TUTTO LIBRI – La benedetta vita di ogni giorno, di Tìndaro Niosi
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TUTTO LIBRI – La benedetta vita di ogni giorno, di Tìndaro Niosi

– di Tìndara Rasi –

Che cosa può esserci di “benedetto” in una quotidianità attraversata dalla malattia, dalla perdita, dalla precarietà, dalla fatica di vivere? È questa la domanda che ci si pone leggendo Benedetta quotidianità di Tìndaro Niosi, pubblicato da Carthago nel 2026. Il libro è giunto già alla sua seconda ristampa a pochi mesi dalla pubblicazione. Una domanda che nasce quasi naturalmente dalla biografia dell’autore, poeta e scrittore originario di Montagnareale, in provincia di Messina, e da una vita nella quale la sofferenza non è stata un tema da osservare a distanza, ma una presenza concreta, quotidiana, capace di incidere profondamente sulla sua stessa esistenza.

«Nella mia vita quotidiana, da sempre molto difficile e ostica da vivere, di benedetto, a un primo sguardo, c’è ben poco, apparentemente», ha detto Tìndaro durante un’intervista. E forse è proprio in quell’“apparentemente” che si apre la porta d’ingresso al libro.

La sua scrittura, sia quella poetica che quella di prosa, nasce infatti da una condizione esistenziale tutt’altro che lineare. «Convivo dalla nascita con un problema genetico, per il quale fino a qualche anno fa non esistevano cure efficaci. A causa di esso ho vissuto inferni personali, morti e rinascite continue». A questa esperienza si aggiunge la perdita del padre, morto per aneurisma cerebrale a soli quarantuno anni: «determinò un terremoto esistenziale nella mia vita e in quella della mia famiglia».

Ma Niosi non utilizza la propria biografia per costruire una retorica del dolore. Non cerca di trasformare la sofferenza in una storia esemplare, né di addomesticarla attraverso la scrittura. Piuttosto, la attraversa. La interroga. Cerca dentro di essa una sorta di grazia, di varco in tutte le sue opere poetiche: Kairòs kai topos (Kimerik 2010, premiato al Premio Rodolfo Valentino nel 2011), Novus cantus (Yorick 2012, dedicato alla follia), Ditirambi meridionali (BookSprint 2019, raccolta di brani e poesie sulla Sicilia). E anche nel libro di narrativa di genere memoir Parole di un ex monaco (Amazon 2020), come in Benedetta quotidianità appena uscito e già ristampato.

In tutti, il centro più profondo delle riflessioni si situa nella convinzione che il limite, anziché rappresentare soltanto una privazione, possa configurarsi invece come soglia. «L’essenza della vita è nascosta proprio dentro il limite e la finitezza, e solo grazie a questo sia possibile accedere alle porte di una percezione superiore del reale», afferma Niosi. Il limite non è soltanto ciò che ci manca. È ciò che ci costringe a guardare diversamente.

Viene spontaneo pensare a Leopardi: la sua non fu a una sofferenza semplicemente celebrata, ma la consapevolezza che la conoscenza si possa aprire anche a partire dal limite. La decreazione come condizione dello sguardo e come possibilità dell’oltre sguardo. L’ultimo suo lavoro, Benedetta quotidianità, che si può a buon diritto definire un testo di prosa poetica, non è infatti solo un’autobiografia, con rimandi ai nonni e alle loro vicende esistenziali, radici di linguaggio e di esperienza anche per Niosi. È piuttosto una geografia interiore, una mappa spirituale composta per frammenti. Un appuntarsi ricordi e impressioni di getto, senza l’idea iniziale di diventare libro. Per cinque anni Niosi ha affidato alla carta e a Facebook brevi pensieri, commenti, osservazioni: alcuni legati tra loro, altri nati da un evento, da un incontro, da una circostanza del momento.

«Una forma terapeutica, una catarsi, erano diventati i miei scritti, privi di un obiettivo. Non pensavo a scrivere un libro. Pensavo a raccontare nel chiuso dell’anima, a parlare ad alta voce, per ricordarmi di chi fossi», racconta.

Il libro, dunque, è nato dopo la scrittura. Prima , per cinque lunghissimi anni, ci sono stati i frammenti, le schegge di esperienza, le parole appuntate quasi per necessità; solo in seguito è arrivata la consapevolezza che quei frammenti potessero intessersi in una possibile forma d’insieme.

È qui che è entrato in gioco il lungo lavoro con il curatore Alexandro Max Cantello, durato due anni e mezzo. «Il materiale era tantissimo», ricorda Niosi, e racconta un lavoro di editing «paziente, attento, meticoloso». Un lavoro necessario per dare forma a una materia che, per sua natura, non voleva essere completamente ordinata.

La struttura definitiva conserva infatti qualcosa della frammentarietà originaria: ricordi familiari, racconti di viaggio, immagini della Sicilia, riflessioni filosofiche e spirituali, episodi apparentemente minimi convivono senza appartenere a un unico genere. Il libro procede per accostamenti, ritorni, deviazioni. Ma sotto questa apparente miscellanea esiste un centro, una domanda che continuamente riaffiora. «Credo nel Tutto dentro il frammento, nella contraddizione e negli opposti, dai quali nasce la verità», dice Niosi. E ancora: «La disarmonia per me è pane quotidiano […]. L’ostacolo e il problema, la lotta per la sopravvivenza e per soddisfare bisogni primari, sono la mia pelle, la mia carne e le mie ossa spirituali».

Sono parole che spiegano anche perché la spiritualità di tutte le sue sillogi poetiche e dei suoi libri non rimanga sospesa in una dimensione astratta. Il corpo è sempre lì. Prima ancora della metafisica ci sono la fame, il lavoro, il denaro, la malattia, la perdita, la casa, la famiglia. E proprio dentro questa materia concreta, Niosi cerca il trascendente. Il sacro, in definitiva, non arriva dopo la vita per riscattarla. Si trova già dentro la vita.

È questa la ragione per cui la parola “quotidianità” di quest’ultimo lavoro artistico assume un peso così forte nel titolo. «La mia liturgia non si svolge dentro le chiese, ma dentro la quotidianità», afferma l’autore. E aggiunge: «Per questo l’ho chiamata ‘benedetta’, per dire che il divino si cela lì dove non ti aspetti, dove non lo crederesti possibile».

La sua è una spiritualità delle piccole cose, di ciò che normalmente rischia di passare inosservato. «Il misticismo lo trovo in filigrana nelle cose considerate dai più come insulse». E allora il limone che cresce nel cortile, il minestrone preparato dalla madre, il caffè preso all’alba al bar del fratello, il vino bevuto con il nonno smettono di essere semplici dettagli domestici, diventano epifanie. «Per molti sono cose insignificanti, per me sono una manifestazione divina», spiega Niosi. Una quotidianità che è anche poetica perché guardata fino in fondo.

Anche l’elencazione, frequente nella scrittura dell’autore, assume allora un valore particolare. Piatto, doccia, letto, acqua, bacio. Oggetti e gesti si susseguono come in una litania laica e insieme religiosa. Il ritmo poetico nasce dalla materia stessa delle cose. Il sacro passa attraverso la materialità, attraverso ciò che tocchiamo, mangiamo, beviamo, abitiamo.

E la litania non si interrompe quando arriva il dolore. Anzi, proprio allora si fa più necessaria.

Bisogna saper «dire grazie [anche] per le ferite ancora aperte, per il dolore forte di una recente perdita, per la persona che se n’è andata, e per quella che arriverà». Non c’è, in questa affermazione, una celebrazione della sofferenza. Benedire una ferita non significa dichiararla buona. Significa piuttosto impedirle di diventare l’unico significato possibile dell’esperienza.

La fede di Niosi, infatti, non è una fede definitivamente pacificata. È una fede che interroga ancora e che ancora si confronta con il buio. «La fede spesso è oscurità assoluta, controsenso, assurdità di fronte al reale […]; Dio non è un rimedio, né una consolazione […]; è una presenza che rende possibile, contro ogni evidenza razionale, l’impossibile». Non c’è dunque una certezza di tranquillità. Qualcosa resta sempre aperto dentro la domanda di senso primigenia.

«Paradossalmente vado più d’accordo con gli atei e gli agnostici», confessa Niosi. «La vera poesia del quotidiano la trovo nelle domande aperte senza risposta».

È una delle contraddizioni più interessanti del volume. Un autore profondamente cristiano riconosce una forma di prossimità proprio in chi non condivide la sua fede. Perché ciò che conta, prima ancora della risposta, è la disponibilità a interrogarsi dentro una forma di relazione sana. Relazione è una delle parole impegnate di questo libro.

«Dio è il sorriso oltre le paure, il compagno di viaggio», dice Niosi. E quel compagno di viaggio prende forma concreta nelle persone e negli incontri: «Lo trovo nell’amico che rivedo una volta l’anno, in mio nipote quando ride, nella mia compagna quando scrive poesie, nel bicchiere di vino bevuto con mio nonno».

L’Altro diventa così una delle possibili vie verso l’infinito. «L’Altro è la porta che mi conduce all’infinito».

Non è difficile comprendere quanto questa dimensione relazionale sia legata alla sua esperienza. Le puntate migrabonde nell’Europa orientale, il volontariato, l’incontro con persone fragili, il contatto con la comunità rom, il confronto con culture differenti: tutto concorre a una lunga esperienza di attraversamento dei confini. Confini geografici, culturali, religiosi, ma anche interiori.

Niosi chiama inoltre a raccolta i propri compagni di viaggio spirituali e filosofici: Eraclito, Nicodemo, Sant’Agostino, San Francesco, Giovanni Paolo II, la tradizione monastica orientale. Attraverso di loro torna una delle questioni fondamentali del libro: come abitare i contrari senza cancellarne nessuno?

«La vera gioia sorge dal pianto, dall’intreccio del giorno e della notte, della luce e del buio, del bene e del male», dichiara. E racconta: «Spesso ho vissuto intermittenze di luce, non luci piene. E quegli attimi sono bastati per sentirmi felice».

Forse è proprio l’intermittenza, più della luce piena, a definire la sua esperienza. Non una salvezza definitiva, non una risposta che chiuda il discorso, ma piccoli lampi capaci di attraversare le notti oscure.

Anche la lingua del volume sembra obbedire a questa logica. Al pari del grande poeta dialettale Albino Pierro, vissuto a Tursi in provincia di Matera, anche Tindaro Niosi utilizza con maestria il dialetto e il fraseggio quotidiano. Ma il racconto familiare, concreto e fortemente domestico, poi si innalza improvvisamente anche verso la riflessione filosofica o spirituale. I due registri non si escludono. Al contrario, sembrano cercarsi. La lingua quotidiana e quella metafisica sono, in Niosi, due facce dello stesso mondo. È questo continuo passaggio tra il basso e l’alto, tra il gesto domestico e la domanda sull’essere, tra la terra e il cielo, a dare al libro la sua particolare fisionomia. La scrittura parte dalle cose e cerca ciò che nelle cose rimane nascosto. Cerca il cielo senza smettere di avere i piedi per terra, il tutto con grande lucidità e rigore.

Anche i vivi e i morti finiscono così per abitare lo stesso spazio della memoria, uno spazio insieme comunionale e relazionale. Chi è scomparso continua a vivere nelle parole, nei gesti, nelle abitudini, negli oggetti che ha lasciato. Non è una vittoria sulla morte: nulla, nel libro di Niosi, pretende di sconfiggerla. È piuttosto un modo per non consentire alla morte di cancellare ancora una volta la relazione.

«Credo di essere riuscito a chiamare ‘benedetta’ la mia ‘quotidianità’ grazie al saper vedere, sotto l’involucro pessimo, l’invisibile meraviglia», commenta Niosi.

Non si tratta, allora, di cambiare necessariamente il mondo, né di negarne le ferite. Si tratta di imparare a guardarlo. Di modificare, nel tempo che ci è dato, la qualità dello sguardo. E attraverso quello sguardo, modificare anche il modo di abitare la propria vita.

E in questa prospettiva anche la Sicilia, terra concreta e insieme mitica, diventa una figura dell’intero libro: un luogo nel quale la vita può apparire aspra, contraddittoria, persino dolorosa, ma nel quale proprio per questo diventa necessario osare.

«Qui su quest’isola di dèi, non è cosa buona morire senza avere osato almeno una volta vivere senza alcun rimpianto» (in Benedetta quotidianità a p. 123).

È quindi questa, in fondo, la sfida più autentica del libro di Niosi: imparare a chiamare benedetta non una vita senza dolore, ma una vita quotidiana e minuta, capace di riconoscere – persino dentro il dolore – una possibilità di meraviglia senza appesantimenti paneretici.

Il nuovo libro è presente al link https://www.carthago.it/product/benedetta-quotidianita/

Tìndaro Niosi è uno scrittore pluriedito e un poeta, originario di Montagnareale (ME). Dopo gli studi universitari in filosofia e teologia presso il seminario cattolico, ha fatto parte dei Frati Minori Rinnovati e dell’Arca di Lanza del Vasto, comunità gandhiana di ispirazione cristiana. A Bucarest ha praticato l’esicaismo ortodosso; è diventato volontario presso il Centro Don Orione per bambini con disabilità; e successivamente a Bradet, in Romania, coordinatore per l’associazione Il Giocattolo a contatto con la comunità rom di Anina. Con Irina Stefanescu ha fondato il tour operator Irene Travel per promuovere la Sicilia nell’Est Europa.

Tra le sue opere poetiche: Kairòs kai topos (Kimerik 2010, premiato al Premio Rodolfo Valentino nel 2011), Novus cantus (Yorick 2012, dedicato alla follia), Ditirambi meridionali (BookSprint 2019, raccolta di brani e poesie sulla Sicilia). Parole di un ex monaco è invece un memoir (Amazon 2020), presentato al Gran Galà della Cultura e della Legalità, patrocinato da Nicola Gratteri, a Taormina.

Benedetta quotidianità pubblicato quest’anno da Carthago edizioni, è stato curato da Alexandro Max Cantello, con contributi di Guido Guidi Guerrera e Carmelo Zaffòra.

Alcuni brani dei suoi testi sono stati letti in diretta su Canale Italia. In occasione del Maggio dei Libri 2022 l’evento La barca sul fiume gli è stato espressamente dedicato dalle associazioni siciliane Inula e Nur. Nel 2025 ha partecipato nuovamente al Maggio dei Libri promosso sempre dal MIC con l’evento Amarcord siciliano, al quale ha partecipato anche il regista Fabio Bagnasco.

Tìndara Rasi, giornalista, scrittrice, critica letteraria

14 Ottobre 2026

Autore:

redazione


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