MAGLIETTE, POLITICA, AI – Qualcuno pensò che il mondo non fosse ancora abbastanza al contrario
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MAGLIETTE, POLITICA, AI – Qualcuno pensò che il mondo non fosse ancora abbastanza al contrario

IL GENERALE, LA SOTTOSEGRETARIA E LA GUERRA ALLA MAGLIETTA
di Vicky Amendolia

C’era una volta il generale Vannacci, quello del mondo al contrario. Poi arrivò l’intelligenza artificiale e, evidentemente, qualcuno pensò che il mondo non fosse ancora abbastanza al contrario.

Così, mentre l’Italia affronta guerre, debito pubblico, stipendi che arrancano, sanità che boccheggia, imprese che chiudono e un’Europa che cerca disperatamente di capire che cosa farà da grande, la politica nazionale ha finalmente trovato il proprio terreno decisivo di confronto: la scollatura di Matilde Siracusano. Che, per giunta, non esisteva.
Nella fotografia originale la sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento indossava infatti sotto la giacca una normalissima maglietta bianca. Sobria, innocente e, soprattutto, colpevole di coprire troppo. L’intelligenza artificiale ha quindi provveduto a rimuoverla, regalando alla deputata di Forza Italia un décolleté che lei non aveva mai mostrato. L’immagine non risulta essere stata creata da Roberto Vannacci. È bene precisarlo, perché persino nella satira i fatti sono fatti. Proveniva da un blog calabrese. Il generale, tuttavia, l’ha trovata evidentemente abbastanza meritevole da rilanciarla sul proprio profilo durante la campagna per le elezioni suppletive di Reggio Calabria. Ognuno combatte le battaglie che può.

Napoleone ebbe Austerlitz. Garibaldi ebbe Calatafimi. Vannacci ha avuto la maglietta di Matilde Siracusano.

La quale, peraltro, non è propriamente una figurante capitata per caso dalle parti di Montecitorio: laurea in Scienze politiche, master alla LUISS School of Government, esperienze professionali e giornalistiche, seconda legislatura alla Camera e dal 2022 sottosegretaria di Stato ai Rapporti con il Parlamento. Naturalmente si può dissentire da lei su tutto. È questa strana usanza che un tempo chiamavano politica. Si prendeva un’idea dell’avversario e si cercava di dimostrare che fosse sbagliata.
Adesso, evidentemente, basta togliergli la maglietta.
La circostanza acquista poi un sapore particolare perché appena tre giorni prima Vannacci, interrogato sull’eterno dilemma che tormenta l’Occidente — meglio una donna con la gonna corta o con la gonna lunga? — aveva trovato la sintesi geopolitica definitiva: «Una donna la preferisco sempre senza gonna». Era una battuta, ha spiegato. E sia.
Il problema delle battute (perfino quelle beote o ruspanti da caserma) è che qualche volta hanno il pessimo gusto di incontrare i fatti.
Tre giorni dopo, infatti, sul profilo del generale compariva una donna alla quale l’intelligenza artificiale aveva provveduto a togliere non la gonna, ma almeno la maglietta. Una coincidenza, naturalmente. Anche perché attribuire intenzioni sarebbe scorretto e noi, diversamente dagli algoritmi, qualche limite ce lo poniamo. Siracusano non l’ha presa bene. Ha annunciato l’intervento dei propri legali. Antonio Tajani ha parlato di comportamento «volgare e inaccettabile» e le critiche sono arrivate un po’ da tutte le parti. Vannacci ha replicato che nell’immagine, in fondo, non si vede nulla di particolarmente scandaloso e ha poi ringraziato per la pubblicità ricevuta. Ed eccoci finalmente al capolavoro.

Perché nella politica dell’algoritmo non importa più avere ragione. Importa fare rumore. Come al circo: se non si riesce a stupire con il numero, si può sempre entrare in pista senza pantaloni, con i gioielli al vento, giusto per certificare con eleganza la propria mascolinità. L’importante è che il pubblico allibisca. Poi si conteranno le visualizzazioni e qualcuno le scambierà persino per voti.
Non importa ciò che si dice, purché qualcuno risponda. Non importa essere applauditi o insultati: l’importante è che il contatore salga.
È la dottrina dello share applicata alla democrazia. Provoco, dunque esisto. E se tutti parlano di me, ho vinto.
Una volta il politico aspirava a lasciare una traccia nella storia. Oggi può accontentarsi di entrare nelle tendenze di Facebook e nelle discussioni in bar e cortili.
C’è tuttavia un dettaglio che forse dovrebbe suggerire maggiore prudenza. L’Italia si è recentemente dotata di una norma penale, l’articolo 612-quater, dedicata proprio alla diffusione illecita di immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale. Se quella disposizione sia applicabile a questo caso lo stabiliranno eventualmente altri: i processi si celebrano nei tribunali, non sui giornali.
Ma la politica dispone di un codice ancora più antico, che non contempla pene detentive e non richiede pubblici ministeri.
Si chiamava buon gusto. Temiamo sia stato abrogato per desuetudine. Rimane l’intelligenza artificiale, ingiustamente trascinata anche in questa storia. E vorremmo spezzare una lancia in sua difesa: lei non ha idee politiche, non vota, non prova antipatie, non corteggia l’elettorato e soprattutto non decide autonomamente di spogliare sottosegretarie. Esegue ordini.
Il che, trattandosi di una vicenda che coinvolge un generale, è forse l’unica cosa perfettamente coerente di tutta la storia.

28 Settembre 2026

Autore:

redazione


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