MONS. FICARRA – Da “prete buono” di Sciascia a testimonial del Liceo di Patti
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MONS. FICARRA – Da “prete buono” di Sciascia a testimonial del Liceo di Patti

Il Vaticano riabilita Mons. Ficarra e la città vuole intitolargli la scuola. La petizione popolare vicina a quota mille

C’è una lettera datata 27 marzo 2026

Quasi mille firme, il sindaco e il vescovo in testa, e ora una lettera storica dell’Archivio Apostolico Vaticano: la figura del vescovo esautorato nel 1957 torna al centro della vita culturale pattese e rilancia la richiesta di cambiare il nome del Liceo Classico, oggi ancora intitolato a Vittorio Emanuele III

il Vaticano prende posizione — con autorevolezza inequivocabile — su una vicenda che affonda le radici nel 1957

C’è una lettera datata 27 marzo 2026, firmata dal Prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano, Padre Rocco Ronzani, O.S.A., e indirizzata a Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Guglielmo Giombanco, Vescovo di Patti. È una lettera breve, scritta nel linguaggio misurato e formale della diplomazia ecclesiastica, ma il suo contenuto è tutt’altro che ordinario.

In quella lettera, il Vaticano prende posizione — con autorevolezza inequivocabile — su una vicenda che affonda le radici nel 1957 e che per quasi settant’anni ha diviso, commosso e interrogato la comunità pattese e non solo.

Il Prefetto dell’Archivio Apostolico scrive di volersi rivolgere «fiducioso all’attenzione di Vostra Eccellenza per appoggiare volentieri una richiesta della quale sono stato recentemente messo a parte»: quella di intitolare il Liceo Classico di Patti alla «benemerita memoria di Mons. Angelo Ficarra (1885-1959), insigne patrologo e Suo illuminato predecessore in codesta sede episcopale». E aggiunge, con parole che hanno il sapore di una riparazione storica: Ficarra va annoverato «fra le più rilevanti intelligenze della Sicilia del secolo scorso», uomo la cui memoria è «ancora viva nella collettività» per «la sensibilità dimostrata nei difficili anni del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale, con le sue devastazioni e la difficile opera di ricostruzione, di cui fu mirabile artefice».

Per una figura che il Vaticano aveva silenziato, esautorato e spedito — con la sottile crudeltà della promozione formale — a essere arcivescovo di un posto che non esiste, questa lettera ha il peso di una riabilitazione.

Non ufficiale, non canonica nel senso tecnico, ma reale, pubblica, firmata dal custode della memoria storica della Santa Sede.

Chi era Mons. Angelo Ficarra: il “prete buono” che Sciascia inseguì per anni

Nato il 10 luglio 1885 a Canicattì, in provincia di Agrigento, Angelo Ficarra fu ordinato presbitero nel 1908 e dopo anni di ministero pastorale e di insegnamento — ebbe come collega di cattedra nientemeno che Luigi Pirandello al Liceo Empedocle di Agrigento — percorse una carriera di studioso e pastore che lo portò, nel 1936, alla nomina a Vescovo di Patti per volontà di Pio XI.

Il suo profilo intellettuale era di primissimo piano. Laureato in Lettere Classiche all’Università di Palermo con una tesi sulla posizione di San Girolamo nella storia della cultura, pubblicò negli anni successivi il Florilegium Hieronymianum e fu incaricato da Giovanni Gentile di compilare la voce “Girolamo” per l’Enciclopedia Treccani. Un filologo, uno studioso della patristica, un intellettuale formato alla grande tradizione classica — che si trovò a fare il vescovo in una Sicilia attraversata dal fascismo, dalla guerra e poi dal furioso scontro politico del dopoguerra.

Fu proprio quel contesto a travolgerlo. Ficarra era un uomo mite e tollerante che credeva «nel Dio della verità, nel Dio della giustizia», eppure venne ritenuto ribelle non avendo fatto nulla nella sua diocesi per impedire la sconfitta della Democrazia Cristiana. Non era un uomo di partito. Non voleva esserlo. E questo, nella Sicilia del dopoguerra — dove la DC era intrecciata con le gerarchie ecclesiastiche in un abbraccio che aveva poco di spirituale — equivaleva a una colpa.

Finì in contrasto col Vaticano per la sua scarsa malleabilità politica e anche per l’audacia di certe sue tesi sulla religiosità (e irreligiosità) siciliana. La Sacra Congregazione Concistoriale, presieduta dal Cardinale Adeodato Piazza, cominciò a lavorare per estromettere Ficarra dalla diocesi di Patti. Lo fece con la metodica lentezza della burocrazia ecclesiastica: prima arrivò un Vescovo Coadiutore nel 1953, poi un Amministratore Apostolico nel 1955, infine la nomina del successore nel 1957.  Da un giornale locale di Canicattì, dove trascorreva giorni di vacanza, Ficarra apprese a sua insaputa le sue dimissioni e di essere stato promosso arcivescovo titolare di Leontopoli di Augustamnica: in partibus infidelium — dalle parti degli infedeli — come la Chiesa cattolica era solita fare quando voleva conferire a un suo prelato un titolo meramente formale.  Era il modo in cui la Chiesa liquidava chi non si voleva più vedere, preservando le forme senza ammettere la sostanza. Una promozione che era una condanna.

Sciascia, la scomunica accettata e il “prete buono”

La storia sarebbe rimasta sepolta negli archivi e nella memoria ferita di una comunità, se non fosse arrivato Leonardo Sciascia. Lo scrittore di Racalmuto propose di pubblicare un lavoro basato su documenti e manoscritti che riguardavano la vita di monsignor Angelo Ficarra, avvertendo che «alcuni di questi documenti recano la dicitura sub secreto S. Officii con l’esplicitazione che chiunque ne divulghi il contenuto cade nella scomunica maggiore da cui soltanto il Papa può assolvere». La risposta del vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno fu lapidaria: «Levi accetta con gioia il suo racconto. Né lui né i suoi colleghi, sottoscritto incluso, temono la scomunica».

Nel 1979 Leonardo Sciascia pubblica l’operetta Dalle parti degli infedeli, racconto-inchiesta in cui l’inquisito è Monsignor Angelo Ficarra. Il libro — pubblicato prima da Sellerio e poi da Adelphi, attraversato da una luce che permette di riconoscere con nettezza il dettaglio significativo e trasforma il tutto in un apologo per dirci sulla Sicilia e sulle sue oscurità qualcosa che invano cercheremmo altrove — portò la storia di Ficarra fuori dalla Sicilia, sul palcoscenico nazionale.

Il commento finale di Sciascia era tagliente e definitivo: «Ma dalla parte degli infedeli, non nominalmente ma a tutti gli effetti, monsignor Ficarra c’era già stato».

C’era qualcosa di profondamente autobiografico, in Sciascia, nel dedicarsi a questa storia. Lui stesso, nella prefazione, confessò che l’avere inseguito per tanti anni e in tanti libri i preti cattivi lo aveva inevitabilmente portato a imbattersi in un prete buono. E quella scoperta lo aveva commosso e quasi soggiogato.

Subito dopo la pubblicazione, avvenuta a poco più di vent’anni dalla vicenda, il piccolo volume fu presentato da Leonardo Sciascia alla libreria Adelasia di Patti – un evento fortemente voluto dalla famiglia Mellina –  di fronte a esponenti del mondo politico ed ecclesiale dell’epoca. Era il 1979, e quella serata alla libreria Adelasia — ricordata ancora oggi dai pattesi che vi parteciparono — segnò l’inizio di un processo lungo decenni di riscoperta e rivalutazione.

 Dalla riscoperta alla petizione: quasi mille di firme

Negli anni successivi la figura di Ficarra ha continuato a crescere — esattamente come annotato nella Cronotassi dei vescovi di Patti: Nomen eius tamen crevit in dies, il suo nome è cresciuto di giorno in giorno. Studi, convegni, tesi universitarie, pubblicazioni. Nel 1985 la Diocesi di Patti intitolò a lui l’Istituto di Scienze Religiose. Nel 2013 il sociologo Enzo Pace pubblicò per la Morcelliana di Brescia Angelo Ficarra. Un vescovo senza Chiesa. Nel 2025, nel quarantaseiesimo anniversario della visita di Sciascia a Patti, un convegno alla Biblioteca Comunale di Villa Pisani ha ripercorso la vicenda davanti a una platea numerosa e qualificata.

 

È in questo clima di attenzione crescente che il 19 gennaio 2026 è stata presentata al Dirigente Scolastico del Liceo Classico “Vittorio Emanuele III” un’istanza ufficiale per avviare l’iter di cambiamento dell’intestazione dell’istituto. I promotori — tra questi  il Prof. Franco Pisciotta, il Prof. Michelangelo Gaglio e l’architetto Pierluigi Gammeri, ex studente del Liceo — hanno proposto di dedicare la scuola a Mons. Angelo Ficarra.

La petizione ha trovato immediatamente adesioni di peso.

I primi firmatari sono stati il Vescovo di Patti, Mons. Guglielmo Giombanco, e il Sindaco di Patti, Gianluca Bonsignore — un segnale politico e istituzionale non da poco, che ha conferito all’iniziativa una legittimità trasversale. Ai due si sono aggiunte, nel giro di poche settimane, quasi mille firme — sia sulla piattaforma online change.org, più quelle apposte su cartaceo — che provengono da centinaia di città d’Italia e di altre nazioni.

L’elenco dei firmatari racconta da solo la trasversalità e la qualità dell’adesione: professori, medici, avvocati, giornalisti, ingegneri, magistrati, sacerdoti, sindacalisti, appartenenti alle Forze dell’ordine, semplici cittadini ed ex studenti del Liceo.

Tra i nomi di spicco figurano Paolo Gazzara, illustre regista e scrittore pattese; il maestro Calogero Giallanza, conosciuto in tutto il mondo per la sua attività concertistica; Giuseppina Paterniti, già direttrice di RAI3; i registi Salvo Presti e Simone Petralia; Anna Ricciardi, direttrice artistica del Parco Archeologico di Tindari; i dirigenti scolastici Maria Ricciardello, Giovanni Gaglio, Tilde Graziano e Maria Miceli; il sindaco e il vicesindaco di Brolo, l’onorevole Pippo Laccoto e l’avvocato  Carmelo Ziino. ed ancora il dott. Nino Galante, Presidente dell’Associazione “Caffè Galante”,  Bruna Mellina protagonista con i genitori dell’epopea della libreria “Adelasia” i Sindaci di Rubiera, Emanuele Cavallaro e di Castell’Umberto, Veronica Armeli; .
Hanno, inoltre aderito all’appello il vice Sindaco di Patti, Eliana Raffa, il Presidente del Consiglio comunale, Giacomo Prinzi, l’assessore alla Cultura Salvatore Sidoti, consiglieri di maggioranza e di opposizione e tre candidati a Sindaco alle ultime elezioni ( Giorgio Cangemi, Fabrizio Trifilò, Enzo Natoli).

Nel dettaglio la lettera del Vaticano

una riabilitazione storica

In questo contesto già ricco di significati arriva, il 27 marzo 2026, la lettera di Padre Rocco Ronzani dall’Archivio Apostolico Vaticano. Il valore del documento non è meramente formale. Il Prefetto dell’Archivio Apostolico è il custode della memoria documentale della Santa Sede — chi firma quella carta conosce gli archivi, conosce i fascicoli, conosce la storia dall’interno. E quella firma apposta a sostegno della petizione pattese ha il peso specifico che solo chi viene da lì dentro può dare. Nella lettera, Padre Ronzani qualifica Ficarra come uno dei contributi più significativi alla cultura siciliana del Novecento, ricordando in particolare i suoi «contributi offerti alla conoscenza di san Girolamo, al quale dedicò una dotta voce per l’Enciclopedia Italiana, nonché l’edizione della lettera a Proba di sant’Agostino». E poi, con parole che suonano come una risposta tardiva alle accuse di negligenza pastorale che gli vennero mosse nel 1957, il Prefetto Vaticano ricorda che «il suo appassionato servizio ecclesiale rimane ancora vivo nella memoria della collettività, che rammenta con animo grato la sensibilità dimostrata dal presule nei difficili anni del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale, con le sue devastazioni e la difficile opera di ricostruzione, di cui fu mirabile artefice».

Colui che fu spedito “dalle parti degli infedeli” viene ora riconosciuto, dal cuore stesso dell’istituzione che lo esautoró, come uno dei protagonisti più autentici e più coraggiosi della storia ecclesiastica siciliana del Novecento.

Il Liceo e l’anacronismo del re

La proposta di cambiare il nome del Liceo Classico di Patti non nasce da un impulso iconoclasta né da una volontà di cancellare la storia. Nasce, come si legge nel testo della petizione, dal riconoscimento di un anacronismo: l’istituto è intitolato a Vittorio Emanuele III dal 1932 — quando la scelta era quasi obbligata dal contesto politico del regime fascista — e da allora, attraverso la Repubblica, la Costituzione, il Sessantotto e tutto il resto, quel nome è rimasto lì, immobile, come un’eredità non discussa.

Vittorio Emanuele III è il sovrano che firmò le Leggi Razziali del 1938, che accettò le leggi speciali fasciste, che di fatto aprì la strada alla dittatura. E’ il re dell’armistizio e della fuga da Roma, nell’estate del 1943, rimastro nella memoria storica italiana come uno degli atti di viltà più clamorosi compiuti da un capo di Stato in tutta la Seconda Guerra Mondiale.

Tenerlo come nome di un Liceo Classico nel 2026 non è necessariamente un atto di adesione ideologica — nessuno lo pensa — ma è certamente, come dicono i promotori della petizione, un anacronismo che merita almeno di essere discusso.

Il nome di Mons. Angelo Ficarra offrirebbe qualcosa di radicalmente diverso: un intellettuale di primo piano, un pastore che rimase al suo posto durante i bombardamenti del 1943 accogliendo i ragazzi del quartiere povero “d’arreti u’ Casteddu” e insegnando loro latino e greco mentre la guerra infuriava; un uomo che aveva come collega Pirandello, che scrisse per la Treccani di Gentile, che firmò da solo — unico tra i vescovi siciliani — l’Appello di Stoccolma contro la proliferazione nucleare nel 1950; un precursore del dialogo tra Chiesa e mondo contemporaneo che il Concilio Vaticano II avrebbe poi consacrato come indirizzo ufficiale.

Un modello, insomma.

Non una statua da venerare, ma una figura con cui fare i conti, con cui confrontarsi, che pone domande ancora vive sul coraggio intellettuale, sull’indipendenza di giudizio, sulla coerenza morale.

La petizione è stata formalmente consegnata al Dirigente Scolastico e dovrà ora percorrere l’iter previsto dalla normativa: parere del Collegio dei Docenti, delibera del Consiglio d’Istituto, e successiva procedura amministrativa. Non è un processo breve né automatico. Ma la mobilitazione che lo accompagna — quasi mille firme, il sostegno del Vescovo e del Sindaco, la lettera del Vaticano, l’adesione di intellettuali, artisti, dirigenti scolastici e rappresentanti istituzionali — gli conferisce una forza e una visibilità difficili da ignorare.

Quella di Mons. Angelo Ficarra è, in fondo, una storia siciliana nel senso più profondo del termine: una storia di intelligenza e di integrità che si scontrò con il potere e ne uscì sconfitta in vita, ma vincitrice nel tempo. Come aveva scritto chi aveva annotato la sua memoria nella Cronotassi episcopale: Nomen eius tamen crevit in dies.

Il suo nome è cresciuto di giorno in giorno. E forse è giunto il momento che cresca anche sulla facciata del Liceo Classico di Patti.

Per firmare la petizione: https://chng.it/mwDLXt6CBK

 

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11 Maggio 2026

Autore:

redazione


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