CONCERTI – Madame si spoglia e “resta nuda” a Taormina
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CONCERTI – Madame si spoglia e “resta nuda” a Taormina

il racconto di Italo Zeus

L’inviato speciale

 

Sono seduto vicinissimo al palco, in cavea. Sono solo.

E forse è proprio questo il modo migliore per assistere a un concerto come quello di Madame.

Davanti a me c’è il Teatro Antico di Taormina, immerso nella sera, nelle luci, nella pietra e in quella bellezza quasi irreale che, per qualche ora, sembra sospendere il tempo. L’ultima volta che ero stato qui per un concerto erano passati vent’anni. Sul palco c’era Fiorella Mannoia.

Vent’anni.

Mi viene da pensare a quanto sia strano il tempo. A come riesca a portarci da una voce all’altra, da una generazione all’altra, lasciando però intatta la necessità che abbiamo di ascoltare qualcuno che riesca a raccontarci. Quella sera, vent’anni fa, ascoltavo una grande interprete della canzone italiana. Questa sera sto per ascoltare una ragazza che ha cambiato il modo di scrivere, di cantare, forse persino di stare dentro una canzone.

Madame. Francesca Calearo.

Una ragazza che a diciannove anni ha ricevuto il Premio Tenco e che, già giovanissima, aveva dimostrato di possedere una scrittura capace di rompere gli schemi della musica italiana contemporanea. La “Cantantessa” (Consoli) della nuova generazione.

Una scrittura che, per certi versi, mi fa pensare a De André, non perché Madame gli assomigli musicalmente o vocalmente o nella grande poesia dell’artista più immenso italiano. Il punto è un altro: quella capacità di prendere le parole, anche quelle più scomode, più intime, più difficili, e metterle davanti a noi senza proteggerle e senza proteggerci.

Quando la vedo arrivare sul palco, la prima cosa che penso è che sia ancora uno scricciolo, piccola, fragile, indifesa nel suo modo di stare davanti a migliaia di persone. Ma poi comincia a cantare. E quella vocina flebile, che a tratti sembra poter sparire dentro il silenzio del Teatro Antico, improvvisamente ti entra dentro perché non è una voce che ha bisogno di volume per imporsi. Ha bisogno di verità.

Il concerto comincia con Intro – Bambini notte, poi arrivano Ok, Volevo capire, Disincanto, Come stai?, Puttana svizzera.

Ascolto e mi accorgo che sto assistendo non soltanto a un concerto, ma a una sorta di autoritratto musicale. La scaletta attraversa le diverse Madame che abbiamo conosciuto negli anni. C’è quella di Sciccherie, la ragazza che aveva fatto irruzione nella musica italiana con una lingua nuova, spiazzante, e che, attraverso la ripubblicazione del suo video da Cristiano Ronaldo, viene catapultata dentro milioni di visualizzazioni. Dal nulla a tutto il mondo. C’è quella di Voce, che aveva portato la propria fragilità sul palco più importante d’Italia: Sanremo. La ricordo con un vestitino bianco, in un angolo, mentre entrava in punta di piedi dentro il cuore del pubblico e della critica unanime. C’è quella di Il bene nel male, presentato l’anno successivo. L’ha vista al centro di una polemica gigantesca per il suo green pass falso. Lacrime al termine dell’ultima esibizione, abbracciandosi al conduttore Amadeus. Scandalo per il mondo rap, trap, urban, sempre lontano dal far trapelare i propri sentimenti. Madame, infatti, non sembra rientrare in un genere specifico: lo specifico è il suo, unico.

E adesso, lì, sul palco, c’è la Madame di oggi, quella del Disincanto.

Ascoltandola, penso che il disincanto non sia necessariamente la perdita del momento in cui smetti di raccontarti delle bugie. E Madame, sul palco, sembra aver deciso di non raccontarsene più.

Arrivano Donna vedi, Quanto forte ti pensavo, Mami Papi, Aranciata, canzoni potenti che raccontano diverse situazioni che vivono le donne, che le subiscono e le vivono: violenza, abbandono, dolore, rabbia, incastrandole dentro storie che sembrano raccontare qualcos’altro: la bestia nel cuore, direbbe la Comencini. Il suo canto nasce continuamente sul confine tra parlato e melodia. Il fraseggio è irregolare, personale, spesso sorprendente. Gli accenti cadono dove non te li aspetti. Le consonanti diventano ritmo. Le pause diventano parte della composizione.

Poi arrivano Allucinazioni, Rosso come il fango, Sciccherie, No pressure, Invidiosa, La persona peggiore del mondo.

Il concerto si fa più scuro e io sono lì, vicinissimo, e mi sembra quasi di poter vedere le parole prima ancora di sentirle. Madame non ha paura di mostrare la parte meno presentabile di sé. Anzi, sembra aver costruito la propria poetica proprio intorno a quella zona. È una delle ragioni per cui mi sono innamorato perdutamente di questa artista, perché non mi dà l’impressione di essere davanti a qualcuno che vuole piacere. Mi dà l’impressione di essere davanti a qualcuno che vuole essere visto.

Poi arriva Grazie.

E qui succede qualcosa.

Sul palco compare un divano, o meglio, qualcosa che assomiglia a un divano costruito con un lenzuolo e una sdraio. Madame si sdraia davanti a uno psicologo. La scena è straniante, quasi teatrale. Non è più soltanto una cantante che sta eseguendo una canzone. È una persona che si mette davanti a qualcuno e prova a raccontare quello che ha dentro, il suo trascorso in questi due anni di assenza, i ricoveri in psichiatria, le crisi e, alla fine, dice semplicemente: grazie. Quella parola, in quel momento, sembra pesare molto più di una semplice parola.

Si alza e canta Bestia.

È qui che, personalmente, mi arriva il colpo. Non riesco a spiegare completamente quello che sento. Bestia non è semplicemente una canzone sul dolore e la rabbia. È il dolore quando non sai più dargli un nome. Quello che ti scava, che non riesci a spiegare nemmeno a te stesso. E mentre Madame canta, penso che forse è proprio questa la sua forza: non trasformare il dolore in qualcosa di bello per renderlo più facile da ascoltare.

Per qualche minuto il Teatro Antico, con tutta la sua storia, sembra diventare uno spazio completamente diverso: ci siamo io, quella voce e quella sensazione difficile da raccontare.

Dopo Bestia arrivano Se non provo dolore, la canzone che amo di più nei tre album, e poi Voce, con un altro arrangiamento che fa rinascere il brano.

Penso alla Madame di qualche anno fa e a quella che ho davanti. È la stessa voce, ma non è più la stessa persona. Forse nessuno di noi lo è. Vent’anni fa ero qui ad ascoltare Fiorella Mannoia. Questa sera sono qui, da solo, davanti a una ragazza che appartiene a un’altra generazione, a un altro linguaggio, a un’altra idea di canzone. Eppure la sensazione è sorprendentemente simile: la musica continua a fare la stessa cosa. Ci mette davanti a noi stessi.

Cambiano le parole, cambiano gli arrangiamenti, cambiano i modi di cantare, ma resta quella necessità antichissima di raccontarsi.

Arriva la sorpresa. Il pubblico chiede urlando Milagro, la canzone per la sua migliore amica. Imbarazzata, si arrangia con chitarra e voce. Si cambia registro con Marea. Mi sembra che tutto il concerto trovi una sua forma.

Marea è movimento.

È qualcosa che arriva, si ritira e poi ritorna. Ed è una bella immagine per Madame, perché non mi sembra un’artista ferma in un’identità, ma è ancora in trasformazione. Non la sento arrivata, la sento in viaggio. La parte finale con M’ama non m’ama e Ok chiude il cerchio.

E quando le ultime note si spengono rimango per qualche secondo seduto.

Guardo il Teatro e penso a quello che ho sentito. Madame con una voce piccola, una voce che non dovrebbe, almeno sulla carta, avere bisogno di combattere contro la grandezza del Teatro Antico. E invece lo fa. Non urlando, ma entrando come fanno certe parole quando sono vere. Esco dal Teatro e per un momento mi volto indietro.

Penso alla ragazza che ho visto sul palco, a quello scricciolo apparentemente spaventato che, appena apre bocca, riesce a scavarti dentro. Al dolore forte, assurdo, incomprensibile. Alla sensazione di essere stato, per qualche ora, davanti a qualcuno che ha avuto il coraggio di togliersi completamente la maschera. E quando un artista riesce a fare questo, non hai più bisogno di chiederti se sia grande o piccola la sua voce, perché una voce che riesce a guardarti dentro non ha bisogno di essere forte.

Ha bisogno soltanto di essere vera.

Paradossalmente oggi è uscito un feat. con Annalisa, ultimo concerto che avevo visto. Le due insieme sono il punto in cui sono arrivato. Contraddizione e inquietudine, sfarzosità ed essenzialismo puro. Si intitola Amica. Alla fine è sempre quello che cerchiamo: un’amicizia vera e presente, un’amicizia che riesca a vederti e a capirti oltre ogni cosa.

Italo Zeus

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18 Settembre 2026

Autore:

redazione


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