CONSIDERAZIONI BORDO PISTA -L’aeroporto dei miracoli
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CONSIDERAZIONI BORDO PISTA -L’aeroporto dei miracoli

di Aretusa

In Sicilia, quando nell’aria si sente profumo di elezioni, non fioriscono soltanto le zagare.
Fioriscono anche gli aeroporti. Spuntano all’improvviso, tra una conferenza stampa e una promessa, come certe apparizioni mariane: nessuno li ha mai visti davvero, ma tutti giurano che porteranno salvezza.

E non è forse curioso che certi miracoli pseudo salvifici vengano prospettati proprio mentre già si avverte il rumore di fondo della lunga vigilia elettorale regionale, tra chi scommette su un voto anticipato e chi giura sulla scadenza naturale del 2027?

L’ultimo prodigio si chiama aeroporto del Mela.

Anzi no, pardon: Aeroporto Intercontinentale del Mediterraneo.

Perché ormai la misura è considerata una forma di disfattismo. Non basta più immaginare una pista utile a collegare Messina con il resto del mondo conosciuto. No. Bisogna sognare in grande: cargo, voli intercontinentali, hotel a cinque stelle, outlet, cliniche, fotovoltaico, migliaia di posti di lavoro e, forse, anche qualche cammello per rendere più credibili le rotte verso Oriente.

Il tutto in una terra che non riesce a garantire treni dignitosi, strade decenti, servizi efficienti e una politica industriale appena riconoscibile.

Ma si sa. Quando il presente cade a pezzi, la politica siciliana non lo ripara: lo copre con un rendering, lo battezza “strategico” e lo serve caldo alla vigilia delle elezioni.

C’è però un dettaglio volgare, di quelli che rovinano sempre le favole: difficilmente il sogno potrà diventare realtà. Perché? Lo spazio. O meglio: la sua mancanza.

Un aeroporto non è una riga d’asfalto stesa come una tovaglia sulla Piana del Mela. Una pista da quattro chilometri, destinata ai grandi vettori, richiede molto più della pista: fasce di sicurezza, aree di fine pista, vie di rullaggio, terminal, piazzali, parcheggi, servizi tecnici, antincendio, viabilità, raccordi, zone libere da ostacoli e vincoli aeronautici su tutto ciò che le sta intorno.

Già la sola fascia essenziale pista-sicurezza, secondo i parametri tecnici, arriva a occupare circa un milione e quattrocentomila metri quadrati. E questo prima ancora di aggiungere tutto il resto: terminal, cargo, parcheggi, strade, raccordi, servizi, aree commerciali, impianti e mirabilia varie.

Ora, nella Valle del Mela non esiste una prateria vuota, continua, libera, pianeggiante e disponibile, pronta a farsi aeroporto intercontinentale per decreto dell’entusiasmo. Esistono Comuni, case, strade, proprietà private, insediamenti, aree industriali, campagne, vincoli, attività e una geografia reale che ha il pessimo vizio di non piegarsi ai comunicati stampa. Insomma, non basta prendere qualche particella catastale, soffiarci sopra un po’ di retorica e chiamarla “hub intercontinentale”. Bisogna dimostrare che quei terreni siano continui, idonei, liberi, compatibili, autorizzabili. E, soprattutto, sufficienti.

Dettagli noiosi, certo. Ma purtroppo gli aerei, a differenza dei voti, non decollano sulle suggestioni.

E qui la faccenda smette perfino di essere comica. Perché chi parla di aeroporto, chi lo presenta come possibile, imminente, salvifico, non può non sapere tutto questo. Non può ignorare che un’infrastruttura del genere non si posa sul territorio come un gazebo elettorale: lo attraversa, lo vincola, lo consuma, lo trasforma.

Dunque delle due l’una: o non sanno di cosa parlano, ed è preoccupante; oppure lo sanno benissimo, ed è peggio.

Perché allora non siamo più davanti a un sogno, ma a qualcosa che somiglia pericolosamente a un raggiro consapevole: un fumogeno pre-elettorale lanciato sugli occhi dei cittadini, mentre sotto la cenere potrebbero già scaldarsi appetiti, interessi e terreni.

La domanda, a questo punto, non è più soltanto se l’aeroporto si farà.

La domanda è: a chi serve parlarne adesso?

A Messina, città che da anni sembra vivere in una specie di coma amministrativo assistito?
A una Città metropolitana che avrebbe dovuto produrre sviluppo e invece produce, con invidiabile costanza, rassegnazione?
A un territorio dove si è lasciata morire l’economia reale e ora si pretende di resuscitarla con un aeroporto da Mille e una notte?

Gli aeroporti non sono amuleti magici. Non basta piantare una pista nella Valle del Mela perché atterrino ricchezza, turismo, impresa e civiltà amministrativa.

Se un territorio non ha servizi, manutenzione, infrastrutture, programmazione, accoglienza e classe dirigente, l’aereo può anche arrivare.

Il problema è capire perché dovrebbe fermarsi.

Naturalmente, parliamone pure. Ma senza turiboli. Vogliamo numeri, carte, investitori veri, autorizzazioni, sostenibilità, studi indipendenti, compatibilità ambientale e industriale. Non l’ennesimo comunicato imbottito di futuro come un tacchino natalizio.

Con una novità inquietante: stavolta bisogna quasi augurarsi che resti fumo.

Perché se il fumo diventasse pratica, se dalle parole si passasse ai primi atti, alle prime pressioni, alle prime trasformazioni, il territorio rischierebbe di pagare il conto di un’opera che, proprio per elementari ragioni di spazio, appare già oggi più fantastica che futuribile.

E allora forse il vero miracolo non sarebbe costruire l’aeroporto del Mela.

Il vero miracolo sarebbe impedire che, in suo nome, qualcuno cominci a devastare il territorio, la terra, le aspettative e il buon senso.

Perché qui non siamo davanti a un decollo.

Siamo davanti all’ennesima pista elettorale: lunga abbastanza per far correre la propaganda, troppo corta per far volare la realtà.

 

26 Aprile 2026

Autore:

redazione


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