REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA A BROLO – Vince il “No”, ma il dato politico è nel silenzio
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REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA A BROLO – Vince il “No”, ma il dato politico è nel silenzio

A Brolo il referendum sulla giustizia si chiude con un risultato estremamente equilibrato, ma con una chiara prevalenza del “No”.

Su 2.758 voti validi, il “No” si attesta al 50,58% (1.395 voti), mentre il “Sì” si ferma al 49,42% (1.363 voti). Uno scarto minimo, appena 32 voti, che restituisce l’immagine di una comunità spaccata a metà su un tema complesso e divisivo. Il conto per le sei sezioni da  ragione al NO in quattro, mentre il SI si attesta avanti solo nella TERZA e nella QUINTA. Che per chi è di Brolo è è avvezzo alla geografia del voto vuol dire tanto. 36 le schede tra nulle e bianche.

Un dato che, letto superficialmente, potrebbe sembrare solo numerico. In realtà, a Brolo, il significato politico va ben oltre le percentuali. E a propositi di percentuali il apesi rimane tra qualli in Sicilia dove si è scelto di andare maggiormente al voto.

Un risultato figlio di una campagna “a metà”

Il primo elemento che emerge è l’impegno concreto di alcune categorie, in particolare il mondo forense. Gli avvocati – a Brolo in primis Mimmo Magistro a sostegno del “Sì”- si sono spesi attivamente contribuendo a tenere vivo il dibattito su una riforma tecnica ma centrale per il sistema giudiziario. Accanto a questo, si segnala l’attivismo politico di poche forze politiche ben individuabili, in particolare Fratelli d’Italia, dove il consigliere Giuseppe  Miraglia hanno sostenuto apertamente il “Sì”, mentre sul fronte opposto la CGIL ha rappresentato una delle poche voci organizzate a favore del “No”, arrivando anche a promuovere un momento pubblico di confronto.

E poi, il vuoto.

Il silenzio della politica locale

Il vero dato politico, infatti, non è tanto il risultato, quanto il clima in cui è maturato. A Brolo, questa campagna referendaria è stata segnata da un silenzio diffuso e trasversale. Amministratori locali, segreterie di partito, rappresentanti istituzionali: salvo rare eccezioni, hanno scelto di non esporsi. Un’assenza evidente non solo nei dibattiti pubblici, ma anche sui social, oggi termometro immediato del posizionamento politico. Scorrendo i profili personali di molti esponenti locali, il referendum semplicemente non esisteva. Scarse le prese di posizione, pochi gli invito al voto, nessuna spiegazione ai cittadini. Una scelta che appare tutt’altro che casuale.

Una “linea” non dichiarata

La sensazione, diffusa tra osservatori e cittadini, è quella di una sorta di linea condivisa, non scritta ma evidente: meglio non esporsi e rimanere allineati ad ordini di scuderia sussurati. Aspettare il risultato per poi dividersi la torta della vittoria su altri tavoli. In una realtà locale come Brolo, dove i rapporti personali e professionali si intrecciano strettamente con quelli politici, prendere posizione contrastanti- e non sul tema del referendum ovviamente –   può significare esporsi a critiche, fraintendimenti o tensioni. E allora si sceglie il silenzio. Si parla d’altro. Si evita.

Nonostante tutto, i cittadini hanno risposto. I numeri parlano di una partecipazione significativa e di un risultato tutt’altro che scontato. Il fatto che il “No” abbia prevalso, seppur di misura, può essere letto anche come il segnale di un orientamento che si è formato più fuori dai canali ufficiali che dentro, tra opinioni personali, reti informali e sensibilità diffuse.

Il dato politico reale

Alla fine, il referendum a Brolo consegna due verità:

  1. Una comunità che osserva, attenta e partecipe
  2. Una classe politica locale “prudente”, se non addirittura reticente e allineata alle linee del partito “madre”

Ed è proprio questo secondo elemento a pesare di più nella nuova lettura geopolitica locale. Perché in politica, a volte, non è solo importante ciò che si dice. Ma anche – e soprattutto – ciò che si sceglie di non dire.

23 Marzo 2026

Autore:

redazione


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