EDITORIALE – Basta Nakba
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EDITORIALE – Basta Nakba

Quando un manifesto costringe la memoria a guardare il presente

“Basta Nakba”. Due parole, ma la seconda porta con sé quasi ottant’anni di storia, esilio e memoria.

Per capire questo manifesto bisogna partire proprio da lì, da una parola araba che significa, letteralmente, “catastrofe”. Nakba è il nome con cui i palestinesi ricordano gli eventi del 1948 legati alla guerra arabo-israeliana e alla nascita dello Stato di Israele. Quel conflitto determinò l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi: le fonti delle Nazioni Unite indicano generalmente una cifra superiore alle 700 mila persone, fuggite o espulse dalle proprie case. Per i palestinesi il 15 maggio è diventato il giorno della memoria della Nakba.

Ed è importante partire dalla storia, perché altrimenti il manifesto rischia di essere letto soltanto come uno slogan. Qui, invece, la parola Nakba diventa una chiave narrativa.

Nel disegno due uomini si guardano. Uno richiama immediatamente i popoli nativi del Nord America, l’altro il popolo palestinese. Due volti anziani. Due volti segnati. Non c’è bisogno di mostrare armi, macerie o sangue. È sufficiente quello sguardo. Il manifesto costruisce così un accostamento simbolico tra esperienze storiche differenti di perdita della terra, sradicamento e memoria. Non sostiene che quelle vicende siano identiche – non lo sono – ma utilizza la forza dell’immagine per porre una domanda universale: che cosa rimane di un popolo quando gli viene sottratto il luogo nel quale ha costruito la propria storia?

Ed è forse questo il punto più riuscito della composizione. I due protagonisti non si fronteggiano come avversari. Si riconoscono.

Tra loro c’è idealmente una memoria che attraversa continenti e generazioni. La terra non appare semplicemente come una proprietà. Diventa casa, lingua, cimitero degli antenati, paesaggio dell’infanzia, cultura, appartenenza. Per questo “Basta Nakba” può essere letto in una dimensione più ampia rispetto al solo riferimento storico del 1948.

La stessa ONU, commemorando nel maggio 2026 il 78º anniversario della Nakba, ha ricordato che quella vicenda non appartiene soltanto al passato: la questione dei rifugiati palestinesi rimane irrisolta e continua a segnare vite e identità.

Due vecchi, nessun esercito

C’è poi una scelta grafica che rende il messaggio ancora più interessante. Nel manifesto non compaiono leader politici. Non ci sono generali. Non ci sono bandiere che occupano tutta la scena. Ci sono due anziani. È quasi una sottrazione della politica dalla politica. Rimangono gli esseri umani.

Il volto anziano porta naturalmente con sé l’idea del tempo. È qualcuno che ricorda ciò che altri hanno dimenticato, qualcuno che può raccontare una casa che non esiste più o una terra che ha cambiato nome, confini, abitanti. E così quei due profili diventano quasi due archivi viventi.

Uno guarda l’altro e, simbolicamente, sembra dirgli: conosco il significato della perdita. È questa reciprocità dello sguardo a evitare che il manifesto diventi semplicemente una fotografia di denuncia. L’immagine prova piuttosto a costruire una solidarietà fondata sulla memoria.

Quel “Basta” che riguarda tutti

È probabilmente ancora più importante di Nakba. Perché “basta” sposta il manifesto dalla commemorazione alla responsabilità del presente. Non significa cancellare la complessità della storia israeliana e palestinese, né ridurre un conflitto lungo e drammatico a una formula grafica. Significa affermare un principio più elementare: lo sradicamento di popolazioni civili, la perdita della casa e la trasformazione delle persone in profughi non possono diventare una normalità alla quale abituarsi.

Un manifesto non è un trattato di storia. Deve provocare una domanda. Deve fermare per qualche secondo chi passa. E questo lo fa attraverso una parola che molti forse non conoscono ancora. Nakba.

Chi la legge può ignorarla e andare avanti. Oppure può chiedersi cosa significhi. Cercarla. Scoprire il 1948. Incontrare le storie delle famiglie, delle case abbandonate, dei campi profughi, ma anche la storia della nascita di Israele e di un conflitto nel quale memorie nazionali profondamente diverse continuano a confrontarsi. Ed è forse questa la funzione più autentica di un manifesto editoriale: non sostituirsi alla coscienza di chi guarda, ma costringerla per un momento a non voltarsi dall’altra parte.

Per questo i due uomini continuano a guardarsi. Non chiedono allo spettatore di conoscere già tutta la storia. Gli chiedono semplicemente di fermarsi. E tra quei due volti rimane sospesa una frase piccola e gigantesca allo stesso tempo: Basta Nakba.

Non cancellare la memoria. Non ripetere lo sradicamento. E soprattutto non permettere che la sofferenza di un popolo diventi, con il passare del tempo, soltanto una parola che abbiamo smesso di ascoltare.

20 Settembre 2026

Autore:

redazione


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