CINEMA – Il diavolo veste Prada… visto da Italo Zeus
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CINEMA – Il diavolo veste Prada… visto da Italo Zeus

Il diavolo veste Prada… ancora Prada

Vent’anni dopo siamo ancora qui, spettatori fedeli di un immaginario che non ha mai smesso di sedurci

Sono passati vent’anni da quando Meryl Streep entrò in scena con un cappotto impeccabile, uno sguardo tagliente e quel tono di voce capace di congelare una stanza intera. Miranda Priestly non era soltanto un personaggio cinematografico: era diventata immediatamente un simbolo.

Del potere. Della moda. Dell’ambizione femminile. Ma soprattutto della freddezza emotiva elevata a metodo di sopravvivenza.

Vent’anni dopo siamo ancora qui, spettatori fedeli di un immaginario che non ha mai smesso di sedurci. Forse perché la moda, nel film, non è mai soltanto moda. È gerarchia, desiderio, identità, crudeltà. È il bisogno disperato di essere riconosciuti in un mondo che ci impone continuamente di apparire all’altezza.

Ho visto il film all’Alter Cinema, trasformato per una sera in una piccola passerella hollywoodiana. All’ingresso un red carpet improvvisato, luci soffuse, sorrisi studiati e in sottofondo “Vogue” di Madonna, che ancora oggi riesce a evocare un mondo fatto di pose, stile e desiderio di esistere sotto uno sguardo altrui.

I proprietari del cinema hanno accolto gli spettatori quasi come ospiti di una sfilata, abbracciando tutti con entusiasmo sincero. Per qualche ora, in quella sala siciliana, il tempo si è piegato. Eravamo di nuovo nei primi anni Duemila, quando il glamour sembrava ancora una promessa e non soltanto una strategia commerciale da social network.

La cosa più bella, però, erano le spettatrici. Le più entusiaste non erano le giovanissime, ma le donne un po’ âgée — categoria alla quale appartengo senza avere ancora il coraggio di ammetterlo davvero. Alcune ridevano ricordando battute del primo film come fossero frasi di famiglia. Una signora, elegantissima, indossava orgogliosamente un golfino color ceruleo con una giacca abbinata, spiegando a tutti che quello era il suo personale tributo alla scena più iconica del film.

E come darle torto?

Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, è appena arrivata nella redazione di Runway. Non conosce la moda, non ne parla il linguaggio, non ne comprende le regole. Quando definisce superficialmente una cintura o un maglione come “solo roba”, Miranda abbassa lentamente gli occhiali e pronuncia una delle lezioni più feroci mai scritte sul rapporto tra potere e consumo.

Quel monologo sul blu ceruleo è diventato storia del cinema perché parla di tutti noi. Miranda spiega ad Andy che quel colore, apparentemente insignificante, nasce dall’alta moda, passa attraverso le sfilate, viene scelto dai grandi stilisti e infine arriva nei negozi economici dove la gente comune crede di aver scelto liberamente. In realtà, qualcuno ha già deciso per loro.

Andy resta immobile. Gelata. Umiliata. Ma anche improvvisamente consapevole.

Ed è lì che il film smette di essere una semplice commedia sulla moda e diventa un racconto sul capitalismo estetico contemporaneo: l’illusione della scelta, il peso dell’immagine, il bisogno di appartenenza.

Questo nuovo capitolo prova a riprendere quel discorso, ma con personaggi inevitabilmente cambiati dal tempo. Miranda appare più fragile. Sempre impeccabile, certo, ma stanca. Per la prima volta si intravede una donna che sente il peso degli anni e della solitudine dietro il controllo assoluto. Andy è cresciuta, ha perso l’ingenuità della ragazza che voleva “solo scrivere”. Emily è diventata ancora più sofisticata, ma conserva quella fame nervosa di perfezione che la rende tragicomica.

Tutte e tre hanno ottenuto ciò che desideravano. Eppure nessuna sembra davvero felice.

Forse è proprio questo il cuore malinconico del film: capire che il successo non cancella il vuoto. Lo rende soltanto più elegante.

La sceneggiatura, in alcuni punti, fatica a trovare equilibrio. Alcune sequenze sembrano troppo costruite, quasi caricaturali, come se il film avesse paura di mostrarsi davvero vulnerabile. Ma visivamente resta seducente. La fotografia di Florian Ballhaus illumina ogni scena con precisione chirurgica. Trucco, costumi e scenografia funzionano perfettamente: i vent’anni trascorsi sembrano evaporare sotto le luci di Runway.

E poi c’è il pubblico. Che ride, applaude, riconosce le battute prima ancora che vengano pronunciate. Perché Il diavolo veste Prada non è più soltanto un film: è un rito collettivo. Un oggetto pop diventato memoria emotiva.

In cinque giorni il film ha incassato 17 milioni di euro in Italia e 77 milioni di dollari negli Stati Uniti, superando perfino il biopic dedicato a Michael Jackson. Ma il vero successo non sta nei numeri. Sta nella capacità di tornare dopo vent’anni e ritrovare ancora persone disposte a vestirsi di ceruleo per sentirsi parte di qualcosa.

E qui arriva il pensiero più inquieto.

Questo articolo l’ho scritto io. Non un algoritmo, non un software, non un’intelligenza artificiale. Oggi persino la scrittura è diventata un territorio sospetto. Non basta più avere una voce: bisogna dimostrare continuamente che quella voce appartiene davvero a un essere umano.

È una sensazione strana, quasi vertiginosa. Come se la tecnologia stesse lentamente trasformando anche l’identità in una performance da certificare.

Teorie del complotto? No. Semmai un nuovo tipo di inquietudine contemporanea.

Alla fine mi resta impressa un’immagine: una scarpa rossa, tacco dodici, lucida come una ferita. Simbolo glamour del film, certo. Ma impossibile non pensare anche alle scarpe rosse che da anni rappresentano la lotta contro i femminicidi.

Perché il male raramente si presenta con un volto mostruoso. Molto più spesso indossa abiti perfetti, parla sottovoce e si nasconde nella banalità quotidiana del potere.

Il diavolo veste Prada.
E qualche volta sorride persino.

Come direbbe Miranda Priestly, con quello sguardo capace di annientare chiunque:

“È tutto.”

da vedere ancora

Il Diavolo Veste Prada 2 ti aspetta ancora

AlterCinema di Glica di Piraino fino a domenica 17 maggio

CineTeatro Brolo fino a lunedì 18 maggio

12 Maggio 2026

Autore:

redazione


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