Antonio Morello disegna la paura che arriva dalla Russia
Il rosso sovietico, il blu del potere, la maschera nera con gli occhi rossi e un piccolo mondo sulla punta di un bastone.
Nell’ultima grafica dell’artista, il caso di peste in Siberia richiama la memoria del Covid e interroga i silenzi della politica.
Una figura immobile, imponente, senza volto. Indossa un colbacco con la stella rossa e la maschera dal lungo becco dei medici della peste. Due lenti circolari, rosse come lo sfondo, sembrano fissare l’osservatore, quasi maschere viste nei film su Černobyl. Accanto, un bastone nero sormontato da un piccolo globo terrestre.
Antonio Morello racconta così la paura che torna ad affacciarsi sulla scena internazionale, dopo le notizie di un presunto caso di peste a Irkutsk, in Siberia, e le tensioni diplomatiche tra Stati Uniti e Russia. La morte della ricercatrice Daria Shilipova, le richieste di chiarimenti di Washington, le dichiarazioni di Donald Trump e le rassicurazioni del Cremlino hanno riportato al centro una questione che il Covid ha reso particolarmente sensibile: il rapporto tra emergenze sanitarie, trasparenza delle informazioni e fiducia nelle istituzioni.
Secondo quanto riportato dall’ANSA l’8 ottobre, Trump ha annunciato l’intenzione di parlare con Vladimir Putin, precisando di non ritenere che l’episodio sia legato a un’arma biologica. Mosca ha smentito le indiscrezioni su un secondo decesso e ha escluso rischi epidemici per la popolazione. È proprio nell’incertezza che accompagna queste notizie che la grafica di Morello trova la sua forza espressiva.
L’artista utilizza tre colori dominanti, senza sfumature, secondo un linguaggio essenziale che richiama la tradizione del manifesto politico.
Il rosso occupa l’intero sfondo. È il colore della stella sovietica, della rivoluzione, ma anche dell’allarme e del pericolo. Il blu intenso, quasi violaceo, costruisce il colbacco e il corpo del personaggio, conferendogli una presenza monumentale, rigida, autoritaria. Il nero è riservato alla maschera, il centro più inquietante della composizione. Ma c’è un dettaglio decisivo: le lenti non sono oscure. Sono rosse, dello stesso colore dello sfondo. Il rosso sembra attraversare gli occhi della figura, come se dietro quelle aperture non ci fosse un volto, ma soltanto il colore del potere che la circonda. Lo sguardo diventa anonimo, impossibile da interpretare. La maschera dal becco allungato, simbolo delle grandi epidemie del passato, assume così un significato politico. Morello la sovrappone al colbacco sovietico, trasformando il medico della peste in una figura che può rappresentare il potere quando trattiene informazioni, si chiude nel riserbo o lascia senza risposta le domande dell’opinione pubblica. Il richiamo al Covid è inevitabile. Tornano alla memoria i mesi delle notizie frammentarie, delle città isolate, delle paure collettive. Non perché il caso russo abbia necessariamente la stessa natura o gravità, ma perché quell’esperienza ha cambiato il nostro modo di reagire alle informazioni sanitarie incomplete. C’è poi un elemento apparentemente secondario: il piccolo globo terrestre sulla punta del bastone. Il mondo è minuscolo rispetto alla figura mascherata. Una sproporzione che suggerisce la fragilità del pianeta davanti alle epidemie, ma anche il peso delle grandi potenze nelle vicende che riguardano la sicurezza collettiva.
La salute pubblica non conosce confini. E una notizia proveniente da una regione lontana può rapidamente diventare una questione internazionale, soprattutto quando mancano elementi sufficienti per comprenderla. Morello concentra tutto questo in un’immagine priva di parole. La bocca del personaggio è nascosta dal lungo becco nero. Non può parlare, almeno agli occhi di chi osserva. Il silenzio diventa così il vero protagonista dell’opera, più ancora della peste evocata dalla maschera.
La grafica non formula accuse sull’origine dell’infezione né annuncia una nuova pandemia. Costruisce una metafora del sospetto, utilizzando simboli storici e politici immediatamente riconoscibili. Il risultato è un manifesto asciutto, quasi brutale nella sua semplicità. Il rosso incombe, il blu irrigidisce, il nero cancella il volto. E quei due occhi rossi, vuoti di espressione, sembrano restituire all’osservatore la sua stessa inquietudine. La Morte Nera di Antonio Morello racconta così una paura antica, tornata contemporanea: quella di un pericolo che non riusciamo a vedere e di un potere dal quale attendiamo risposte. Perché, quando le informazioni mancano, anche il silenzio finisce per assumere il volto di una minaccia.
Grafica ed epidemie












