Intervista realizzata da Giulia Quaranta Provenzano
Oggi la blogger Giulia Quaranta Provenzano ci propone un’intervista di approfondimento all’artista. Designer di gioielli in vetro,
sofisticati e gioiosi, è dal 2001 che Barbara Pole – in nome del suo amore per l’arte – vi si dedica con inesausta passione…
Buongiorno e ben ritrovata! So che per lei non è semplice descriversi (cosa che ben comprendo, in quanto anch’io ho una qual certa ritrosia nel farlo dacché mi pare riduttivo, limitativo e ingabbiante circoscrivere un’interiorità continuamente pensante e in ricerca di sé, di sensazioni, di emozioni, di conoscenza della Storia e di quello che circonda e non soltanto di ciò…), tuttavia vorrei citare queste sue parole: “Mi chiamo Barbara e sono una specialista del Bello. Ho concentrato la mia carriera alla ricerca della Felicità e della Gioia attraverso le mie opere, opponendomi strenuamente al cinismo e alla cattiveria. Il mio mondo è trasparente e fragile, fatto di vetro e di colori accessi. Fermamente convinta che l’arte sia dolce e divertente, penso che la si possa indossare e inserire nella propria casa per viverla e per ammirarla ogni giorno”. Se la sente di condividere con noi il suo percorso di vita, quello che più ha inciso nella sua formazione interiore – che immagino sia connotata dalla sincerità e da un’ima sensibilità e delicatezza/trasparenza e dal desiderio di vita e di esperire tutta la beltà nel mondo/colori accessi – prima ancora che artistica? “Buongiorno Giulia! Il piacere è tutto mio, mi sento veramente onorata di parlare con Lei! Certamente non è facile descriversi ma, comunque, cercherò di fare un tentativo. Ha ben citato le mie parole con le quali ho dichiarato chiaramente di detestare il cinismo e credo che – sia nel mio lavoro che nel Suo – non ci sia, infatti, spazio per i cinici. La mia passione per il disegno e per la pittura è sbocciata già nell’infanzia… anche se alcune volte, quando mi trovavo da mia nonna, non avendo né quaderni né tantomeno matite colorate e pennelli, creavo dei disegni sulla terra battuta (con dei bastoncini ricavati da sottili rami di lillà o sugli spazi vuoti nei libri ingialliti di mio zio). La mia voglia di dipingere è sempre stata tale che una volta tirai addirittura fuori, dall’armadietto dei medicinali, il violetto di genziana – che si usava come disinfettante – per decorare, dalla testa ai piedi, il corpo del fratellino di una mia compagna di giochi. Ai miei occhi era una vera opera d’arte vivente ma, visto che la tintura era molto difficile da togliere, la mamma del ragazzino si infuriò tantissimo. A scuola le mie piccole opere erano molto apprezzate dagli insegnanti tuttavia, questo fatto, non convinse i miei genitori a mandarmi in un liceo artistico. I miei studi furono pertanto quelli dedicati alla tecnologia della carta e successivamente alla ceramica e alle sostanze vitree. Nella mia città nativa, già a diciannove anni d’età, intrapresi un lavoro nel campo della ricerca e dello sviluppo per una nota azienda …non di meno, dopo lavoro, spesso mi dedicavo alla creazione di piccoli acquarelli e alla lettura della storia dell’arte e non soltanto di questa (ad esempio di Ernst Gombrich, di Bronislaw Malinowski, di Claude Lévi-Strauss, di René Dubos, di Zygmunt Bauman e di numerosi altri nomi illustri ancora). Nonostante non sia mai diventata una bibliotecaria, tale professione era una delle mie tre vocazioni di quando ero bambina e non ho mai smesso di leggere – passione, codesta, tramandata da mia nonna Helena. Ho sempre avuto una particolare predilezione per le trasparenze, quindi trovo l’acquarello parecchio adatto a rispondere alla mia or detta preferenza. Ho anche trasferito la mia pittura sul vetro, creando dei quadri di grandi dimensioni. Ho partecipavo a mostre, a concorsi artistici e ho collaborato con gallerie d’arte in Italia e all’estero. La mia passione per il vetro era ed è così forte che ne intrapresi pure lo studio a Urbino, dove ho acquisito altresì un metodo per trasmettere il mio sapere alle altre persone. Nel 2001 decisi di aprire la mia prima galleria d’autore a Soverato, lì periodicamente tenevo dei corsi di ceramica Raku e di lavorazione del vetro. È, tale periodo, quello in cui è nato il mio ciclo di quadri dipinti appunto sul vetro ispirati al libro“La vasaia gelosa” di Claude Lévi-Strauss – in cui l’antropologo, nel suo “racconto di meraviglie”, parla della nascita del pensiero mitologico americano e del passaggio dalla natura alla cultura. Poi continuai con un altro ciclo dal titolo <<Bestiario mitico>> e <<Bestiario marino>>…”. 
In un suo post su Instagram, nonostante quanto evidenziato poco fa, è comunque possibile leggere: “(…) Sono una persona alla costante ricerca della bellezza. Adoro dipingere e disegnare, il contatto con esseri umani provenienti da diverse parti del mondo e – grazie al mio lavoro – sono in tale contatto molto spesso. Mi piace molto lavorare con il vetro, forse perché la sua fragilità mi fa pensare alla mia… in fondo abbiamo tutti un punto di rottura e non dureremo per sempre. Il mio mondo, nel Sud Italia, è pieno di colori e di musica in sottofondo intervallata dal silenzio e dalla concentrazione certosina su tutto ciò che faccio. Detesto la TV, il mio frigorifero è sempre vuoto e le pile di libri accanto al letto mi aiutano a dormire meglio”. Per quello che concerne il punto di rottura, quando e da quale “goccia che ha fatto traboccare il vaso” è scaturito tale momento della sua esistenza caratterizzato in primis dalla rottura psicologica dell’equilibrio precedente da lei forse (pseudo) acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento, non più adeguati a far fronte alla situazione precedente il suo trasferimento in Calabria? “Penso che tutti arriviamo a un’età in cui – se siamo sinceri con noi stessi – ci rendiamo conto che ogni persona porta dentro di sé una certa “rottura”, dall’infanzia, a causa di talune relazioni o persino derivanti da sogni infranti. In Polonia avevo una vita equilibrata e un lavoro stabile e prestigioso, spesso ero a contatto con ingegneri di diversi Paesi europei… e, oltre a svolgere le mie mansioni nel laboratorio di ricerca e sviluppo, lavoravo per la mia azienda anche come interprete di lingua italiana (dopo diversi anni di studio all’Istituto di Cultura Italiana di Lodz). Nel 1992, una multinazionale mi propose di svolgere lo stesso lavoro che praticavo nella mia città presso la loro sede di Rotterdam. Sentii, però, che quella non era la mia strada e che avrei dovuto invece seguire la mia vocazione. Nel 1993, mi sono trasferita in Calabria ma mio marito non era pronto per vivere all’estero. Pian piano scoprii il Sud, tanto diverso dal Nord Italia che conoscevo in seguito ai miei numerosi viaggi lì. Le aziende come quella che era stata la mia non esistevano per l’appunto in Calabria e dunque, avendo molto tempo a disposizione, ripresi con la pittura. Costretta ad adeguarmi alla situazione, quello fu il momento perfetto per iniziare tutto da capo e per accettare la nuova sfida con me stessa. È stata durissima, però proprio la pittura divenne una forma di terapia per affrontare il mio stesso dolore e il dolore che vedevo intorno a me. Nel mio percorso ho sperimentato diversi materiali come la carta, la ceramica, i tessuti, gli oggetti abbandonati trovati in spiaggia ma quello che sento che mi rappresenta di più è il vetro”. 
Lei ha affermato: “Non mi piace la fretta, non mi piace sentire la pressione del tempo. Nel mio lavoro ogni cosa è fatta con tanta pazienza e dedizione, lentamente, passo dopo passo. Una passeggiata nel parco non è una corsa sfrenata, ma il tempo perfetto per rilassarsi e a volte trovare l’ispirazione. (…) Ogni opera creata nel mio studio sboccia lentamente, come un fiore, ché dall’idea alla realizzazione la strada è lunga …ma mi appaga godermi ogni passaggio – progettazione, taglio delle lastre di cristallo, pittura, applicazione degli elementi in rilievo, fusione”. Mi viene dunque in mente il termine italiano “ozio” che tanto spesso e per lo più oggi assume un’accezione negativa, ma che etimologicamente ha invece un significato positivo difatti deriva dal vocabolo latino otium che indica il tempo libero, il riposo, la vita privata e in alcuni casi anche un momento di inattività quale una tregua durante una guerra. Per gli antichi Romani il contrario di otium era negotium, che designava ad esempio l’impegno politico e gli affari commerciali. Le chiedo, ebbene, quale ritiene che sia stato il fattore scatenante che ha portato alla frattura tra passioni contemplative e fare pragmatico e ad allontanarsi pertanto da una concezione di positiva serenità nell’otium a favore, piuttosto, del mero agire come se non si possa giovare né a sé né agli altri esseri viventi dedicandosi alla riflessione – riflessione che, io in prima persona in quanto in primis Filosofa voglio sottolineare, non è sempre necessariamente disimpegno e nemmeno pigrizia. “Anche l’insegnamento degli antichi Greci suggeriva l’ozio come momento di presa di consapevolezza di sé e di cura del proprio essere al mondo. Viviamo in un Paese democratico, fondato sul lavoro, quindi l’organizzazione delle attività lavorative è componente fondamentale del nostro complesso sociale. Oggi la profezia di Rosa Luxemburg si è rivelata ossia la società capitalistica, originatasi con la mercificazione del lavoro, è diventata una società lavorista e dunque nientemeno che mercificata. Bisognerebbe riflettere sulla funzione appunto del lavoro e del consumo, sulla ripartizione delle risorse, sull’ecosistema e sulla questione del “fare” e del “creare”. Dal mio ozio nasce il flow creativo, che mi permette di essere una donna indipendente… Mi capita di dover correggere le persone e cioè, nel mio caso, non si tratta di produzioni ma di creazioni e non si tratta nemmeno di vendere ma di acquistare e non ho dipendenti bensì assistenti. Si dovrebbero ossia scegliere le parole con più attenzione, perché quelle giuste creano un mondo giusto. Dal filosofo Ludwig Wittgenstein ho imparato, prima di pensare, a riflettere”.
Nel suo atelier a Pizzo Calabro dà alla luce e sono esposti oggetti d’arredo come specchi, portaritratti, quadri, fiori, piantine di fichi d’India e gioielli quali anelli, collane, bracciali, orecchini e tanto altro ancora in cui unisce la pittura con acrilici a quella sul vetro che viene fuso. Ogni sua creazione è, inoltre, personalizzabile benché molte sue collezioni e linee nascano – citandola nuovamente – dall’ispirazione tratta da alcuni grandi artisti del passato (ad esempio da William Turner, Claude-Oscar Monet, Antoni Gaudì, Vincent van Gogh, Hilma af Klint, Gustav Klimt, Alfons Mucha, Wassily Kandinsky, Amedeo Modigliani, Salvador Dalì etc.) e dai colori rubati direttamente dalla tavolozza dei cieli e dei mari della Calabria. Ha poi spiegato: “(…) Quando eravamo piccoli, nostro padre si ingegnava di costruire tante cose ed era sempre impegnato a fare qualcosa. Quando gli domandavamo cosa stesse facendo, rispondeva <<Sto facendo la porta del bosco>>. Ovviamente, in seguito a questa risposta, la nostra immaginazione partiva all’istante. Adesso, dopo tanti anni, abbiamo creato insieme a mio fratello Darek le porte del mare!”. Ha piacere di raccontarci un po’ di queste vostre porte del bosco e di quelle del mare, quest’ultime che costituiscono l’affaccio alle vetrine e all’ingresso del suo studio, laboratorio e negozio in Via San Francesco n. 9/11? …E ha idea che si nasca quale “tabula rasa” o no e che l’ambiente geografico e la temporalità della propria fanciullezza ma non soltanto di questa e pure i primi input familiari che si ricevono in qualche maniera e misura influiscano – per aderenza o per antitesi – nella scelta del proprio percorso e per quello che riguarda il proprio modo di essere? “Si dice che i primi cinque anni di vita siano di fondamentale importanza per tutto il resto della nostra esistenza, perché creano un imprinting indelebile. Se ciò è vero, devo dire che il tempo trascorso da mia nonna materna è stato di fondamentale importanza. Nella casa della mia infanzia al profumo di pane si univa il ronzio delle api, il canto del gallo, il crepitio del fuoco. In estate al profumo proprio del pane si mescolava quello dei fiori di tiglio e dell’erba appena tagliata… mentre d’inverno – il profumo di pane – diventava più intenso, trasportato dall’aria fredda. Quando penso alla casa di nonna Helena, non posso non pensare ai giochi con i compagni e alla mie collane rosse di sorbo, ai diademi di fiori di campo e agli anelli fatti di paglia. Sento la nostalgia dell’amore, un amore che profuma di pane fatto in casa e che prende la sua forza dalla quotidianità. Credo che meditazioni sane insaporiscano l’intelligenza come un pizzico di sale insaporisce le pietanze. Ho un solo fratello con cui ho un bellissimo rapporto. Darek è un artista orafo e anche lui è molto creativo, la nostra collaborazione è molto significativa per entrambi. Penso che noi siamo ciò che ingeriamo e assimiliamo… siamo opera della natura, della cultura, dei profumi, dei sapori dimenticati e dei saperi dei popoli – e anche dell’aria, dell’acqua, della luce, dei suoni e delle parole. Ognuno di noi è la somma di tutto questo e altresì delle persone che abbiamo incontrato e dei libri che abbiamo letto. Mia nonna mi ha trasmesso l’amore per la lettura, inoltre la creatività dei nostri genitori – a me e a mio fratello – ci ha sicuramente aiutato a cercare le nostre personali soluzioni. Nostro padre costruiva “le porte al bosco” e noi due abbiamo costruito <<le porte al mare>>”.
Ha spiegato e so che ci tiene a sottolineare e ribadire che: “(…) Sono una designer, adoro lavorare con vetro-pennelli-alte temperatue e vivo nel Sud Italia. Il vento del destino mi ha portata fino alla punta dello Stivale Italia e non riesco più ad andarmene. Confesso che sono una ladra di colori, li rubo alle albe sul Mar Ionio e ai tramonti sul Mar Tirreno. La mappatura del mio cuore ha adottato questo posto per tracciare un percorso nuovo della mia vita. Credo che, sin dalla nascita, dipendiamo da tante persone e anche dai paesaggi che ci ospitano. La mia Calabria è una terra dominata dal turchese dei suoi due mari e dal fucsia della bougainvillea, sin dall’inizio la sua bellezza ha avuto una grande influenza su di me e sulla mia percezione dei colori. Da quando vivo qui il grigio è svanito dalle mie tele. Pian piano la mia pittura è diventata sempre più mediterranea. Dopo un po’ di tempo la carta che usavo in passato ha cominciato a non soddisfarmi più e l’ho sostituita col vetro grazie a cui i colori divengono luminosi, intensi e vibranti. (…)”. So altresì che le piace alzarsi presto, talvolta per l’appunto pure prima dell’alba e iniziare la giornata con una mezz’ora di meditazione tant’è che adora il mattino poiché considera ogni nuovo giorno un po’ come una tela bianca, che dipende da noi come la dipingeremo. Lei pensa che esista e ha fede nel destino e, se sì, inteso secondo quali termini? C’è qualche argomento specifico che l’appassiona ed entusiasma particolarmente affrontare – magari proprio in base al suo ieri e/o al suo oggi – e che, di conseguenza, traspone immancabilmente con piacere e inesausto interesse, impegno, nelle sue creazioni d’arredo e gioielli? “Da sempre sono dotata di una particolare sensibilità, le varie vicissitudini mi hanno insegnato a credere nel destino e ciò a cominciare dalla mia vocazione. Anni fa lessi “Il codice dell’anima” e “La forza del carattere” di James Hillman, due libri di estrema importanza per me (in cui tale scrittore parla del Genio e del Cuore, facendo spesso riferimento ai diversi filosofi greci tra i quali Plotino e Platone). Penso che – come in un’analisi fatta da Carl Gustav Jung – noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo e, se non la realizziamo, la nostra è un’esistenza sprecata. Penso poi che, nonostante tutto, sia possibile l’evoluzione dell’essere umano aldilà dell’agitazione della vita. È possibile sperimentare come una mente quieta, la consapevolezza del corpo e l’apertura del cuore possano essere riuniti per esprimere una presenza più autentica e armonica di se stessi e ciò nelle relazioni con gli altri e con il tutto che ci circonda. Per quanto riguarda gli argomenti che mi piace affrontare nel mio lavoro, oltre a esprimere la mia ammirazione per la bellezza della natura che ho intorno, c’è un tema in particolare che mi è caro e cioè la posizione della donna nella storia dell’arte. In collaborazione con mio fratello, ho concepito diverse collezioni di gioielli ispirate alle artiste del passato… a cominciare da Hilma af Klint scoperta per caso, nel 2013, al Museo Hamburger Bahnhof di Berlino. Rimasi letteralmente fulminata dalle sue opere e non riuscivo a comprendere il perché durante la sua vita non abbia esposto neanche uno dei suoi quadri astratti”.
Lei ha dichiarato: “La Bellezza è quello che suscita nel cuore delle persone un sentimento di armonia e di felicità. La beltà è qualcosa che pervade e che emoziona come quando ci troviamo di fronte a un quadro, a un tramonto, a un arcobaleno”. Opere d’arte considerate dalla Critica e dal pubblico nientemeno che capolavori ma che tuttavia sono cruente e/o molto tristi, perfino di aspra e inflessibile denuncia o quantomeno di sensibilizzazione verso tematiche poco liete, come sono collocate nella sua concezione del bello e dell’arte oppure non vi rientrano? In tutto ciò, non posso fare a meno di notare che lei è sempre molto sensibile e attenta alla Natura… che oso dire sia una delle sue predilette fonti di ispirazione in virtù della pace e geometria che vi sente e intravede insita. Natura e luce, mare e vita a partire da quella primordiale, che ritrovo nel turchese fino all’azzurro (non a caso il turchese è il colore della calma e della comunicazione, è gioia infusa da sensazioni di dolcezza e vitalità poiché la sua composizione unisce i benefici depurativi del verde a quelli rinfrescanti dell’azzurro) di molte sue creazioni in vetro trasformato dal calore di una lunga attesa prima di aprire il forno – lavoro questo che, come ripete sovente, le ha insegnato così la pazienza o sbaglio? “Ho cresciuto me stessa sui film di guerra e la lettura, non soltanto scolastica, prevedeva altresì delle testimonianze di Auschwitz, Birkenau, Treblinka. Anche la nonna, sopravvissuta alle due guerre mondiali, era un vivo libro di storia. Oggi viviamo in un mondo deformato dalle notizie piene di negatività e ormai è da anni che ho deciso di non guardare la TV, dove i telegiornali selezionano solo tragedie e atrocità perché creano più audience. Capolavori come “Guernica” di Pablo Picasso lo sono – capolavori appunto – indiscutibilmente, ma non appenderei mai a casa mia un quadro del genere. Nella mia arte ho bisogno di esprimere tutta la mia positività… chissà è forse, questo, un tentativo di ricreare un equilibrio. Preferisco infatti sfuggire proprio da tanta negatività – di cui spesso fa parte pure il vittimismo molto radicato nella mentalità di tante persone – e attingere dal ruscello che scorre nel mio Giardino Interno, per dare un messaggio di luce e gioia”.
Riportando ancora una sua frase, essa recita: “Non sempre il gusto va in una sola direzione. Capita di essere attratti alla stessa maniera dalle atmosfere antiche e da quelle moderne, da tinte accese e dal contrasto bianco-nero, dall’essenzialità e dall’ornamento. Spesso capita però che gli opposti si attraggano e la mescolanza di caratteri può dare luogo a elaborazioni personalissime. Un complemento d’arredo come lo specchio può diventare per eccellenza proprio un elemento che unisce stili diversi e rende unici e particolari gli spazi, nel mio atelier me ne occupo e mi ci dedico volentieri fondendo lo spirito del design italiano con il richiamo alla Storia dell’Arte e alla mia singolare pittura” [clicca qui https://instagram.com/barbarapoledesign?igshid=YmMyMTA2M2Y= per visionare il profilo IG di Barbara Pole]. A proposito di gusto, il buongusto invece cos’è per lei ossia di cosa è sinonimo dalla sua prospettiva e quali lineamenti ha, assume? “Possiamo dire che il gusto è intuizione… nel senso etimologico del termine, dal latino, “in-tueri” significa “guardare dentro, guardare in profondità”… ed è un compito senz’altro nobile quello di andare oltre la superficie per cogliere l’essenza più nascosta. Le culture hanno i propri gusti perché all’interno di comunità culturalmente omogenee ci sono sensibilità e tendenze comuni che determinano, di conseguenza, in modo condiviso, cos’è bello e cosa no. Mi piace osservare quanto veniamo costantemente influenzati, ormai da qualche secolo, dall’estetica giapponese e di tante altre culture. È, il tale, un fenomeno estremamente interessante. Il concetto dei miei bracciali “Dialogo” è nato in un museo in cui erano esposte opere di artisti molto diversi tra di loro, a prima vista mi avevano dato un’impressione di caos ma – contemplandole meglio e nel loro insieme – colsi poi la loro armonia. Non vidi, così, più il caos bensì ebbi la sensazione che le opere comunicassero tra di loro”.
Cosa l’emoziona in massimo grado del vedere in fotografia e sapere che le sue creazioni sono nelle case e sul corpo della gente e per quale motivo? E cosa le fa essere certa che i suoi gioielli non si indossino mai per caso, bensì per una scelta meditata e consapevole? …Immagino dato che lo ha scritto sui social [clicca qui https://instagram.com/barbarapolegioielli?igshid=YmMyMTA2M2Y= per visionare il profilo IG di Barbara Pole-Glass Jewelry], che la sua suddetta emozione derivi in buona parte dalla gratitudine per il tempo che i suoi clienti le dedicano venendo nel suo atelier nonché galleria d’arte – facendola, in tal modo, sentire utile. Ho, a questo punto, un’ulteriore curiosità ovvero se considera l’arte quale una sorta di almeno potenziale “consolatrice” e catartica sia per l’artista che per il fruitore dell’opera o se ha una differente opinione in merito. “Contemplando un’opere d’arte non siamo soltanto noi ad agire, ma anche le opere riescono a esercitare una loro “attività” nei nostri confronti ed è possibile arrivare a un’interazione emozionale con esse… come se l’opera risvegliata dal nostro sguardo, dalla nostra ammirazione, entrasse in una sorta di risonanza affettiva con noi – dando vita a un fenomeno energetico-emozionale molto simile allo stato che possiamo vivere nell’entrare in contatto con gli altri essere umani o con gli scenari della Natura. Un quadro, un disegno, un segno finiscono con il comunicare i messaggi di chi si è espresso e questo vale sia per l’autore che per il fruitore. Non posso non apprezzare i gesti di gentile attenzione nei miei confronti da parte dei clienti ché sono, per me, gioia allo stato puro perché mi fanno capire che quello che faccio è importante e significativo per qualcuno e fa sentire unico e speciale proprio quel qualcuno. Da giovanissima ho letto un libro che si è rivelato di fondamentale importanza per le mie scelte future e cioè “Elogio della diversità” di Réne Dubos. Provo grande felicità nel creare qualcosa che abbia un cuore, che sia unico in quanto ogni giorno ci sono sempre più cose che ci rendono tutti uguali e sempre meno quelle che riescono a sottolineare la nostra diversità”.
Sempre tramite social ha ammesso: “A volte noi uomini e donne ci sentiamo come dei pianeti solitari, distanti milioni di anni luce l’uno dall’altro, persi nello spazio e desiderosi della compagnia di altre stelle che si trovano in altri luoghi dell’Universo”. Ed ancora, ha continuato: “(…) Il vetro è un po’ come il cielo, cambia in base alla luce che riceve. Più lo osservi e più particolari ti svela, non smetterà mai di affascinarmi. (…)”. Secondo lei, cosa pone e porta a erigere muri tra individui? …e in una riflessione più ampia ulteriormente, vertente sulla Teodicea, la presenza del male non soltanto morale ma naturale – sebbene io sia a conoscenza del fatto che la lettura dei libri del biologo René Dubos sia stata decisiva per lei – non contraddice la teorizzazione di un Dio buono, onnipotente, onnipresente e onnisciente (poiché, ad esempio, il libero arbitrio non mi pare che giustifichi la morte di innocenti e taluni cataclismi naturali _ disastri naturali che, di nuovo, non è tanto raro che colpiscano persone che eppure sono impegnate in ambito ambientale a tutela della Terra e non solo di questa)? “Sono tanti i muri nel mondo globalizzato, che continuano a essere eretti… e sono muri innalzati principalmente dall’ignoranza perché, in fondo, svolgono soltanto un ruolo teatrale e non sono in grado di separare la ricchezza dalla povertà o di contenere flussi migratori. La presenza del male è sempre esistita ma ognuno di noi, impegnandosi nella propria evoluzione in quanto essere umano, può fare veramente molto di buono. Basta vedere quell’oramai piccolo gruppo di aborigeni australiani, che non hanno mai avuto né un Dio né un profeta e hanno sempre vissuto in perfetta armonia con la Natura”.
Infine, prima di salutarci, voglio ricordare una sua ennesima affermazione ossia <<I sogni ci rendono vivi, sono il nutrimento per la nostra fantasia e – se talvolta pensiamo di accantonarli per paura o per necessità – non dobbiamo mai dimenticare che ci permettono di sentirci unici, che sono il sale delle nostre emozioni. A prescindere dal fatto che sia un sogno grande o piccolo, non bisogna mai smettere di pensare che si possa realizzare …e per quanto alcuni possano sembrare irrealizzabili, vi assicuro che tutto in un momento può cambiare. Certamente ci sono alcuni periodi nella vita di ognuno di noi in cui li dimentichiamo nel cassetto ma poi, per fortuna, qualcuno ce li fa tirare fuori>>. Proprio la paura da cosa capita che si origini in lei e, per contro, il coraggio? Ci svela se attualmente ha un sogno inedito e chi è colui/colei che l’ha già supportata nel “partorirne” taluni? “Quanto ai sogni sono assolutamente d’accordo con l’utopia di Eduardo Galeano, ossia <<Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare>>. Confesso che l’ignoranza mi fa paura, perché è come una porta chiusa e dove non esiste un’apertura non ci può essere un dialogo e il coraggio è di andare oltre, di guardare l’orizzonte a testa alta… forse con un cappellino di nuvole candide?! È da un po’ di tempo che ho un sogno inedito, ma non posso rivelarlo… ché a volte sono un pochino superstiziosa. I sogni partono sempre da me stessa però, per fortuna, ho mio fratello e diversi amici che mi danno un grande supporto morale. Per concludere La vorrei ringraziare di vero cuore per il Suo interesse nei miei confronti, per tanta pazienza e attenzione che mi ha riservato. Nel mio percorso ho rilasciato diverse interviste, ma ritengo che la Sua sia la più accurata e interessante di tutte – succede, ciò, quando si vuole guardare oltre la superficie. Grazie”.







