PRESIDENTI – Dal Nobel mancato all’Oscar possibile: Donald Trump e la grande arte di recitare se stesso
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PRESIDENTI – Dal Nobel mancato all’Oscar possibile: Donald Trump e la grande arte di recitare se stesso

di Vicky Amendolia

Donald Trump, almeno per ora, non ha ottenuto il Nobel per la pace. Se ne farà una ragione? Difficile. Più probabile che consideri la giuria norvegese un covo di comunisti, europeisti, ingrati e probabilmente malvestiti.

Ma, a ben vedere, forse il premio giusto non era quello. Forse Trump non appartiene davvero alla categoria dei pacificatori. Appartiene piuttosto a quella, assai più americana, degli uomini di spettacolo. E allora, se Oslo gli ha negato l’alloro, Hollywood potrebbe rimediare. Non per la pace, s’intende. Per l’interpretazione.

Perché Donald Trump, quando non governa, recita. E quando governa, recita ancora di più.

La scena, questa volta, era già di per sé perfetta: Washington Hilton, cena della White House Correspondents’ Association, il rito annuale in cui il potere politico e la stampa americana si guardano negli occhi, fingendo per una sera di sopportarsi con eleganza. Una tradizione che risale al 1921, quando i corrispondenti della Casa Bianca inaugurarono quella che sarebbe diventata una liturgia laica della democrazia americana: giornalisti, presidenti, battute, premi, sorrisi tirati, libertà di stampa celebrata fra un antipasto e un applauso.

Trump, che durante il suo primo mandato aveva accuratamente evitato quel rito, stavolta aveva deciso di esserci. O, più precisamente, aveva deciso di usarlo.

Non era una cena qualunque. Il clima era incandescente. Oltre duecento giornalisti, fra cui nomi storici del giornalismo americano, avevano chiesto alla White House Correspondents’ Association di non trasformare la serata in una passerella mondana e di denunciare, davanti al Presidente, gli attacchi alla libertà di stampa. Non proprio il genere di aperitivo che Trump ama sorseggiare.

C’era poi un dettaglio, piccolo come una mina e grande come un incubo: il Wall Street Journal doveva essere premiato per il lavoro giornalistico sulla presunta lettera di compleanno indirizzata a Jeffrey Epstein e attribuita a Trump. Una storia che il Presidente ha sempre respinto come falsa, arrivando a citare in giudizio il giornale. Peccato che, pochi giorni prima della cena, un giudice federale avesse respinto la sua causa per diffamazione, osservando che le sue accuse non si avvicinavano neppure allo standard richiesto per dimostrare la malizia effettiva nel caso di un personaggio pubblico.

Insomma, più che una cena, per Trump rischiava di essere una seduta spiritica: da un lato la stampa libera, dall’altro Epstein, in mezzo lui, seduto a sorridere mentre gli altri applaudivano.

E qui arriva la storia.

Durante la serata, secondo le ricostruzioni delle autorità e della stampa americana, un uomo di trentuno anni, Cole Tomas Allen, originario della California, avrebbe tentato di superare l’area di sicurezza del Washington Hilton armato di fucile, pistola e coltelli. Un agente è stato colpito, ma salvato dal giubbotto antiproiettile. Il sospetto è stato bloccato e arrestato vivo. Trump, la First Lady e altre figure dell’amministrazione sono stati evacuati. La cena è stata sospesa. I premi, almeno quella sera, sono rimasti sul tavolo. La celebrazione della stampa è evaporata. La narrazione è cambiata.

Prima: Trump davanti alla stampa che lo contesta. Dopo: Trump bersaglio della violenza politica.

Prima: il Presidente chiamato a misurarsi con il Primo Emendamento. Dopo: il Presidente protetto dagli uomini del Secret Service.

Prima: il Wall Street Journal premiato per un’inchiesta sgraditissima. Dopo: il Paese invitato a stringersi attorno al capo minacciato.

Non serve immaginare complotti per riconoscere un capolavoro di tempismo narrativo. La realtà, talvolta, lavora meglio degli spin doctor. E Trump, che della realtà ha sempre fatto un materiale plastico, non perde mai l’occasione di trasformare un fatto in un episodio della propria serie personale: “Io contro tutti”.

Sia chiaro: non vi è alcuna prova pubblica che l’episodio sia stato costruito, preparato o anche solo favorito. Sarebbe irresponsabile sostenerlo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo non vedere come Trump abbia un talento istintivo, quasi teatrale, nel piegare ogni circostanza alla propria mitologia.

Lui non attraversa gli eventi: li occupa.

Una causa persa diventa persecuzione. Una critica diventa tradimento. Una domanda sgradita diventa attacco alla nazione. Una sparatoria diventa conferma scenica del suo destino eroico. Trump non ha bisogno di scrivere sempre il copione: gli basta entrare in scena nel momento giusto, pronunciare due battute, indicare il nemico e lasciare che il pubblico faccia il resto.

Del resto, il suo rapporto con la stampa non è mai stato un normale conflitto fra potere e controllo democratico. È stato, ed è, un duello permanente. L’Associated Press è stata esclusa da eventi alla Casa Bianca per non essersi adeguata alla denominazione trumpiana del Golfo del Messico come “Golfo d’America”. NPR e PBS sono finite nel mirino del tentativo di tagliare i finanziamenti pubblici. Voice of America è stata travolta da interventi amministrativi poi contestati in sede giudiziaria. Giornalisti sono stati arrestati o sottoposti a procedimenti in casi che hanno sollevato forti allarmi sul Primo Emendamento. Il tutto dentro una retorica quotidiana in cui la stampa non è un contropotere, ma un nemico interno.

Ecco perché quella cena aveva un valore simbolico enorme. Non era soltanto una serata di gala. Era il luogo in cui la stampa americana avrebbe potuto ricordare al Presidente che la libertà di informare non è una concessione graziosa del sovrano, ma una garanzia costituzionale. Era il luogo in cui Trump avrebbe potuto essere costretto, anche solo per qualche minuto, a sopportare ciò che sopporta meno: non l’insulto, ma il limite.

Poi sono arrivati gli spari.

Da quel momento, il limite è scomparso. È rimasto il personaggio. Il Presidente minacciato. Il sopravvissuto. L’uomo che combatte. Il bersaglio. Il martire in giacca scura.

È una trasformazione perfetta per la grammatica trumpiana. La democrazia, con i suoi pesi, contrappesi, controlli, domande, verifiche, è noiosa. La scena del pericolo, invece, è cinematografica. Ha bisogno di pochi elementi: un nemico, un corridoio, agenti che corrono, un giubbotto antiproiettile, una dichiarazione solenne, qualche immagine diffusa sui social, un pubblico già predisposto a credere che il proprio capo sia braccato dalle forze del male.

Ed è qui che il mancato Nobel per la pace trova il suo risarcimento naturale. Trump non è uomo da trattati, ma da inquadrature. Non è uomo da diplomazia, ma da montaggio. Non cerca la complessità: la semplifica in un poster. Non affronta il dissenso: lo trasforma in persecuzione. Non governa il racconto pubblico: lo cannibalizza.

In questo senso, l’Oscar sarebbe più appropriato del Nobel. Miglior attore protagonista, certamente. Miglior regia, spesso. Miglior sceneggiatura originale, quasi sempre. Con una menzione speciale per la capacità di entrare in una stanza politicamente ostile e uscirne, pochi minuti dopo, come vittima designata della Storia.

Il problema, naturalmente, non è Trump soltanto. È il pubblico. Perché nessun attore vive senza spettatori. Nessuna sceneggiata funziona se la platea non vuole crederci. E l’America trumpiana vuole crederci disperatamente. Vuole il capo assediato, il nemico nascosto, la stampa traditrice, il complotto permanente, il martirio come prova di autenticità.

Così, ogni fatto diventa una conferma. Se Trump attacca la stampa, è perché la stampa mente. Se la stampa lo critica, è perché lo teme. Se un giudice respinge una sua causa, è perché il sistema è corrotto. Se un uomo armato irrompe in una cena, è perché Trump è l’unico che ha il coraggio di combattere.

La politica, ridotta a cinema, non ha più bisogno della verità. Le basta la verosimiglianza. E Trump, in questo, è maestro assoluto: non convince perché dimostra, ma perché interpreta. Non persuade con la logica, ma con la posa. Non argomenta, appare.

Il Washington Hilton, dunque, non ci consegna necessariamente un mistero. Ci consegna qualcosa di forse più inquietante: la prova che, nell’America contemporanea, la realtà può essere immediatamente assorbita dalla macchina narrativa del potere. Anche quando non è stata scritta da quel potere, può esserne recitata come se lo fosse.

 

27 Aprile 2026

Autore:

redazione


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