DALLA PARTE DEI GIOVANI FRANCESI
Un ragazzo con lo zaino sulle spalle, le mani in tasca, lo sguardo fermo. Davanti a lui un poliziotto in assetto antisommossa, protetto da casco, scudo e armatura. Due mondi che si fronteggiano. Da una parte una generazione che chiede futuro. Dall’altra l’immagine di un potere che sembra avere sempre più strumenti per difendersi e sempre meno risposte da offrire. È una fotografia -«Face à face», pubblicata l’8 ottobre 2026 sul sito Les Gilets Jaunes de Forcalquier, con un testo firmato Joël Perigaud – che racconta molto più di una protesta.
IN FRANCIA. Gli studenti scendono in piazza per chiedere maggiori investimenti nella scuola: edifici sicuri, attrezzature moderne, risorse economiche, stipendi dignitosi per gli insegnanti. Ma non soltanto. Protestano contro la prospettiva di nuove guerre, contro un mondo nel quale le decisioni vengono prese da classi dirigenti che troppo spesso non saranno chiamate a pagarne personalmente il prezzo. Sono i giovani a temere di essere mandati a combattere conflitti decisi da adulti comodamente seduti nei salotti del potere. E accanto a loro si mobilitano insegnanti, avvocati, vigili del fuoco, lavoratori, rappresentanti della società civile. Si protesta contro i tagli al welfare, contro l’indebolimento della sanità pubblica, contro la progressiva erosione delle tutele sociali, delle pensioni, dei sussidi di disoccupazione e dei servizi territoriali. Non è soltanto una protesta studentesca. È una domanda collettiva sul modello di società che si vuole costruire.
NEL FRATTEMPO, IN ITALIA. Gli stessi problemi, le stesse inquietudini, le stesse difficoltà. Una scuola che chiede investimenti. Una sanità pubblica che fatica a rispondere ai bisogni dei cittadini. Salari insufficienti, pensioni incerte, giovani che partono perché non trovano opportunità. Eppure, il malcontento sembra troppo spesso consumarsi in solitudine, tra una lamentela sui social e una rassegnazione diventata abitudine. La protesta esiste, ma fatica a trasformarsi in una mobilitazione ampia e continuativa in maniera civile, come succede attualmente IN SPAGNA. Intanto, mentre l’attenzione pubblica si disperde tra polemiche quotidiane e contrapposizioni televisive, la politica interviene sulle regole della rappresentanza. La riforma elettorale alimenta interrogativi che non possono essere liquidati come semplici questioni tecniche: il peso del premio di maggioranza, le garanzie di equilibrio tra i generi, il rapporto tra candidati scelti dai partiti e preferenze espresse dagli elettori, il rischio che la ricerca della governabilità riduca gli spazi del pluralismo. Sono questioni sulle quali maggioranza e opposizioni esprimono valutazioni differenti. Ma proprio per questo meriterebbero un confronto pubblico serio, comprensibile e partecipato. Perché cambiare le regole della democrazia significa intervenire sul rapporto tra cittadini e potere. E non dovrebbe mai essere una faccenda riservata ai soli addetti ai lavori.
IL SILENZIO CHE FA PIÙ RUMORE
La domanda, allora, non è perché i francesi protestino. La domanda è perché in Italia, di fronte a problemi tanto profondi, sembri così difficile ritrovare una coscienza collettiva capace di superare appartenenze, simpatie politiche e interessi individuali. Abbiamo finito per considerare inevitabile ciò che dovrebbe indignarci? Abbiamo scambiato la rassegnazione per maturità, il silenzio per responsabilità, l’indifferenza per normalità?
Quel ragazzo davanti al poliziotto non ha bisogno di urlare. La forza simbolica dell’immagine, che pi è la fotografia scattata da sta tutta nel suo sguardo. Un giovane davanti a un apparato enormemente più forte di lui. Forse è proprio questo il punto: una società dovrebbe misurare la propria civiltà non dalla forza con cui difende il potere, ma dalle opportunità che riesce a garantire a chi verrà dopo. Perché il futuro non appartiene a chi oggi occupa una poltrona. Appartiene soprattutto a chi domani dovrà vivere con le conseguenze delle decisioni prese oggi. E allora, davvero, ma veramente va tutto bene?








