Dall’esperienza di Quater alla nascita di Agorà Sud, dal dopo-PNRR alla “restanza attiva”. la dottoressa Maristella Ridolfo racconta il progetto che a Capo d’Orlando ha riunito istituzioni, università, imprese e professionisti. «Non volevamo l’ennesimo convegno, ma uno spazio permanente di confronto. Il futuro del Sud non può essere delegato: dobbiamo costruirlo insieme».
Agorà Sud si è chiusa, ma nelle intenzioni di Maristella Ridolfo, amministratrice di Quater Srl, proprio adesso dovrebbe cominciare la parte più importante.
Le due giornate di Capo d’Orlando sono state pensate come l’avvio di un percorso che vuole mettere in relazione territori e luoghi delle decisioni, trasformando il confronto in proposte concrete. Dietro c’è anche una storia personale e aziendale. Quella di una giovane professionista che ha scelto di studiare a Messina e lavorare in provincia e quella di Quater, nata nel 2020 come piccola realtà e cresciuta lavorando al fianco delle pubbliche amministrazioni. Una vicenda che Ridolfo considera, nel suo piccolo, coerente con il tema scelto per Agorà Sud: dimostrare che si può crescere anche partendo dal Sud.
L’Intervista
Maristella Ridolfo, partiamo dalla fine. Agorà Sud ha portato a Capo d’Orlando istituzioni nazionali e regionali, università, imprese e professionisti. È soddisfatta?
«Molto, ma più che parlare di un traguardo parlerei di un punto di partenza. Dietro queste giornate ci sono mesi di lavoro, incontri, trasferte, porte che si sono aperte e altre rimaste chiuse. Vedere insieme persone, competenze e sensibilità diverse ci conferma che attorno a un’idea seria si può costruire partecipazione. Ma non volevamo organizzare l’ennesimo convegno. Agorà Sud deve andare oltre l’evento e diventare uno spazio permanente di dialogo sul Mezzogiorno».
Perché avete scelto proprio la parola “Agorà”?
«Per il suo significato originario. Nell’antica Grecia era il luogo nel quale la comunità si incontrava, discuteva e partecipava alle decisioni sul proprio futuro. Noi vogliamo recuperare quello spirito: mettere nella stessa piazza pubblica amministrazione, università, imprese, professionisti e soprattutto giovani. Il confronto, però, ha senso se riesce a produrre proposte concrete».
“Il diritto a restare in un territorio che cresce” è un titolo molto impegnativo. Che cosa significa per lei?
«Significa innanzitutto restituire libertà alla scelta. Per anni ai giovani del Sud è stato quasi detto che partire fosse inevitabile: per studiare, lavorare, costruire una carriera. Io stessa ho studiato a Messina e poi ho scelto un percorso professionale in provincia. Non dobbiamo impedire ai nostri ragazzi di partire: sarebbe assurdo. Dobbiamo però creare le condizioni affinché possano scegliere di restare e, soprattutto, affinché chi è partito possa avere una ragione per tornare. Questa è la vera sfida».
Quindi nessuna retorica del “restare a tutti i costi”.
«Assolutamente no. Il diritto a restare non è uno slogan e non può diventare una gabbia. Si costruisce attraverso lavoro, infrastrutture moderne, imprese che investono, università capaci di dialogare con il territorio, formazione, competenze e una pubblica amministrazione in grado di programmare e realizzare. Serve soprattutto una politica di sviluppo che smetta di considerare il Mezzogiorno soltanto come un problema da assistere e cominci a considerarlo una straordinaria opportunità sulla quale investire».
Avete utilizzato spesso l’espressione “restanza attiva”. In cosa si differenzia dal semplice restare?
«La restanza attiva mette i giovani al centro. Significa sovvertire la narrazione della fuga inevitabile dei cervelli. I giovani non devono essere spettatori passivi del cambiamento, ma protagonisti della nuova classe dirigente territoriale. Per questo abbiamo parlato di alta formazione, università, ITS, collegamento con le imprese, nuove competenze e rafforzamento della capacità amministrativa. Se un territorio offre opportunità reali, restare non è più una rinuncia: diventa una scelta».
Il PNRR è stato inevitabilmente uno dei grandi temi del confronto. Lei ha posto però una domanda diversa: che cosa resterà dopo il PNRR?
«È la domanda che dobbiamo farci adesso. Abbiamo avuto a disposizione risorse straordinarie: PNRR, Next Generation EU, politiche di coesione, fondi nazionali ed europei. Ma la vera misura del successo non sarà soltanto quanto saremo riusciti a spendere. Sarà ciò che saremo riusciti a costruire: infrastrutture, competenze, imprese, servizi, capacità amministrativa, opportunità di lavoro. E soprattutto la possibilità per un giovane di guardare questo territorio e dire: “Il mio futuro può essere anche qui”».
E lo sguardo è già rivolto alla programmazione europea 2028-2034.
«Dobbiamo necessariamente guardare avanti. Non basta più semplicemente spendere i fondi europei. Dobbiamo costruire una visione di lungo periodo e provare a trasformare il Mezzogiorno da territorio destinatario di risorse a protagonista dello sviluppo sostenibile e dell’innovazione nel Mediterraneo. Significa lavorare sulla transizione digitale ed ecologica, sulla competitività delle imprese, sulla ricerca e sulle infrastrutture, ma anche preparare oggi le competenze che serviranno domani».
Quater conosce da vicino soprattutto il mondo della Pubblica amministrazione. Che cosa avete imparato lavorando con i Comuni?
«Abbiamo visto amministratori costretti a gestire procedure estremamente complesse con pochissime risorse umane e territori ricchi di potenzialità che hanno bisogno di progettazione e accompagnamento. Questo ci ha insegnato che i finanziamenti, da soli, non producono sviluppo. Servono competenze, capacità amministrativa, programmazione e collaborazione tra pubblico e privato. Se manca questa struttura, rischiamo di avere le risorse senza riuscire a trasformarle davvero in opportunità».
In questo senso anche la storia di Quater sembra entrare nel racconto di Agorà Sud.
«Sì, ed è forse la parte alla quale sono più legata. Siamo partiti nel 2020 come una piccola realtà, senza grandi strutture alle spalle. Abbiamo creduto che lavorando seriamente, mantenendo gli impegni e mettendo al centro persone e competenze fosse possibile crescere. Sono aumentati i progetti, le amministrazioni che ci hanno dato fiducia e le collaborazioni, ma soprattutto è cresciuta la nostra squadra. È il risultato del quale sono più orgogliosa, perché dietro un’azienda non ci sono soltanto fatturati o contratti: ci sono persone, famiglie, giovani professionisti. Nel nostro piccolo vogliamo dimostrare che si può crescere anche partendo dal Sud».
Perché organizzare un appuntamento di questa portata proprio a Capo d’Orlando?
«Perché farlo altrove sarebbe stato forse più semplice, ma avrebbe avuto meno significato. Se parliamo del diritto a restare dobbiamo partire proprio dai territori dai quali troppo spesso si è costretti ad andare via. Non devono essere sempre i territori a raggiungere i luoghi nei quali si prendono le decisioni. Qualche volta devono essere i luoghi delle decisioni a raggiungere i territori. Portare qui istituzioni, università, imprese e competenze era parte stessa del messaggio di Agorà Sud».
Adesso cosa succede? Agorà Sud finisce qui?
«No. Se finisse con il convegno avremmo mancato una parte importante dell’obiettivo. Vogliamo continuare con nuovi appuntamenti e tavoli di lavoro, raccogliendo idee, esperienze e proposte nell’Agenda Agorà Sud: un patrimonio concreto che nasca dal territorio e possa essere portato alle istituzioni. Queste giornate devono rappresentare un punto di partenza».
Se dovesse condensare in una frase ciò che porta con sé dopo queste due giornate?
«Che il futuro del Sud non può essere delegato a qualcun altro. Dobbiamo costruirlo insieme. E se Agorà Sud riuscirà a trasformare anche una sola buona idea in un’opportunità concreta per il territorio, allora avrà già cominciato a raggiungere il suo obiettivo».
fotogallery dell’evento








































































































































































































