PUNTI FERMI – L’egemonia della sottocultura genera mostruosità
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PUNTI FERMI – L’egemonia della sottocultura genera mostruosità

di Giovanni Frazzica

Il sonno della ragione genera mostri, è vero, ma anche l’egemonia della sottocultura può fare danni.

Da quando Giorgia Meloni è al governo si assiste ad un continuo arrovellamento di parte di certa destra italiana che vorrebbe smantellare la cosiddetta “egemonia culturale della sinistra” ritenendo che dietro questa formula, ampia e generica, è stato consentito ad una parte politica di occupare i migliori spazi in letteratura, giornalismo, Rai, Teatro, Premi, Convegnistica, Mostre, Beni Culturali e quant’altro.

In realtà “egemonia culturale” è stato un concetto elaborato da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere che indicava la capacità di una classe dominante di imporre la propria visione del mondo, i propri valori e la propria cultura come “senso comune” alla società nel suo complesso, ottenendo il consenso piuttosto che usare solo la forza.

Se si pensa che quando Gramsci enunciò il suo pensiero in Italia c’era al potere Mussolini e che quando si sarebbe sviluppata la cosiddetta egemonia culturale della sinistra ci sono stati 40 anni di governi a trazione democristiana, seguiti da Craxismo e Berlusconismo, i conti che vorrebbero servire all’opinione pubblica questi esponenti della destra non tornano.

Del resto se si pensa che in pieno ventennio fascista in Italia sfuggirono e sopravvissero rispetto all’egemonia cultuale di quel regime autoritario fenomeni e personalità rilevanti, a maggior ragione si deve poter ritenere che, sia le figure emerse nel ventennio, sia quelle che hanno caratterizzato la stagione del predominio culturale della cultura, catalogata come di sinistra, hanno un dato in comune: la grande qualità dei protagonisti. Il genio italico, equamente distribuito a destra e a sinistra, da Petrolini, Croce, Boccioni e Marinetti, a Fellini, Moravia, Pasolini e Sordi.

Per questo appare difficile potere immaginare di potere riequilibrare il rapporto di forza tra i due emisferi con nomine governative e direttive ministeriali. La cultura e l’arte nascono dove si verificano condizioni particolari e che trovano in persone geniali gli interpreti che, talvolta in modalità straordinarie, producono capolavori di vario genere che arricchiscono l’immagine del Paese nel mondo. Una visione burocratica e statalista del mondo della cultura rischia di creare, con le risorse pubbliche, un campo arido, che non può rappresentare un incubatore di creatività, ma piuttosto appare come un ufficio di collocamento per sodali di partito. Se il Ministero della Cultura del Bel Paese, Capitale mondiale dei Beni culturali, piuttosto che essere propulsore di un laboratorio permanente di sperimentazioni e di avanguardie, diventa tutor di un ennesimo stipendificio, ci sarà la irresistibile avanzata di quella sottocultura, causa propedeutica di un declino che si riflette negativamente anche sulla sfera politica.

I casi di cronaca che hanno interessato negli ultimi tempi il Ministero della Cultura con gli scivoloni di Sangiuliano, il mancato contributo al film su Regeni, e la partita tripla Salvini-Giuli-Buttafuoco, dimostrano che l’uso politico che si intende fare della “materia cultura” è inutile, controproducente e pericoloso.

12 Maggio 2026

Autore:

redazione


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