una pasticceria che torna a vivere e diventa una scommessa sul futuro di Patti
Sei mesi possono sembrare pochi.
Ma per chi decide di riaprire un’attività storica, rimettere in moto un laboratorio, creare occupazione e provare a restituire vita a un luogo simbolico della città, sei mesi possono valere molto di più. È il bilancio, personale e imprenditoriale, tracciato da Lucio Melita a sei mesi dalla riapertura del New Jolì, storica pasticceria pattese legata alla tradizione dei fratelli Buzzanca e oggi tornata al centro della vita cittadina.
Un bilancio fatto di lavoro, sacrifici, soddisfazioni, errori, miglioramenti, ma soprattutto di una convinzione: investire in un’attività significa investire anche nel territorio che la ospita.
Sei mesi di lavoro vero, di sacrifici, di errori, di miglioramenti, di corse, di soddisfazioni, di giornate piene e di notti vuote»
Racconta Melita. Un percorso nel quale non sono mancati affetto e fiducia da parte della clientela, ma neppure critiche e giudizi, talvolta anche molto severi. Ma il punto, per Melito, è un altro. Il New Jolì non è soltanto un esercizio commerciale.
È artigianato, manualità, tradizione, storia familiare, lavoro. E soprattutto è occupazione: dietro il bancone, nel laboratorio e nella gestione quotidiana dell’attività ci sono quattordici persone, quattordici famiglie. Ed è proprio questo il messaggio che Melita affida alla sua riflessione: quando un’attività chiude, a perdere non è soltanto l’imprenditore, ma l’intera comunità. Un paese che perde negozi, laboratori, bar, ristoranti e attività produttive perde infatti anche movimento, lavoro, relazioni e attrattività. Per questo il successo o le difficoltà di una singola impresa non possono essere considerati una questione esclusivamente privata.
Uno degli aspetti sui quali Melita insiste maggiormente riguarda la scelta di mantenere una produzione artigianale, lontana dalla standardizzazione industriale. Le torte alle fragoline, spiega, continuano a essere realizzate utilizzando fragoline di bosco fresche, raccolte, pulite e lavorate manualmente. Il pan di Spagna viene prodotto direttamente nel laboratorio, così come i bignè e i biscotti. Una scelta che comporta anche una conseguenza: il prodotto artigianale non può essere necessariamente identico ogni giorno.
Ed è proprio questa, secondo Lucio Melita, una delle caratteristiche che distinguono una produzione fatta con le mani da una produzione industriale. La nuova gestione, inoltre, rivendica una continuità importante con la storia del Jolì: a custodire alcune delle ricette e delle tecniche della tradizione c’è ancora Ignazio Buzzanca, pasticcere che da quarant’anni rappresenta un punto di riferimento per la produzione della storica pasticceria. La continuità, dunque, non viene interpretata come una semplice riproposizione del passato, ma come la volontà di tenere viva una tradizione adattandola al presente.
Il New Jolì come metafora di Patti
Ed è qui che la vicenda della pasticceria assume un significato più ampio. La riapertura del New Jolì, fortemente voluta da Melita, può essere letta come una piccola ma significativa metafora di ciò che potrebbe accadere a Patti: investire nuovamente nelle proprie identità, nelle proprie attività e nei propri luoghi, invece di considerare inevitabile il loro declino. Una città vive anche attraverso le sue attività. Vive attraverso le persone che decidono di restare, di rischiare, di assumere, di produrre, di aprire una saracinesca ogni mattina.
E in questa prospettiva il New Jolì diventa qualcosa di più di una pasticceria: un esempio concreto di cosa significhi scommettere su Patti. Non bastano, naturalmente, una riapertura o una singola attività a invertire le sorti economiche di una città. Ma ogni nuova impresa, ogni attività che resiste, ogni investimento privato rappresenta un tassello di un sistema più ampio. È una questione di fiducia.
Fiducia nel territorio, nei consumatori, nelle possibilità di sviluppo e, soprattutto, nella capacità di una comunità di tornare a riconoscersi nei propri luoghi.
Nel suo messaggio, Melita sceglie infine di fare una cosa tutt’altro che scontata: dare un nome alle persone che lavorano dietro l’insegna. Ignazio, Pippo, Giuseppe, Giusy, Cinzia, Michelle, Ilary, Fatima, Simona, Filippo, Pamela, Tom, Valentina e Giulia. Quattordici persone che diventano il volto concreto di un’attività economica.
Dietro una granita, dietro una brioche, dietro un caffè, dietro un sorriso… ci sono 14 dipendenti»
È probabilmente questo il passaggio più significativo del bilancio dei primi sei mesi: dietro un’attività non ci sono soltanto prodotti e numeri, ma persone. E dietro quelle persone ci sono progetti, stipendi, responsabilità e futuro. Il messaggio, al netto delle polemiche e delle critiche alle quali il “patron” dedica una parte del suo intervento postato oggi sui social, prova dunque a spostare l’attenzione dal singolo locale alla questione più generale: che tipo di città vogliamo costruire? Una città nella quale le attività vengono percepite come semplici esercizi commerciali, oppure una città capace di considerarle parte integrante del proprio tessuto sociale ed economico?
Il New Jolì, sei mesi dopo la riapertura, ha scelto di esserci.
E forse è proprio questo il significato più profondo della scommessa di Lucio Melita: riaprire una porta non significa soltanto riaprire un’attività. Significa provare a riaprire una possibilità per una città. Perché una città che vuole tornare a crescere ha bisogno anche di questo: qualcuno disposto a investire, a rischiare e a credere che valga ancora la pena accendere le luci.













