L’uomo, il mito e quella rivoluzione che continua a vivere nei sogni e nelle canzoni
Il 9 ottobre 1967, a La Higuera, un piccolo villaggio della Bolivia, il rivoluzionario argentino veniva giustiziato dall’esercito boliviano, dopo essere stato catturato il giorno precedente nella Quebrada del Yuro. Aveva 39 anni e alle spalle una vita trascorsa tra viaggi, guerriglia, incarichi di governo e rivoluzioni inseguite oltre ogni confine. La sua ultima impresa militare era fallita. Eppure, proprio quella sconfitta avrebbe consegnato il suo nome all’immaginario del Novecento. Ma dietro l’icona resta una figura storica complessa, fatta di ideali, contraddizioni e scelte radicali.
Ci sono uomini che dopo la morte finiscono per appartenere all’immaginario collettivo. Ernesto Che Guevara.
Cinquantanove anni dopo, il Che continua a vivere nelle fotografie, nei murales, sulle magliette, nei libri e nelle canzoni. È diventato il volto di una ribellione che ha spesso superato le appartenenze politiche, fino a trasformarsi in un simbolo universale, talvolta persino distante dall’uomo che realmente fu.
Ernesto Guevara de la Serna nacque il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina. Studiò medicina e, ancora giovane, attraversò l’America Latina, entrando in contatto con le condizioni di povertà e le profonde disuguaglianze sociali del continente. Quei viaggi contribuirono alla formazione della sua coscienza politica. L’incontro con Fidel Castro, in Messico, segnò la svolta. Guevara entrò nel movimento rivoluzionario che combatteva la dittatura di Fulgencio Batista e partecipò alla guerriglia culminata, nel gennaio 1959, nella vittoria della rivoluzione cubana. Divenne uno dei protagonisti del nuovo potere: presidente della Banca Nazionale, ministro dell’Industria, rappresentante internazionale di Cuba.
Ma il governo non gli bastava. Nel 1965 abbandonò gli incarichi istituzionali per riprendere la lotta armata, prima in Congo e successivamente in Bolivia, convinto che la rivoluzione dovesse estendersi oltre i confini dell’isola caraibica. La sua ultima spedizione si concluse tragicamente.
La fotografia che trasformò un uomo in un’icona
Il volto del Che è probabilmente più conosciuto della sua stessa storia. Il 5 marzo 1960 il fotografo cubano Alberto Korda lo immortalò durante una cerimonia commemorativa all’Avana. Il basco con la stella, i capelli mossi dal vento, lo sguardo rivolto lontano. Quello scatto, diventato celebre con il titolo Guerrillero Heroico, avrebbe attraversato il mondo. In Italia contribuì alla sua diffusione anche l’editore Giangiacomo Feltrinelli, trasformandolo in uno dei manifesti più riconoscibili della contestazione giovanile. Il paradosso è evidente: un rivoluzionario marxista, dichiaratamente anticapitalista, è diventato uno dei volti più commercializzati del pianeta. La sua immagine è stata riprodotta su magliette, poster, bandiere, tazze, orologi e oggetti di ogni genere. Un’icona spesso separata dalla complessità del personaggio.
Perché Guevara non fu soltanto un idealista romantico. Fu un marxista rivoluzionario, un comandante guerrigliero, un uomo convinto della necessità della lotta armata. Partecipò alla costruzione del nuovo Stato cubano, comprese le sue pratiche repressive, e sostenne una concezione della rivoluzione nella quale la violenza politica aveva un ruolo centrale. Allo stesso tempo, condusse una vita personale austera, rifiutò privilegi e denunciò le disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri. Negli ultimi anni espresse critiche anche verso alcuni meccanismi economici dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti. È in queste contraddizioni che bisogna cercare l’uomo, distinguendolo dal mito.
La sua figura attraversò persino confini politici apparentemente inconciliabili. Nell’Italia degli anni Sessanta, alcuni ambienti della destra radicale guardarono a Guevara non per adesione al comunismo, ma per la sua dimensione di combattente, per il coraggio personale e per la scelta di abbandonare incarichi e privilegi pur di continuare a battersi per le proprie idee. Una lettura particolare, che privilegiava il mito dell’uomo d’azione rispetto alla sua identità marxista. Ne scrisse anche Franca Poli in una riflessione pubblicata nel 2016 e riproposta da scomunicando.it, ricordando l’interesse manifestato da alcuni intellettuali e militanti della destra giovanile. Tra gli episodi più curiosi di questa storia culturale c’è Addio Che, una ballata legata all’ambiente del Bagaglino e interpretata da Gabriella Ferri. Non significa che Guevara fosse politicamente vicino alla destra. Significa, piuttosto, che la sua figura venne reinterpretata da ambienti diversi, fino a diventare un simbolo nel quale ciascuno cercava qualcosa di sé.
Cuba oggi: il sogno della rivoluzione e la fatica di sopravvivere
C’è un’immagine che, cinquantanove anni dopo la morte del Che, merita di essere accostata a quella del guerrigliero con il basco e la stella. È il volto della Cuba contemporanea. Un Paese nel quale i murales continuano a celebrare la rivoluzione, mentre per molte famiglie la preoccupazione quotidiana è riuscire a trovare il necessario per vivere. Scarseggiano medicinali, generi alimentari e carburante. Le interruzioni dell’energia elettrica condizionano la vita domestica, il funzionamento degli ospedali, la conservazione degli alimenti e le attività produttive. I salari hanno perso potere d’acquisto, le pensioni sono spesso insufficienti e molti giovani hanno scelto di lasciare l’isola. La crisi non riguarda soltanto l’economia. Investe la fiducia nel futuro. Su questa condizione pesa da oltre sessant’anni l’embargo imposto dagli Stati Uniti, insieme a una complessa rete di restrizioni commerciali e finanziarie che limita le possibilità di approvvigionamento, ostacola gli investimenti e rende più difficili le relazioni economiche internazionali di Cuba.
La pressione americana, mantenuta e modificata dalle diverse amministrazioni di Washington, continua a rappresentare un elemento importante delle difficoltà dell’isola. Ma sarebbe altrettanto riduttivo attribuire ogni problema esclusivamente all’embargo. Pesano anche le inefficienze strutturali dell’economia cubana, la bassa produttività, la debolezza degli investimenti, le rigidità del sistema statale e le limitazioni delle libertà politiche ed economiche. La popolazione si trova così stretta tra pressioni esterne e problemi interni che decenni di governo rivoluzionario non hanno saputo risolvere. Ed è proprio qui che il ricordo di Ernesto Guevara assume un significato diverso. Che cosa penserebbe oggi di un’isola nella quale la promessa di giustizia sociale convive con la povertà, l’emigrazione e la difficoltà di garantire i beni essenziali? Come giudicherebbe la persistente pressione economica americana? E quale sarebbe la sua posizione davanti ai limiti e alle contraddizioni del sistema politico nato dalla rivoluzione alla quale aveva dedicato la vita? Sono domande alle quali nessuno può rispondere al suo posto. Sappiamo che Guevara aveva denunciato lo sfruttamento economico dei Paesi più poveri e criticato alcune storture del socialismo sovietico. Non possiamo però trasformare quelle posizioni in un giudizio immaginario sulla Cuba di oggi. Una cosa resta evidente: il destino di un popolo non può essere misurato soltanto attraverso la fedeltà ai simboli della propria storia. La dignità delle persone, la libertà, la disponibilità di cibo, medicine, lavoro e opportunità devono rimanere il metro concreto con cui valutare qualsiasi esperienza politica.
La morte e la leggenda
Quando il corpo del Che venne esposto a Vallegrande, dopo l’esecuzione, le fotografie fecero il giro del mondo. Quel volto ormai immobile, gli occhi apparentemente aperti, il corpo adagiato su un piano, suggerirono ad alcuni osservatori accostamenti con le rappresentazioni artistiche del Cristo morto. La sconfitta militare si trasformò rapidamente in una vittoria simbolica. Guevara diventò l’eroe della contestazione, il volto dei movimenti antimperialisti, il simbolo della ribellione giovanile. Ma ogni mito rischia di nascondere la storia. Ricordare il Che non significa necessariamente celebrarlo, né cancellarne gli errori, le responsabilità e le contraddizioni. Significa riconoscere che la sua vicenda ha attraversato il Novecento lasciando un segno profondo nella politica, nella cultura e nell’immaginario collettivo.
Oggi, a cinquantanove anni dalla morte, il suo volto continua a guardarci dalle pareti, dalle fotografie e dalle copertine dei dischi. Ma forse il modo più utile di ricordarlo non è chiedersi quanti siano ancora disposti a indossare una maglietta con la sua immagine. È domandarsi quanto sia rimasto delle promesse di emancipazione, giustizia e dignità che accompagnarono la rivoluzione cubana. Soprattutto mentre, nell’isola che contribuì a liberare dalla dittatura di Batista, tante persone continuano a combattere una battaglia molto meno romantica di quella raccontata dalle canzoni. Quella per arrivare alla fine del mese, trovare un medicinale, accendere una luce, costruire un futuro. Perché la storia può trasformare un uomo in leggenda. Ma nessuna leggenda può sostituire il diritto di un popolo a vivere dignitosamente.
La filmografia: il Che raccontato dal cinema
I diari della motocicletta (2004), regia di Walter Salles, con Gael García Bernal.
Che – L’argentino (2008), regia di Steven Soderbergh, con Benicio del Toro.
Che – Guerriglia (2008), regia di Steven Soderbergh, con Benicio del Toro.
Chevolution (2008), documentario di Luis Lopez e Trisha Ziff sulla celebre fotografia del Che.
Che, un hombre nuevo (2010), documentario di Tristán Bauer.
Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara? (2001), documentario di Erik Gandini e Tarik Saleh.
Le canzoni che raccontano Ernesto Guevara
La musica ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione e nella conservazione del mito di Ernesto Che Guevara. Dall’America Latina all’Europa, generazioni di cantautori hanno dedicato al rivoluzionario argentino ballate, inni e composizioni che ne raccontano la vita, gli ideali e la morte. La più celebre rimane Hasta siempre, Comandante, composta nel 1965 dal cubano Carlos Puebla, diventata nel tempo un autentico inno internazionale. Accanto a questa si colloca El aparecido del cantautore cileno Víctor Jara, successivamente interpretata anche dagli Inti-Illimani.
Particolarmente significativo è il contributo della canzone cubana, con Silvio Rodríguez, autore di Fusil contra fusil, e Pablo Milanés, che dedicò a Guevara Si el poeta eres tú. Anche l’uruguaiano Daniel Viglietti ne celebrò la figura con Canción del hombre nuevo, mentre il jazzista Charlie Haden gli rese omaggio attraverso la composizione Song for Che. In Italia il ricordo del Che ha attraversato generi e sensibilità differenti. Sergio Endrigo gli dedicò Anch’io ti ricorderò, mentre Gabriella Ferri interpretò Addio Che, una ballata nata nell’ambiente del Bagaglino, testimonianza della particolare attenzione che la figura del rivoluzionario suscitò anche in settori culturali lontani dalla sinistra. Francesco Guccini ne riprese la memoria in Stagioni e Canzone per il Che, trasformando la vicenda del guerrigliero in una riflessione sul trascorrere del tempo e sulla sopravvivenza degli ideali. Roberto Vecchioni, con Celia de la Serna, scelse invece una prospettiva più intima, evocando la figura della madre di Ernesto.
Negli anni Novanta Daniele Silvestri riportò le suggestioni della rivoluzione cubana nella musica italiana con Cohiba. Anche Angelo Branduardi, con 1º aprile 1965, e i Modena City Ramblers, con Transamerika, hanno contribuito a mantenere vivo, attraverso linguaggi differenti, il racconto musicale legato al Che e al suo tempo. Un posto particolare merita infine Al otro lado del río di Jorge Drexler, brano vincitore dell’Oscar e inserito nella colonna sonora del film I diari della motocicletta. Non è una dedica diretta a Guevara, ma accompagna cinematograficamente il viaggio giovanile che contribuì a formare la sua visione del mondo. Sono canzoni diverse per epoca, stile e ispirazione. Alcune celebrano il combattente, altre ne raccontano la dimensione umana, altre ancora interrogano la distanza tra le speranze rivoluzionarie e il corso della storia. Insieme costituiscono una sorta di colonna sonora del Novecento, nella quale il nome di Ernesto Che Guevara continua a risuonare ben oltre i confini della politica.
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