAMME CHE NESSUNO VORREBBE – Ma che restano Mamme

Un viaggio ironico e inquietante tra le madri più discusse della storia

non l’assenza di amore materno, ma la sua forma più deforme e possessiva

C’è un paradosso che la storia non smette di proporci: alcune delle donne più feroci, più spietate, più discutibili che l’umanità abbia mai prodotto erano — prima di tutto e nonostante tutto — delle madri.

E in quella veste, spesso, rivelavano qualcosa di disturbante: non l’assenza di amore materno, ma la sua forma più deforme e possessiva.

Agrippina Minore — Roma, I secolo d.C.

Se esistesse un premio Nobel per il nepotismo materno, Agrippina lo vincerebbe a mani basse. Fece avvelenare un marito, complottò contro fratelli e rivali, manovrò con pazienza certosina per piazzare il figlio sul trono di Roma. Quel figlio era Nerone. Quando lui, diventato imperatore, decise che la mamma dava troppo nell’occhio, la fece assassinare. Lei, si racconta, aprì le vesti davanti ai sicari indicando il ventre: colpite qui, da qui è uscito un imperatore. Fino all’ultimo, una mamma orgogliosa del figlio. Anche se quel figlio stava mandandola a morire.

Caterina de’ Medici — Francia, XVI secolo

Tre figli re di Francia. Nessuno dei tre valeva granché. Caterina compensò orchestrando dalle retrovie una delle politiche più spregiudicate del Rinascimento, inclusa — secondo molti storici — la notte di San Bartolomeo, il massacro degli Ugonotti del 1572. Il tutto, dichiarava lei, nell’interesse della Corona. Ovvero: dei suoi figli. Era una mamma che avrebbe fatto di tutto per i propri bambini. Letteralmente di tutto.

Maria de’ Medici — altra Medici, stessa energia

Non contenta di essere regina, volle essere reggente, poi tornare al potere, poi di nuovo reggente. Suo figlio Luigi XIII la esiliò due volte. Lei tornò due volte. La terza volta non tornò più — morì in esilio, sola, praticamente al verde. Eppure aveva passato decenni a dire di fare tutto per il bene del figlio. Luigi, da parte sua, preferiva evidentemente una mamma a distanza di sicurezza.

Livia Drusilla — Roma, I secolo a.C./d.C.

Moglie di Augusto, madre di Tiberio. Secondo le cronache — e secondo Robert Graves, che le dedicò pagine memorabili — Livia avrebbe eliminato metodicamente chiunque si frapponesse tra il suo amato figlio e il trono imperiale. Nipoti, pronipoti, eredi designati: via, uno dopo l’altro, con quella discrezione che solo una grande signora romana sapeva garantire. Tiberio, diventato imperatore, la onorò tenendola il più lontano possibile. L’ingratitudine filiale, si sa, non conosce epoca.

Olimpiade di Molosso — madre di Alessandro Magno

Convinse il figlio di essere figlio di Zeus, non di Filippo di Macedonia. Alessandro ci credette — o fece finta di crederci, che è peggio. Dopo la morte di Alessandro, Olimpiade continuò per conto suo a fare fuori chiunque potesse minacciare la memoria del figlio o la sua stessa influenza. Fu infine catturata e giustiziata. Era una mamma convinta che il proprio figlio fosse letteralmente un dio. A voler essere generosi, si chiama amore cieco. A voler essere precisi, si chiama qualcos’altro.

Joan Crawford — Hollywood, XX secolo

Passiamo ai tempi moderni, dove le armi cambiano ma l’istinto no. Joan Crawford, diva assoluta del cinema americano, adottò quattro figli. Li amò a modo suo — un modo che la figlia Christina raccontò nel libro Mammina cara con dovizia di particolari non propriamente teneri. Grucce, punizioni, controllo ossessivo, un’alternanza di affetto e severità degna di un manuale di psicologia clinica. Crawford, dal canto suo, non avrebbe mai ammesso nulla. Era una mamma che voleva il meglio per i suoi figli. Il problema era la sua definizione di meglio.

Una conclusione, con rispetto

Quel che accomuna queste donne — al netto delle epoche, delle corone, dei crimini attribuiti o accertati — è qualcosa di inquietante e quasi commovente insieme: tutte, in qualche modo, erano convinte di agire per amore.

Di proteggere, di garantire, di assicurare un futuro. Il fatto che quel futuro prevedesse spesso cadaveri, esili o traumi psicologici è un dettaglio che la storia ha giudicato in modo diverso da loro.

L’amore materno, nella sua forma più pura, è la cosa più bella del mondo. Nella sua forma più distorta, è una delle forze più potenti e imprevedibili che la storia conosca.

Buona Festa della Mamma, comunque. Con giudizio.

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A proposito dei disegni utilizzati: 

La grafica è in formato A4 verticale, costruita su tre registri pittorici: In alto un pannello che evoca la Madonna col Bambino di tradizione rinascimentale — il manto blu, la veste rossa, l’aureola dorata, il paesaggio di colline sullo sfondo alla maniera di Raffaello. Al centro due pannelli affiancati: a sinistra il registro klimtiano — oro, ornamenti circolari, veste decorata, l’abbraccio avvolgente de Le Tre Età; a destra uno stile Liberty notturno — capelli fluenti che avvolgono il bambino che dorme, blu notte e viola, stelle sparse. Il tutto incorniciato da un bordo in stile incisione antica, su carta avorio, con un verso poetico e l’augurio finale.

La figura in blu porta dentro di sé quattro anime artistiche insieme: il volto è decostruito alla Picasso, con la simultaneità di profilo e frontale, gli occhi disassati, il naso visto da angolazioni diverse; la veste è klimtiana, con i cerchi e i rombi dorati che ornano il blu intenso come in Giuditta o ne Le Tre Età; il bambino incorporato nel grembo materno ha la purezza tonda e gli occhi-cerchio di Mirò; le figure fluttuanti, la capra sospesa, gli amanti nello spazio appartengono al cielo onirico di Chagall. Il fondo stratifica ocra, seppia, rosso e blu notte come strati di vernice sovrapposti nel tempo. Le radici in basso affondano nella terra come una metafora: la madre come origine, come suolo, come prima radice di ogni cosa viva.

Ed infine, una versione ancora più gestuale e astratta, orientarla su uno stile tipico di Frida Kahlo.

10 Maggio 2026

Autore:

redazione


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