DOPO IL CASO BRITTI – La domanda che resta: quanto ci costa l’estate e cosa lascia davvero al territorio?
Cronaca, Cronaca Regionale, Fotonotizie, In evidenza

DOPO IL CASO BRITTI – La domanda che resta: quanto ci costa l’estate e cosa lascia davvero al territorio?

Dal concerto saltato a San Salvatore di Fitalia nasce un dibattito che va oltre artisti e cachet. Miraglia lancia la domanda dei “150 mila euro”, intervengono  in ordine sparso Irene Ricciardello, Valerio Barghini, Carmelo Castrovinci e Basilio Caruso. Cipriano propone una risposta comune dei sindaci.

Ma forse è proprio da qui che può nascere qualcosa di più ambizioso: smettere di programmare ognuno la propria estate e cominciare a costruire un territorio che produca eventi tutto l’anno

 Alla fine Alex Britti potrebbe aver lasciato al territorio qualcosa anche senza salire sul palco. Una provocazione, certamente. Ma soprattutto una domanda.

Quanto spendiamo ogni estate per gli spettacoli e, soprattutto, cosa rimane quando si smontano palco, transenne e amplificatori?

Il caso di San Salvatore di Fitalia, con il concerto saltato all’ultimo momento e la dura reazione dell’amministrazione guidata dal sindaco Giuseppe Pizzolante, ha acceso una discussione che sarebbe riduttivo confinare alla vicenda di un artista.

Perché il vero tema è un altro.

Da Brolo a Piraino, da Sant’Angelo di Brolo a Gioiosa Marea, da Capo d’Orlando a Torrenova, ogni estate i Comuni investono somme importanti per costruire i propri cartelloni. Spesso inseguono gli stessi giorni, lo stesso pubblico e, qualche volta, persino gli stessi artisti. Tutti programmano. Ma quasi sempre ciascuno programma per sé. Forse è proprio questo il modello sul quale bisognerebbe iniziare a discutere.

Non un’altra estate, ma un anno intero

L’idea potrebbe essere molto più ambiziosa di una semplice collaborazione tra sindaci per acquistare qualche spettacolo a condizioni migliori. O quella di valorizzare atisti locali o regionali. Perché non immaginare finalmente un vero cartellone comprensoriale annuale, programmato con largo anticipo, nel quale ogni Comune mantenga la propria identità ma diventi parte di un progetto più grande?

Non significa cancellare le feste patronali, né togliere ai paesi le loro tradizioni. Significa fare ciò che per anni si è tentato senza riuscire davvero a consolidare: trasformare tanti eventi isolati in un’offerta territoriale riconoscibile.

Un grande festival estivo diffuso. Una Pasqua capace di recuperare e collegare riti, processioni e tradizioni, magari partendo dalla straordinaria identità delle celebrazioni “della costa saracena”. Un Carnevale dei Nebrodi costruito tra più paesi. Musica, teatro, enogastronomia, arte e borghi distribuiti lungo dodici mesi.

Eventi capaci di diventare essi stessi destinazione.

E magari recuperare e aggiornare esperienze del passato, ripensando anche ai motivi per i quali progetti nati con l’ambizione di mettere insieme più Comuni — pensiamo ad una Festa del Fuoco quyella che si tenne pere tre anni a Brolo ad altre iniziative comprensoriali — non sono riusciti a trasformarsi in appuntamenti strutturali. Persino un format come Marevigliosa, opportunamente ripensato, potrebbe diventare il punto di partenza per un festival del territorio che non appartenga a un singolo campanile.

Perché il problema, forse, non è spendere meno. È spendere insieme e spendere meglio.

Ovviamente discorso a parte va per quegli eventi che nel tempo si sono consilidati ed hanno una propria struttutazione, dai Festival a Tindari, ad Amunì o gli eventi che si svolgono a San Marco d’Aluzio o nel fitalese.

Miraglia: «Voi cosa fareste con 150 mila euro?»

A mettere il tema sul tavolo è stato anche Giuseppe Miraglia, oggi consigliere d’opposizione a Brolo ed ex presidente del Consiglio comunale durante l’amministrazione di Irene Ricciardello.

La sua è una domanda volutamente semplice: «Se foste sindaco e aveste 150 mila euro da spendere per l’estate, cosa fareste?»

Un grande concerto con un artista famoso? Tante iniziative di buon livello distribuite sul territorio? Oppure qualcosa di completamente diverso?

Miraglia parte dalla constatazione che questa estate numerosi Comuni abbiano ospitato artisti importanti e riconosce anche un dato culturale difficilmente eliminabile: in Sicilia il concerto della festa e i fuochi d’artificio sono ancora profondamente radicati nelle comunità. Toglierli dall’oggi al domani potrebbe provocare più proteste che consensi. La domanda, allora, non è necessariamente se fare il grande concerto, ma come misurarne il successo.

Dalla piazza piena? Dall’indotto? Dalla promozione mediatica? Dal numero di turisti? Dalla capacità di far lavorare le attività commerciali?

Irene Ricciardello: «Conta quello che rimane»

Sul punto interviene l’ex sindaco di Brolo Irene Ricciardello, che sposta l’attenzione dalla quantità di pubblico alla qualità della ricaduta. «La vera domanda non è soltanto quanto pubblico riesca a portare un evento, ma quanto valore riesca a lasciare sul territorio».

Con 150 mila euro, spiega, cercherebbe di ottimizzare le risorse con iniziative capaci di fare arrivare le persone prima, trattenerle più a lungo e far vivere loro il paese. Perché diecimila persone che arrivano mezz’ora prima del concerto e ripartono immediatamente dopo possono produrre una fotografia impressionante. Ma non necessariamente un’economia altrettanto impressionante. La prospettiva indicata dall’ex sindaco è quindi quella di eventi di qualità distribuiti nel tempo, capaci di generare presenze e consumi reali.

Barghini: «Il giusto sta nel mezzo»

Più mediana la posizione del giornalista Valerio Barghini. Per lui non è necessario rinunciare ai nomi conosciuti, ma si potrebbero scegliere artisti meno costosi e utilizzare le risorse risparmiate per costruire altre iniziative.

Il caso di San Salvatore gli suggerisce anche una riflessione sul rapporto tra artisti, produzioni e piccoli Comuni. Perché dietro una serata ci sono mesi di lavoro, soldi pubblici, amministratori, associazioni, tecnici, volontari e soprattutto un pubblico che aspetta. E il rispetto, sostiene in sostanza Barghini, deve funzionare in entrambe le direzioni.

Carmelo Castrovinci: «Per sapere se funziona, parlino gli imprenditori»

Carmelo Castrovinci introduce invece un elemento interessante: misuriamo i risultati. Lo fa sal suo blog.

L’estate 2026 sulla costa tirrenica, osserva, è stata ricchissima di manifestazioni e anche i privati hanno investito molto nell’intrattenimento. Ma allora dovrebbero essere le associazioni imprenditoriali a dire quanto tutto questo abbia realmente prodotto in termini economici e occupazionali. È probabilmente uno dei punti più concreti dell’intero dibattito.

Perché senza numeri si rischia di dividersi tra chi vede in ogni concerto uno spreco e chi considera automaticamente ogni piazza piena un successo.

Castrovinci guarda inoltre oltre agosto: se si vuole parlare seriamente di destagionalizzazione, bisogna costruire opportunità anche in autunno, inverno e primavera, coinvolgendo maggiormente i giovani e offrendo loro spazi nei quali sviluppare attività artistiche e culturali.

Caruso: «Una piazza piena non significa automaticamente economia»

Ancora più severa l’analisi dell’ex sindaco di Sant’Angelo di Brolo Basilio Caruso.

Caruso invita a distinguere tra paese e paese. Spendere 70, 80 o 90 mila euro per uno spettacolo gratuito in un centro collinare, domanda, produce davvero benefici per quella comunità?

La provocazione è forte: il giorno dopo cosa rimane, oltre alle cartacce? Per l’ex sindaco il criterio dovrebbe essere eminentemente economico: il denaro pubblico destinato agli eventi deve contribuire a far crescere l’economia locale. Se incrementa il valore prodotto sul territorio, l’investimento può avere senso; diversamente rischia di trasformarsi in una passerella finanziata dalla collettività. E Caruso chiama in causa anche la Regione, contestando contributi concessi, a suo giudizio, senza una strategia sufficientemente coerente.

Cipriano: «Ora una decisione comune»

Ed è proprio dal caso di San Salvatore di Fitalia che arriva forse il passaggio politicamente più interessante. Il sindaco di Piraino Salvatore Cipriano, esprimendo solidarietà al collega Giuseppe Pizzolante, rivela che alcuni sindaci stavano già discutendo della necessità di incontrarsi dopo l’estate.

Dopo quanto accaduto, scrive Cipriano, è diventato «indispensabile prendere una decisione comune per difendere il nostro territorio e le nostre comunità, ragionando secondo una logica comprensoriale». Ecco.

Logica comprensoriale.

Forse sono proprio queste le due parole dalle quali ripartire.

Basta dodici paesi che comprano dodici estati

Perché sarebbe limitativo se l’incontro tra i sindaci servisse soltanto a stabilire come comportarsi con manager, agenzie e artisti. Il problema è molto più grande. Un territorio composto da piccoli Comuni non può continuare a comportarsi culturalmente e turisticamente come se ciascun campanile fosse un’isola.

Si potrebbe creare una cabina di regia permanente, mettere insieme una parte delle risorse comunali e regionali, cercare sponsor privati, programmare dodici mesi prima, dialogare con tour operator e strutture ricettive.

E soprattutto costruire pochi eventi, ma fortissimi.

Uno in inverno. Uno a Carnevale. Uno a Pasqua. Uno in primavera. Un grande festival diffuso durante l’estate. Un appuntamento enogastronomico in autunno. Non necessariamente tutti nello stesso Comune. Anzi. Ogni paese potrebbe diventare il palco di un unico grande cartellone territoriale.

A quel punto anche 150 mila euro assumerebbero un significato diverso. Perché sommati ai 150 mila del vicino, ai 50 mila di un altro Comune, ai contributi regionali, agli sponsor e alle risorse turistiche potrebbero costruire non la serata di una star, ma un prodotto turistico.

Il problema non è Britti

Alla fine, dunque, Alex Britti c’entra relativamente. San Salvatore di Fitalia ha semplicemente acceso la miccia. Adesso si può tornare alla normalità e aspettare la prossima estate, quando ogni Comune riaprirà la propria agenda, chiamerà le agenzie e ricomincerà la corsa al cantante. Oppure utilizzare questa polemica per fare qualcosa che nei Nebrodi si invoca da decenni e si realizza troppo raramente.

Fare territorio.

Non significa rinunciare al concerto in piazza. Significa fare in modo che quella piazza piena sia soltanto una tappa di un viaggio più lungo. Perché il vero successo non dovrebbe essere poter dire, la mattina dopo, «ieri sera c’erano diecimila persone».

Dovrebbe essere riuscire a dire: «Sono venute. Sono rimaste. Hanno conosciuto il territorio. E torneranno».

24 Agosto 2026

Autore:

redazione


Ti preghiamo di disattivare AdBlock o aggiungere il sito in whitelist