di Lo Presti Maria Lucia
Pubblichiamo l’intervento integrale della professoressa Maria Lucia Lo Presti ascoltato a Brolo durante il recital di poesie dedicato alla grande poetessa voluto dall’amministrazione comunale.
Alda Merini: una piccola ape furibonda. Brolo, Sala Rita Atria, 12 febbraio 2011
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera
(da “Vuoto d’amore”, 1991)
Alda si identifica con Proserpina, e rivive in se il sentimento di estraneità e di dolore per la sorte di essere finita in un mondo oscuro ( la tempesta allude proprio ad un’esistenza stravolta); emblema di smarrimento e di perdita dell’io la poetessa istituisce un’analogia tra la pioggia e il pianto di Proserpina su una natura vitale che sembra in simbiosi con lei, i frumenti sono gentili e lei è lieve. Il pianto è la sua preghiera.
Un pianto pioggia come il pianto di stelle di Pascoli sulla terra atomo opaco del male. Un pianto preghiera perché la nascita folle non impedisca una vita simbiotica e armonica con la natura.
Talvolta, quando si vogliono realizzare frasi ad effetto si dice che la letteratura italiana è nata dall’esilio, riferendosi a Dante. In effetti a ben guardare, la letteratura è molto spesso nata da esili, reali o metaforici.
Che cos’è infatti l’esclusione, se non una forma di esilio, che cosa l’incomprensione se non una forma di esilio. Anche la poesia di Alda Merini nasce dall’esilio perché nella sua esperienza di vita gli esili a cui fu costretta furono più di uno.
Quando la poetessa vuole fare un ritratto di se stessa scrive in “Clinica dell’abbandono”:
Io ero fatta di prati verdi
di lucciole della notte.
Ma qualche adulto bambino
ha preso in mano il grillo
la lucciola e la cicala
che erano in me.
Alcuni falsi poeti
chiudono i grandi nel pugno
della curiosità
e non sanno che anche nel grillo
vive presente un’anima.
In altri termini è l’esplosione della primavera che abbiamo sentito cantare da Milva.
Ma i prati non sono stati più verdi e le lucciole non hanno più brillato nella notte perché l’ espansione vitale è stata bloccata, alcuni falsi poeti chiudono i grandi nel pugno e non sanno che anche nel grillo vive presente un’anima.
Un’anima che vorrebbe cantare, ma a cui è impedito di cantare, ridotta com’è a esemplare di studio. E’ da qui che si deve partire per comprendere l’esilio dalla vita di Alda.
Se la biografia dei poeti è essenziale per comprendere la loro poesia, ancor di più lo è per Alda.
Nata in un luminoso giorno di primavera, proprio il 21 aprile del 1931, già dalla lirica in cui rievoca la sua nascita si riesce a cogliere la tempra prepotente e istintiva che è alla base della sua produzione poetica.
Come ha scritto Renato Minore fra i sedici e i vent’anni Alda Merini era già esperta dei segreti della poesia e della follia incontrando «le prime ombre della sua mente». E “non ne aveva neppure venti quando – nel ‘50 – Giacinto Spagnoletti riconobbe nei suoi versi «un’intensità concettuale, raggiunta di colpo, per via di istinto». E’ proprio su questo “per via d’istinto” che si deve puntare l’attenzione per cogliere una genesi poetica che affonda le sue radici in quell’area profonda che tramite il riferimento a Proserpina in “sono nata il 21 a primavera” ci riporta a quel mondo sotterraneo delle scrittrici che, consapevoli della trasgressione alla quale la cultura patriarcale le obbliga, non si sottraggono al dolore pur di avvicinarsi al mondo della scrittura.
“E’ così difficile saper ascoltare una persona della propria angoscia. Se non cogliamo questa luce seppure carica di ombre, se non smettiamo di considerare l’angoscia come un oggetto da far sparire sempre, uno dei rischi è quello di non avere il tempo interiore psicologico per capire l’origine dell’angoscia”.(Franco Basaglia)
“Io non fui generata”, scrive Alda, “ma balzai prepotente dalle trame del buio per allacciarmi ad ogni confusione”. E il caos della vita da cui Alda con la scrittura crea la poesia . Ma quanto doloroso questo parto poetico. Tanto più doloroso quanto più è stata la cura per cantare la vita.
Sin da bambina lei vive in modo conflittuale il rapporto con i genitori
La famiglia di Alda Merini è composta dal padre, funzionario delle Assicurazioni Generali Venezia, dalla madre casalinga, da una sorella maggiore e un fratello minore. Non potendo frequentare il liceo Manzoni perché respinta in Italiano, compie gli studi superiori all’Istituto professionale Laura Solera Mantegazza e, contemporaneamente, si dedica allo studio del pianoforte.
E’ già l’adolescenza che esaspera la sua ipersensibilità, è già un’adolescenza densa di incomprensioni e bisognosa di affetto che avrà un ruolo dal peso specifico nel comparire dei suoi disturbi nervosi.
– Una relazione affettiva profonda col padre, che le sembra sempre ostacolata dalla presenza della madre, figlia di insegnanti di scuola che non ha voluto studiare e che susciterà sentimenti ambivalenti:
a) ammirazione per una donna bella dalla rigida volontà poco incline ad esternare amore ai figli.
b) ostilità : quando Alda vuole attirare l’attenzione del padre, la madre si intromette.
Un complesso edipico al femminile, o complesso di Elettra, che confluirà in una fragilità affettiva. ( quest’aspetto ci servirà per chiarire poi il concetto di salute Psichica di Fromm)
“Il più grande dualismo della mia vita furono mio padre e mia madre. Io un figlio che non stava nel mezzo, con un sesso che non mi piaceva. ( La pazza della porta accanto)
La sua salute si rileva ben presto cagionevole e probabilmente anche una dieta dimagrante la porta alla depressione e ad un primo ricovero nel 1947, ad appena 16 anni.
E’ proprio la produzione di questi primi anni, arricchita anche dall’amicizia di Giorgio Manganelli (Milano, 15 novembre 1922 – Roma, 28 maggio 1990), Salvatore Quasimodo, Maria Corti, Giovanni Raboni, e di Giacinto Spagnoletti il vero scopritore del genio di Alda , che ci consente di eliminare il rapporto causa-effetto pazzia-poesia. Alda Merini è poetessa a prescindere e, come verremo via via chiarendo, la rivisitazione a posteriori dell’esperienza manicomiale e del suo disagio le consentirà di affrontare alcuni temi e di analizzare la vita da un osservatorio speciale di sofferenza.
Sono sempre gli anni dell’adolescenza in cui si manifesta una vocazione religiosa che dovrà soffocare:“Mio padre aveva capito il mio destino di monaca e l’aveva aiutato. Mia madre lo aveva combattuto e così mi fece fare una famiglia, quasi mi obbligò a sposarmi”.
Direbbe oggi Crepet che la madre non è stata capace di ascoltare Alda.
Nella raccolta Paura di Dio
Amo e tu sai
Padre dolce, m’attiri
il Tuo pieno coraggio;
velami tu di mille accettazioni
che non siano fragili eminenze di un assente principio.
Amo e tu sai che l’anima mi è stanca
troppe volte abbattuto
fu il fantasma del vuoto alle mie case.
Versi scritti nel 1953, nello stesso anno in cui è costretta a sposare Ettore Carniti, come questi in cui c’è il desiderio di indiarsi:
“Toglimi a me che ho fatto rete
intorno alle stesse bellezze che mi hai date
che ho mutilati con stoltezza viva i margini della forza
O padre, o amico, perché vuoi sepolta entro la tomba del mio stesso nome
me cosciente, me viva, e me perennemente innamorata?”
E’ il lessico delle grandi mistiche come Santa Teresa d’Avila , è la forza delle nozze mistiche che stringe nel nodo d’amore le vocazioni vere, è la Teresa d’Avila di Gian Lorenzo Bernini che guarda l’Angelo – Dio come qualsiasi donna guarda annullandosi e perdendosi nell’amato.
Mentre un cherubino dall’aspetto di fanciullo giocoso, con in mano un dardo, simbolo dell’Amore di Dio, scosta le vesti della santa per colpirla nel cuore.
Sul piano iconografico l’Estasi di Santa Teresa è direttamente ispirata ad un celebre passo degli scritti della santa, in cui ella descrive una delle sue numerose esperienze di rapimento celeste: « Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio. »(Santa Teresa d’Avila, Autobiografia, XXIX, 13)
Dal Magnificat “ Un incontro con Maria ”, (Frassinelli, 2002).
“Ella si disperdeva nella notte
nel suo travaglio angelico
come la polvere delle ali
di una farfalla
e più si alzava
e più aveva paura di cadere-
I santi tremano delle loro stesse labbra.
E Maria disse di sì
e non capì che stava baciando
la bocca della morte”
E nel Magnificat ecco come canta Alda in “Miserere”con la voce di Maria:
” Io sono la donna di Dio,
Colui che ha baciato le carni
della mia stoltezza
col fuoco del Suo Amore
e le ha rese incandescenti.
Io sono l”amante di Dio,
colei che Lo ama
e che in Lui trasmigra
come una foglia”.
Anche le parole di Santa Teresa di Lisieux sono emblematiche per cogliere la tensione mistica di Alda : “Vivere d’amore è vivere della tua vita, Re glorioso, delizia degli eletti! Tu vivi per me nascosto in un’ostia… Ed io voglio nascondermi per te, Gesù mio! Occorre solitudine agli amanti, un cuore a cuore che duri notte e giorno: il solo tuo sguardo mi fa beata: io vivo d’amore!”
Alda, però deve sopprimere questa vocazione, deve vivere il suo specialissimo esilio, quello di una normalizzazione voluta soprattutto dalla madre. Sposa nel 1953 Ettore Carniti il panettiere Ettore Carniti, uomo schivo e taciturno: è un uomo buono a cui lei è riconoscente, ma certo lontano dagli interessi culturali di Alda. Di fatto lei non lo tradirà mai, ma non sapremo mai in che misura un matrimonio a cui è stata costretta non abbia contribuito ad aggravare il suo squilibrio.
In “ Paura di Dio” , pubblicata da Scheiwiller nel 1955 contiene i testi che vanno dal 1947 al 1953 in cui si ravvisa una prepotente tensione –passione mistico carnale che prescinde dall’elaborazione formale come lei stessa afferma in Testamento:
IL TESTAMENTO
Se mai io scomparissi
presa da morte snella,
costruite per me
il più completo canto della pace!
Chè, nel mondo, non seppi
ritrovarmi con lei, serena, un giorno.
Io non fui originata
ma balzai prepotente
dalle trame del buio
per allacciarmi ad ogni confusione.
Se mai io scomparissi
non lasciatemi sola;
blanditemi come folle!
Alda comincia a vivere la famiglia come una la trappola di un’esistenza sentita tragicamente pesante e ossessiva.
Questa condizione di bilico tra equilibrio e disagio si aggrava con la nascita della figlia Emanuela nel 1955, momento che segna l’inizio di sintomi di schizofrenia e depressione cronica, che peggiorano ulteriormente quando muore la madre: alla chiusura dal mondo esterno si accompagnano momenti di aggressività che spingono il marito a farla internare.
Se il primo internamento è voluto dal marito, in seguito è lei a presentarsi in via Ippocrate per le difficoltà che incontra ad inserirsi nella società.
Il primo internamento avvenne nel 1956 e dopo la raccolta Tu sei Pietro del 1961 ci sono circa 20 anni.
Dopo “Tu sei Pietro” inizia un triste periodo di silenzio e di isolamento, dovuto all’internamento al “Paolo Pini”, che dura fino al 1972, con alcuni ritorni in famiglia durante i quali nascono altre tre figlie). Si alterneranno in seguito periodi di salute e malattia, probabilmente dovuti alla sindrome bipolare, della quale hanno patito anche altri grandi poeti ed artisti quali Charles Baudelaire, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Lord Byron e Virginia Woolf.
Prima il manicomio le appare un luogo infernale, ma poi quasi un rifugio dal mondo esterno, da una famiglia che non le appartiene più. « Il vero inferno è fuori, qui a contatto con gli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano.» (Merini, 1997)
Il manicomio è una grande cassa
Il manicomio è una grande cassa
di risonanza
e il delirio diventa eco,
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai
luogo maledetto
sopra cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
Il manicomio diventa poi metafora dei vari manicomi a cui sono costrette le donne e bastano poche battute per riconoscere quale coscienza dell’essere donna ha avuto Alda Merini.
Ogni donna è stata nel proprio manicomio. Ogni donna, benché si coprisse ha dovuto sottostare alle voglie del marito
La donna viene educata al delirio. La istruiscono fin da bambina al feticismo: deve amare le pentole, venerare gli oggetti della casa…
Che cosa si voleva punire col manicomio?
La bellezza, ma non fisica, quella interiore, quella dell’intelletto… ( La pazza della porta accanto)
Anche da queste affermazioni emerge più che la convenzione sociale del rapporto uomo donna, il bisogno di affetto e comprensione di cui Alda è assetata.
Nell’81 muore Ettore Carniti. Rimasta sola, la Merini inizia un’amicizia a distanza con il poeta tarantino Michele Pierri. L’intesa fra i due si fa sempre più forte, malgrado i trent’anni e la distanza che li separano. Nell’83 dedica al poeta, e alla memoria del padre, la raccolta Rime petrose, le liriche Per Michele Pierri e Le satire della Ripa; nell’ottobre dello stesso anno i due si sposano e la Merini si trasferisce a Taranto. Pierri — il quale era stato medico prima di dedicarsi interamente alla poesia — si prende cura di lei e nell’85 nascono le liriche della raccolta La gazza ladra. Sempre nello stesso periodo la Merini ultima la stesura del suo primo testo in prosa L’altra verità. Diario di una diversa, nel quale la devastante esperienza dell’internamento viene descritta in una prosa dal forte accento lirico, testimonianza di un’inevitabile uniformità percettiva. a Taranto, ma anche quest’esperienza le crea il disagio e fa ritornare il fantasma della follia. Da questo momento si può parlare di cuna scrittura come terapia suggerita proprio dai medici. Non a caso Nico Pitrelli per ricordare Franco Basaglia ha intitolato il saggio “L’uomo che restituì la parola ai matti”.
E’ chiaro che la Merini che scrive negli anni ’90 è una donna che ha attraversato tanti inferni, affettivi e manicomiali, ma è proprio questo vissuto che ci fa riflettere su che cos’è stata la “diversità” di Alda e ci spinge a indagare il delicato rapporto tra follia e creatività poetica.
Alda stessa ha sempre tentato di spiegare al mondo che la follia non è che la credenza in un altro possibile ordine delle cose, una disposizione e un abito fenomenologico, una piegatura particolare del sentimento: “io mi auguro che la malattia di mente venga finalmente sfatata e ricondotta alla sua vera base, che è un disturbo dell’emotività” (1997) “una volta un’ammalata mi appioppò un sonoro ceffone. Il mio primo istinto fu quello di renderglielo. Ma poi presi quella vecchia mano e la baciai. La vecchia si mise a piangere. ‘Tu sei mia figlia’, mi disse. E allora capii che cosa aveva significato quel gesto di violenza.
Di fatto non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini” (1997). Ecco come Alda rivive le notti del manicomio:
IL DOTTORE AGGUERRITO NELLA NOTTE
Il dottore agguerrito nella notte
viene con passi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda i volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.
Mentre prorompe la tua grande fede
che ti salvi da un mondo di immondezza
e sospiri anelando un altro suono
che cancelli i rumori della terra.
(La Terra Santa, 1984)
Il folle è il medico, non certo Alda, non certo gli altri malati che anelano suoni umani, parole affettive che distruggano i rumori della terra. Ma il medico è anche l’uomo dalla facile verità in tasca, “l’uomo che se va sicuro” di monta liana memoria.
Il folle lucido, invece è “un sapiente della grandezza, da non confondere col paranoico che vede grandezza ovunque, anche dove alberga la più totale ignoranza” (Merini in Donatella Pagliari, Creatività e follia). La dolce follia può essere un eccesso o un difetto di misura logica o emotiva, ma non può mai essere paranoia, cioè certezza indiscussa di verità, di realtà”.
“chi è poi la pazza della porta accanto? Per me è la mia vicina. Per lei la matta sono io, come per tutti gli abitanti del Naviglio”.
Uno dei più accorati appelli di Alda Merini è sempre stato rivolto proprio contro la mistificante identificazione tra arte e follia: “si è fatta troppa confusione tra la mia poesia e la mia vita, anzi tra la poesia e la malattia. La poesia, semmai, è la liberazione dal male, come la preghiera lo è dal peccato”. Parole accorate di Alda sono queste “non si può usare la pazzia con uno scopo. Il delirio dà alla luce figure, visioni, realtà sommerse.
La follia è un capitale enorme, estremamente prolifico, però lo può amministrare soltanto un poeta”.
L’immagine del poeta-folle è solo una caricatura che secondo la Merini, il “genio non sopporta”. L’attingere ad una modalità di esistenza diversa per tradurla in poesia è, infatti: “molto faticoso e terribilmente doloroso”.
A Basaglia
Caro amico, il Diario è nato a dieci anni dalla cosiddetta dimissione dal manicomio che io non ho accettato. Tanto è vero che ho continuato a rivisitarlo con amore e nostalgia negli anni che ho vissuto dopo. Questa mia rassegnazione al dolore eterno del manicomio è stata vista male e mal compresa da tutti. Ma la cosa più bella che ho potuto fare in ospedale dieci anni dopo è di ripensarlo al di fuori del suo quotidiano orrore, ricostruendo in me entità nascoste di forze di dannazione. Cosa che può fare solo un poeta…”. (A. Merini, Diario di una diversa, 2006)
«la verità è che Basaglia immaginava un amore tra pazzia e società, la non violenza verso il malato, ma la sua legge è stata negata, è rimasta incompiuta, perché ci volevano ospedali, ospedali veri e propri per curare le persone, altro che gli “operatori sociali”: la mente umana è vasta come il mare, c’ è bisogno di grandi medici, anche perché magari non si riconosce la violenza e si finisce per ritenere “pericoloso” chi è depresso per amore…».
La follia va invece allevata in un ambiente adatto, e allora può dare alla luce cose straordinarie. Diventa dolore, ma anche poesia. “In dodici anni di manicomio ho imparato tanto”.
Chi ha vissuto l’istituzione manicomiale non ha più voglia o tempo per giocare al mito romantico del genio folle o del poeta pazzo: lugubri favole prodotte dal narcisismo dei critici letterari:
La follia non genera da sé poesia, ma può diventare l’ostetrica del suo doloroso parto. È più che mai una Daseinsform, una forma di essere: “una delle cose più sacre che esistano sulla terra. È un percorso di dolore purificatore, una sofferenza come quintessenza della logica” . Il manicomio – che delle diversità mentali delle forme di vita è solo gendarme e prigione – è invece l’anti-poesia per eccellenza:
“e se tu mi avessi vista
dopo un ‘trattamento’
quando i capelli in testa sembravano serpi
serpi di pensieri e di dolori
se tu mi avessi vista piegata in due
dall’orribile dolore di essere donna
ti saresti chiesto:
‘ma questa è una poetessa’? ”.
Dalla lirica mistica, alla denuncia poetica del degrado manicomiale c’è una sorta di continuità etica nella concezione della funzione della poesia e del rapporto poesia-vita. Ecco come l’uccello di fuoco, il genio creativo, opera: il suo pigolio dimostra un bisogno d’amore che solo quando è colmato ha una voce “così tenera e nuova/che sotto il suo trionfo / detto la poesia.
L’uccello di fuoco
della mia mente malata,
questo passero grigio
che abita nel profondo
e col suo pigolìo
sempre mi fa tremare
perché pare indifeso,
bisognoso d’amore,
qualche volta ha una voce
così tenera e nuova
che sotto il suo trionfo
detto la poesia.
(La Terra Santa, 1984)
Oppure:
Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia. [Da La Terra Santa, 1984]
Nella raccolta poetica La Terra Santa Alda creativamente metaforizza il periodo d’internamento con la vicenda storico-religiosa che il popolo ebraico ha percorso durante l’esodo in Terra Santa e di cui narrano i primi libri dell’Antico Testamento, essendovi concretamente una sovrapposizione fra Terra promessa e manicomio, e quindi fra il viaggio compiuto dal “popolo prediletto” da Dio dall’Egitto alla Palestina e il percorso manicomiale.
LA TERRA SANTA
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco d’ asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo,
ci facevano gli elettroshock
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Ne vien fuori uno schema in cui il positivo in verde si contrappone al negativo in rosso.
Asse del bene
Pazzi
Ebrei
I seguaci di Gesù
I seguaci della libertà
I seguaci dell’amore
Inoffensivi come gli uccelli
Asse del male
Farisei.
Stanno in alto.
Sono i difensori dell’ordine
che marchiano
i pazzi come reietti.
Manicomio è morte (fummo lavati e sepolti ).
Resurrezione di Alda
Discesa all’inferno da dove riguarda
le mura di Gerico antica.
Da questa sua “resurrezione” deriva anche la funzione etica che lei attribuisce alla sua poesia.
“La mia poesia mi è cara come la mia stessa vita, è la mia parola interiore, la mia vita. Non si può, secondo me, rescindere la poesia dal pensiero-azione. Io sono stata sempre un’autrice dinamica, non una persona che gioca i dadi del concetto a un tavolo di metafore. Mi piace scrivere perché mi piace vivere” (Merini, 1987)
“per esempio, a me piace di più il periodo manicomiale, soprattutto perché la poesia è più sociale. Quindi ha un contenuto più forte, più universale, mentre il patema d’animo, mio o tuo, poco importa alla comunità, alla società” (Intervista a Zaninetti, cit.).
Solo Maria Corti ha saputo cogliere appieno questo singolare processo cognitivo della poesia di Alda Merini: “dapprima lei vive all’interno di una realtà tragica in modo allucinato e sembra vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo memoriale e da lì è proiettata nell’immaginario e diviene una visione poetica dove ormai è lei a vincere, a dominare, non più la realtà”.
La cultura poetica autentica rappresentata da Quasimodo, Montale, Manganelli, Betocchi, Corti, Pasolini, Spagnoletti , Raboni, ha individuato subito il genio poetico della Merini , in barba a tanta cultura accademica italiana che spesso ha soffocato i talenti. Anche a Dino Campana questa cultura dovrebbe chiedere scusa.
La follia ritenuta disordine cerebrale, caos comportamentale che impone normalizzazione ha generato le aberrazione della lobotomia e dell’elettroschoc, la segregazione nei manicomi con la connivenza delle famiglie. Fino a Franco Basaglia nessuno ha dato senso alle diversità di lebensform, forme di vita, come le chiamava già Wittgenstein
Clara Montagnolo che si è occupata dell’elemento creativo nei processi psicotici ha ammesso che benché sia innegabile una certa corrispondenza, non si può parlare di un vero e proprio legame. Se riflettiamo sulla Merini adolescente diremmo che sarebbe stata poetessa a prescindere. La creatività nella storia della Merini non è una conseguenza del processo psicotico, anzi è stata qualcosa che ha coesistito con esso fino a contribuire alla guarigione
Nella mente del soggetto creativo sarebbe presente un pensiero di tipo schizofrenico, sostiene la psichiatra, ma senza dissociazione o angoscia; c’è un libero fluire delle emozioni, un’apertura dei confini dell’io che però non basta a giustificare in concreto la nascita di un’opera d’arte.
Dalle poche liriche con cui abbiamo ricordato Alda Merini emerge una grande consapevolezza della sua condizione psichica e sociale, una consapevolezza che stentiamo a collocare nella “follia”.
Giovanni Jervis medico psichiatra e docente di Psicologia dinamica all’Università di Roma, preferisce parlare al plurale di “disturbi psichici”, che sono molto diversi gli uni dagli altri, per la maggior parte dei quali non c’è una causa unica, c’è un insieme di cause per cui a un certo punto, per sfortuna si può dire, ma molto spesso anche per caso, una persona si trova a vedere sommarsi delle predisposizioni genetiche, degli eventi di vita, delle difficoltà a fare fronte a nuove situazioni, come per esempio a situazioni di maggiore autonomia, quando uno cresce, oppure situazioni come la vecchiaia. Ecco in questa situazione, in questi casi avviene uno scompenso. Questo scompenso è ciò che noi chiamiamo “disturbo psichico”, alla cui base ci può essere una causa genetica che non è l’unica.
A tal proposito ci sembra importante ricordare il concetto di salute psicica di Fromm
“Quando parlo di salute psichica dell’individuo penso soprattutto alla salute psichica della società. Da ragazzi, a scuola, ci insegnavano il detto latino mens sana in corpore sano.
E’ una mezza verità …sarebbe più corretto dire mens sana in societate sana:
Una mente sana può albergare in una società sana”. Ne consegue che il problema della salute psichica dell’individuo non può essere scisso da quello della salute psichica della società.
La storia di Alda dimostra infatti una difficoltà in adolescenza, figure genitoriali che hanno avviato un processo di diseducazione, un matrimonio forzato che lei non è riuscita a fronteggiare, una maternità poco consapevole e sofferta, uno spasmodico bisogno di affetto e di comprensione, un’originale tensione mistico – religiosa che ha dovuto sopprimere. Se la storia si facesse con i se potremmo immaginare:
se Alda avesse potuto realizzare la sua vocazione religiosa,
se i genitori avessero incoraggiato il talento poetico di Alda
se Alda non fosse stata costretta a sposarsi,
se Alda avesse avuto una madre amorevole
Se Alda avesse avuto una figura paterna autorevole
Se Alda fosse stata ascoltata… ascoltata… amata…
Forse non avrebbe sofferto di nulla .
Sarebbe stata forse una grande mistica, visto che in fondo tante sue liriche afferiscono proprio al misticismo cristiano, sarebbe stata una forte voce critica della condizione femminile degli anni 60, sarebbe stata una cantante, visto che grazie a Vincenzo Mollica, A Milva, A Nency Brilli ha cantato e con una certa bravura anche in pubblico.
E’ stata semplicemente Alda Merini poetessa, che ha vinto il manicomio e ha dato voce alla sua voce interiore che ha convissuto con la psicosi fino a guarirne. Ecco perché tanti l’hanno amata e le hanno dedicato il loro tempo, le loro poesie e le loro canzoni come Roberto Vecchioni
Nel 1999 Roberto Vecchioni ha dedicato una canzone alla grande poetessa milanese. Si tratta di un testo delicato ed estremamente profondo, dedicato al periodo passato dalla Merini in manicomio, in cui emerge il grande bisogno di vita e di amore della poetessa dei Navigli, una poetessa che ha dovuto sperimentare la costrizione ad essere simile agli altri! Una poetessa che è riuscita comunque ad essere felice e a dar voce ad forma di vita con una specifica visione del mondo. Ben a proposito giungono allora le parole di Don Andrea Gallo che nel suo recente saggio, Così in terra, come in cielo, ha scritto “La follia è una condizione umana, è presente in noi come lo è la ragione. Chi è pazzo e chi non lo è?
Il pazzo è un malato fisico o afflitto nello spirito? Spesso il pensiero e la sensibilità hanno in cima la follia. Spesso il matto è un saggio e un sognatore, uno che vive i suoi assoluti. E’ un fuorilegge che agisce in contrasto con la classe sociale a cui appartiene, che soffre della discordanza tra la vita logica e la vita affettiva. Ancora più spesso è una persona delusa e sola. Cos’è la ragione? Spesso è una pazzia condivisa, come nel caso della guerra”.
Alda dopo 46 ellettrochoc e dopo un silenzio del cuore, da “Tu sei Pietro” del 1961 al 1984, con la sua poesia dalla Terra Santa in poi ha scritto un inno alla vita.
“Tutti vorrebbero essere Alda. Ma nessuno sa quanto ha dovuto soffrire Alda Merini per essere Alda Merini”.
Nessuno potrà fermare il suo canto, come dice in questa lirica:
Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato
il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.
(La Terra Santa, 1984)
E come conferma in questi versi:
Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,
il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento
di cantare una esequie al passato.
(La Terra Santa, 1984)
Niente è riuscito a strapparle la giovinezza del cuore che si eterna con l’amore:
Il tempo che fa morire le foglie
non potrà straniarti
dalla tua eternità
perché l’amore è fanciullo.
( da “Eternamente vivo”)
Niente le ha impedito di cantare la bontà malgrado il dolore:
Elettrochoc
Per ogni passaggio di corrente
usciva una spiga di sangue
sul labbro del poeta
che forse avrebbe voluto ingoiare
quel grumo
e trasformarlo in un bacio.
( da “Eternamente vivo”)
Niente le ha impedito di cantare la vita che sfida la morte:
Porta via questi anni
che sono morti
e mettimi al collo un angelo
un profumo di bianco rosmarino
una foglia d’alloro,
e scrivi una lettera possente,
un addio per la vita che non muore.
( da “Eternamente vivo”)
La poetessa Alda Merini è l’emblema delle risorse che un folle può offrire se gliene viene data l’occasione.
Disse “Io sono un dono di Franco Basaglia”.
Prof.ssa Maria Lucia Lo Presti





