L’OCCHIO DI ARETUSA – Il franchising del consenso e la democrazia col ciclostile
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L’OCCHIO DI ARETUSA – Il franchising del consenso e la democrazia col ciclostile

Liste a grappolo, firme evaporate e simboli usati come grimaldelli: il nuovo prodigio elettorale del populismo narcisistico messinese.

di Aretusa

C’è un punto in cui la furbizia smette di sembrare intelligenza e comincia a somigliare a un becero vizio. Accade quando l’eccezione diventa sistema, il sistema diventa arroganza e l’arroganza pretende perfino di essere applaudita come sostegno alla partecipazione democratica.

A Messina, Barcellona Pozzo di Gotto, Milazzo e Giardini Naxos pare si sia evoluto un nuovo genere politico, negli ultimi anni espresso pallidamente in nuce: non il partito, non il movimento, non la lista civica.

La lista a grappolo. Una creatura elettorale che si riproduce per gemmazione: un simbolo qui, una sigla là, una “civica” di contorno, un nome sentimentale, una spruzzata di territorio, un richiamo grafico ben piazzato ed ecco servita l’ennesima creatura della grande incubatrice furbesca del consenso.

A Messina il prodigio ha assunto proporzioni da kolossal: quindici liste al Consiglio comunale, sessantuno alle circoscrizioni, oltre mille candidati. A Barcellona Pozzo di Gotto, cinque liste a sostegno di Melangela Scolaro. A Milazzo, quattro per Laura Castelli. A Giardini Naxos, invece, la sceneggiatura si è fatta quasi pedagogica: liste, firme inseguite, simboli ritoccati, lenticchie grafiche comparse e scomparse come nei giochi di prestigio delle fiere di paese.

Non siamo davanti a un episodio. Siamo davanti a un metodo. E il metodo, diciamolo con delicatezza, non profuma esattamente di lavanda istituzionale.

Il cittadino ingenuo continua magari a pensare che una lista sia una cosa seria: persone, identità, programma, radicamento, forse perfino un’idea. Che tenerezza. In certi opifici elettorali la lista non è più una comunità politica: è un imballaggio. Cambia il nome, cambia il colore, cambia il fiocco, ma dentro il pacco resta sempre la stessa merce: un franchising del consenso con insegne diverse e cucina centrale unica.

Poi ci sono le firme. Quelle fastidiose reliquie della democrazia materiale. Costringono a uscire per strada, incontrare cittadini veri, spiegare perché si esiste, chiedere una sottoscrizione, dimostrare un minimo di consistenza. Un supplizio, per chi preferisce la politica in modalità “duplica file”.

Naturalmente la legge siciliana prevede casi di esenzione per i partiti rappresentati all’Assemblea regionale. Nessuno lo nega. Ma proprio perché la norma esiste, va letta per ciò che dice, non per ciò che fa comodo farle dire, violando la ratio delle norme elettorali.

L’articolo 7 della legge regionale n. 7 del 1992, come modificato dalla legge regionale n. 35 del 1997, esonera dalla raccolta firme i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare all’ARS o che abbiano ottenuto almeno un seggio alle ultime elezioni regionale, ciò per evitare che un soggetto politico già rappresentativo, già passato dal vaglio del voto popolare, debba dimostrare ogni volta la propria esistenza con una nuova raccolta di sottoscrizioni, ma questa esenzione non può essere trasformata in una fotocopiatrice elettorale.

Non può diventare il salvacondotto per una serie di liste formalmente distinte, civiche nel nome, autonome nell’apparenza, ma ricondotte all’ombrello del partito solo quando serve evitare la fatica delle firme. Perché, se una lista ha un nome proprio, candidati propri, una funzione propria e un proprio spazio sulla scheda, allora deve dimostrare anche una propria consistenza democratica.

Qui sta la forzatura. Non nell’esistenza dell’esenzione, ma nel suo uso elastico, seriale, moltiplicato. Una norma pensata per riconoscere la rappresentatività di un partito viene stirata fino a coprire grappoli di liste satelliti. È come prendere una chiave di casa e usarla come grimaldello per aprire tutto il condominio. La rappresentatività non è una presa multipla. Non si attacca un partito alla corrente dell’ARS per alimentare quindici lampadine a Messina, cinque a Barcellona, quattro a Milazzo e varianti assortite altrove, pretendendo pure che nessuno senta puzza di bruciato.

È la politica del “metti un simbolino e passa la paura”. Un contrassegno in un angolo, una scritta minuscola, una benedizione grafica, e la lista, prima anonima creatura elettorale, diventa improvvisamente nobile, redenta, purificata dal disturbo delle firme. Una specie di indulgenza plenaria da scheda amministrativa, che viola, attraverso questa interpretazione estensiva e distorta della normativa,  i più elementari principi democratici e le pari opportunità tra le forse politiche e civiche, falsando oltremodo il risultato elettorale.

Una lista, se è distinta, dovrebbe dimostrare di essere distinta davvero. Se ha nome suo, candidati suoi, ambizioni sue, funzione sua e magari perfino promesse sue, non può vivere come satellite travestito da pianeta. Soprattutto mentre gli altri raccolgono firme, autenticazioni, moduli, scadenze, controlli e rischi di esclusione.

Le liste sono state ammesse. Bene. Questo è il dato formale e non può che produrre meraviglia (se non sconforto) il fatto che qualche burocrate (forse non proprio attento) non si sia reso conto della discrasia. Ma il fatto che una cosa passi da una porta non significa che non lasci fango sul pavimento. La forma può reggere oggi e diventare materia di contenzioso domani. Anzi, c’è da ipotizzare che, chiuse le urne e contati i voti, possano fioccare ricorsi, memorie, eccezioni, sospensive, udienze e facce scandalizzate di chi scoprirà all’improvviso che la legge elettorale non è solo arredamento da conferenza stampa.

Perché le elezioni, quando vengono costruite con troppi artifici, raramente finiscono al seggio. Spesso proseguono davanti ai giudici amministrativi. E lì, di solito, le dirette social servono meno dei documenti. Si vedrà. Ma intanto il problema politico è già enorme.

Perché qui non c’è solo una questione di firme. C’è una questione di stile, di misura, di decenza democratica. C’è l’idea che la competizione elettorale possa essere trasformata in un’operazione di saturazione: più liste, più candidati, più famiglie mobilitate, più telefonate, più promesse, più piccoli eserciti da mettere in campo. Non pluralismo: occupazione degli spazi, anzi ingombro.

Ogni lista è una macchina di consenso. Moltiplicarle significa moltiplicare le truppe. Se tutti partono dalla stessa linea, benissimo. Ma se qualcuno corre con la cavalleria e gli altri con la bicicletta del nonno, forse non siamo più davanti a una gara: siamo davanti a una presa del potere con accompagnamento di modulistica.

E tutto, naturalmente, avviene “per il popolo”. Il popolo viene evocato, fotografato, abbracciato, arruolato, sventolato come una bandiera nei comizi. Ma il popolo vero resta nei quartieri senza servizi, nelle strade dissestate, nei trasporti insufficienti, nelle famiglie senza lavoro, nei giovani che preparano la valigia mentre qualcuno prepara l’ennesima lista.

Poi c’è il tono. Perché il metodo si accompagna sempre allo stile: politica urlata, scomposta, muscolare, con la vena sul collo e il dito puntato. Una politica che non argomenta: aggredisce. Non spiega: accusa. Non costruisce: ammannisce filippiche. Ogni critica è complotto, ogni dubbio tradimento, ogni regola intralcio, ogni istituzione non allineata nemica del popolo.

È il populismo da palcoscenico, con comizio incorporato e indignazione a gettone per attrarre l’attenzione dei media. Una recita permanente in cui la città diventa fondale, il cittadino comparsa e la democrazia un utensile da usare finché serve.

A chi pensa di votare queste liste andrebbe posta una domanda semplice, quasi crudele: davvero basta un nome civico cucito addosso, un simbolo rassicurante e una voce ringhiosa per convincersi che tutto questo sia partecipazione? Davvero una fotocopia, se stampata su carta lucida, diventa originale? Davvero chi urla scompostamente sempre di più è tanto bravo e buono e vuole il bene della tua città?

Messina, Barcellona, Milazzo e Giardini Naxos meriterebbero politica, non prestidigitazione. Meriterebbero programmi, non grappoli. Meriterebbero amministratori, non illusionisti del consenso. Governare richiede studio, sobrietà, competenza, rispetto delle istituzioni e perfino quella fastidiosa pratica chiamata lettura delle carte, ma è molto più facile moltiplicare liste, simboli, slogan, nemici e conferenze stampa.

La verità è che certi modi di fare politica non offendono soltanto gli avversari. Offendono l’intelligenza degli elettori. Presuppongono che basti riempire la scheda per riempire il vuoto delle idee; che basti urlare “popolo” per rappresentarlo; che basti aggirarsi tra le pieghe della norma per poter parlare di democrazia a testa alta.

Le città hanno già abbastanza problemi per diventare anche il laboratorio della lista riprodotta senza pudore in serie. Una comunità non si governa con le moltiplicazioni. Semmai con le sottrazioni: meno furbizia, meno urla, meno sceneggiate, meno simboli appiccicati, meno alchimie elettorali.

E magari, un giorno, più rispetto per gli elettori.

 

5 Maggio 2026

Autore:

redazione


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