Il geologo Marco Corrao pone una domanda semplice, ma tutt’altro che banale: “E i geologi dove sono?”. Lo spunto arriva dal concorso RIPAM Coesione 2026 e dall’assenza, tra i titoli ammessi, della laurea magistrale in Scienze e Tecnologie Geologiche
Un’esclusione che Corrao usa per aprire una riflessione più ampia sul ruolo del geologo nella Pubblica Amministrazione, soprattutto quando si parla di dissesto idrogeologico, rischio sismico, pianificazione e prevenzione.
L’analisi
E i Geologi dove sono?
Il concorso RIPAM Coesione 2026, destinato all’assunzione di 882 specialisti tecnici presso Regioni ed enti locali del Mezzogiorno, solleva una questione che merita attenzione: tra i titoli di studio ammessi non compare la laurea magistrale LM-74 in Scienze e Tecnologie Geologiche.
La scelta appare difficilmente comprensibile considerando che il concorso riguarda anche competenze relative al rischio idrogeologico e sismico, alla valutazione ambientale e alla pianificazione territoriale.
La questione non riguarda soltanto il singolo bando, ma riflette un problema più ampio. In Italia non sembra esserci ancora una piena consapevolezza del ruolo del geologo e della funzione che questa professionalità dovrebbe svolgere all’interno della Pubblica Amministrazione.
La motivazione indicata per la definizione dei profili richiesti è che il concorso sia stato elaborato sulla base dei fabbisogni espressi dagli enti territoriali. Ma proprio questo elemento pone un interrogativo: come può un ente individuare la necessità di una professionalità che spesso non conosce adeguatamente o che non è abituato ad avere stabilmente al proprio interno?
Il geologo viene ancora troppo spesso considerato una figura da coinvolgere soltanto quando emerge un problema o quando un progetto è già stato definito. In realtà, il suo contributo dovrebbe essere integrato fin dalle prime fasi della programmazione.
Questa professionalità può contribuire a contestualizzare un’opera nel territorio già durante la fase di fattibilità, analizzando le condizioni geologiche, geomorfologiche e idrogeologiche, individuando le criticità e supportando le scelte di pianificazione.
Il suo ruolo è particolarmente rilevante anche sul fronte della prevenzione. Monitorare il territorio, comprenderne l’evoluzione, individuare le aree vulnerabili e fornire alle amministrazioni gli elementi necessari per assumere decisioni consapevoli significa ridurre il rischio prima che si trasformi in emergenza, danni, ricostruzioni e costi molto più elevati.
Da anni il dissesto idrogeologico è al centro del dibattito pubblico. Dopo ogni calamità si torna a parlare di messa in sicurezza, ricostruzione e risorse economiche. Tuttavia, la domanda dovrebbe essere posta prima: quanto si sta investendo nella conoscenza del territorio e nella prevenzione?
Nel 2026 il Governo ha destinato nuove risorse alla mitigazione del rischio idrogeologico e alla ricostruzione post-calamità. Si tratta di un’ulteriore conferma del carattere strutturale del problema, che non può essere affrontato soltanto in una logica emergenziale.
In questo contesto, appare ancora più difficile comprendere la scelta di definire un profilo tecnico chiamato a occuparsi anche di questi temi senza includere una delle professionalità specificamente formate per affrontarli.
Il geologo non dovrebbe essere chiamato soltanto dopo che il territorio ha già presentato il conto. Dovrebbe essere una presenza stabile nelle amministrazioni, prima che quel conto arrivi.
Una consapevolezza che avrebbe dovuto maturare già vent’anni fa e che oggi non può più essere rimandata.







