
Quella in atto è una vera e propria guerra contro l’informazione, le sue regole, il suo modo di fare.
L’ha ingaggiata la maggioranza consiliare sinagrese guidata dall’avvocato Enza Maccora.
Sul banco degli imputati oltre i due corrispondenti locali, c’è anche chi scrive sul web.
Tutti rei di dare e fare – per l’amministrazione – disinformazione ed essere troppo teneri con l’opposizione in particolar modo con il vicepresidente del consiglio Daniela Spanò.
Ma questa è tutta un’altra storia che saranno proprio i corrisponderi locali e definire.
Rimane di fondo un questione di principio, di ruolo e di regole.
E bisogna rammentare l’articolo 21 della costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […].
L’Amministrazione può chiedere rettifiche, puntualizzazioni, protestare e chiedere di veder pubblicare i suoi comunicati stampa,- contestare se ciò non avviene – ma non deve additare come nemici i giornalisti.
E’ un brutto segnale.
Se poi questa categoria e chi la rappresenta, tutti insieme, si ritrovano a “parlano male”, può esserci anche un problema di comunicazione, di fare, di agire e ci si potrebbe anche chiedersi – se viene il sospetto – il perché ciò avviene.
Possibile che tutti abbiano torto?
Dice Gerardo Spira, che di professione fa l’avvocato: “Quando la stampa entra nel Comune e stende i panni al pubblico, vuol dire che si è sostituita all’amministrazione in un compito proprio del Comune, quello della trasparenza”.
Ma certamente non è il caso del comune nebroideo.
Almeno ci piace pensarlo.
Noi invece pensiamo che l’Articolo 21, sempre quello della Costituzione, ha tra le sue pieghe anche un altro preciso impegno.
Quello che “Nessuno sia escluso, e che si possono illuminare le periferie: informare e informarsi”.
Intendendo per periferie le terre di frontiera – ed in questo caso generalizzandone i temi – i luoghi delle guerre, degli sbarchi, le spiagge dei migrantes, dei no muos, per arrivare ai salotti dove si fa amministrazione, alle stanze del potere, ed andando più in la per arrivare alle crisi dimenticate dai media, ma anche le “periferie” dei nostri paese, e non solo quelle urbane, ma quelle del quotidiano vissuto tra scuole, trasporti ed asili, strutture inadeguate, bisogni e sogni, tasse e tributi in cambio di servizi che non ci sono.
Quelle periferie percorse da morti di fame, dai travet, dai colletti bianchi, dalla bella gente e dai criminali, che spesso i giornalisti, cronisti di vita, guardano, vivono, documentano, e raccontano.
Forse a loro modo, ma mettendoci la faccia ed una firma in calce all’articolo.
Un giornalista può anche essere fazioso, ma ha il coraggio di dire e “firmare”quello che pensa. Sempre.
Storie raccontante che servono per un confronto, anche quando si guardano con prospettive diverse.
Storia che si devono ascoltare anche quando non piacciono.
Storie che possono essere confutate, senza urlarci sopra.
Non è colui chi grida più forte ad aver sempre ragione.
Fa male avvertire quell’urlo. Lo si avverte come il peso di un ricatto, di una minaccia, l’anticipo di una ritorsione.
Quando un’amministrazione ricorre alla pubblica denuncia, quando urla contro la stampa, la denigra, attacca i corrispondenti locali, vuol dire che questi hanno infilato il dito in un campo minato, toccato un nervo scoperto, e comunque si sono resi rei dei “lesa maestà”.
Non ci risulta che a Sinagra sia venuto meno il diritto di replica.
Né negate rettifiche… men che meno giunte denunce di diffamazioni, ma abbiamo letto di insulti.
Perché tali possono chiamarsi le espressioni scritte sull’ultimo manifesto del gruppo consiliare d’appoggio al sindaco, che parlando dell’opposizione scrivono che questa si scatena “in articoli mistificatori pubblicati da stampa compiacente” – e aggiungono – “al di là delle menzogne che si leggono su stampa locale asservita e accondiscendente”.
Accuse che abbiamo ascoltate nel corso dei lavori consiliari pronunciate dal consigliere Carcione in linea su quanto asseriva il sindaco Maccora.
La stampa è portatrice di interessi pubblici e come tale svolge, e deve farlo, un ruolo sacro ai cittadini – quelli che pagano le tasse – di informare, anche quando parla di danaro pubblico e scrive se questo venga speso nel rispetto della legge e secondo principi di interesse generale.
Oppure se parla di vicende amministrative, di servizi negati o di altro che a volte “non va”.
E’ un sereno gioco di ruoli e di competenze, di garanzie, che non deve essere ancorato ai politici di turno o a chi amministra.
Allora protesterebbe l’altra parte, quella più debole, e forse lo farebbe meno “urlante”.
Quella è una periferia.
Quella è una parte che ha bisogno di voce e di luce.
Gli amministratori sono competenti a programmare e controllare la funzione pubblica ma non possono avere la gestione, il controllo, dell’informazione.
Questo lo possono fare sui loro mezzi ufficiali, quelli dell’ente che dirigono, sui blog e sui siti del comune ed ora anche su facebook, mettendoci il simbolo, lo stemma.
Ma quella è comunicazione non informazione.
Sono due cose diverse, distinte, lontane.
In parole ancora più semplici vuol dire che i politici devono fare il loro mestiere, senza interferire su chi fa informazione.
E soprattutto non devono fare azioni di killeraggio.
Magari assoldando lo stolto di turno buono solo a farsi massacrare poi sui social network.
E’ un passaggio culturale, non ci vuole molto a comprenderlo dove parole come autonomia e indipendenza diventano determinanti.
Pochi attimi per comprendere, a volti decenni per elaborarli ed attuarli, e perché ciò accada dobbiamo attendere il ricambio generazionale della nuova classe dirigente e politica.
Quella che si sarà guadagnata il posto “al sole” senza condizionamenti, caste, favori o suggerimenti.
Così torniamo a Sinagra dove è d’uopo, magari per una foto non gradita pubblicata sul giornale, fare il giro di edicole e bar per strappare la pagina incriminata.
Come se questo bastasse a non far giungere la notizia.
Un ingenuo, quanto infantile stratagemma, per occultare la verità.
Una volta era lo stolto che con un dito copriva il sole.
Domenico Orifici, decano dell’informazione locale, corrispondente della Gazzetta del Sud, non ci sta a questo gioco al massacro ed afferma”rispettare la verità è nel mio DNA, ma qual’è la verità per chi è accecato dalla superbia e dalla prepotenza e in tutte le verità più limpide vede insidie?”
Ed Enzo Caputo, certamente oggi nell’occhio del ciclone, giornalista e dipendente del comune, che scrive per il Giornale di Sicilia aggiunge”non sono al servizio di nessuno, né lo sarò mai, per me parla la mia storia, la mia esperienza di cronista, le mie idee, certamente di pressioni ne avverto ma la coerenza, la lealtà ad un idea, il coraggio di essere uomo oggi mi porta più che mai a non aver paure ne dei pupi nei dei pupari”.
E Caputo aggiunge ancora… “ certo vedere il presidente del consiglio sinagrese non bloccare, durante un dibattito, chi accusa, dileggia, fomenta odio nei confronti di giornalisti e stampa, che non possono neanche difendersi, è un esempio di pessima deontologia professionale”.
Ovviamente nel pieno rispetto di quanto ora affermato, nel gioco dei ruoli, rimaniamo disponibili a pubblicare, commenti e osservazioni sulla libertà di stampa e sulle sue regole … credendo che il dibattito, il confronto, le visioni dei vari punti di vista siano un buon punto di partenza per superare quelle frontiere che dai ghetti dell’autoritarismo portano nelle praterie della democrazia.



