Provare a restituire la voce, l’orgoglio e la drammaticità di quei giorni, adottando la prospettiva profonda degli abitanti di Reggio Calabria che vissero in prima persona quella stagione di lotta.
IL GRIDO SULLE BARRICATE
Ci sono mattine in cui il vento dello Stretto non porta con sé il solito profumo di sale e gelsomino, ma l’odore acre della gomma bruciata, dei lacrimogeni e della polvere sollevata dai cingoli dei carri armati. Per i reggini, quel vento ha iniziato a soffiare il 14 luglio del 1970. Non era solo una protesta per un titolo o per una targa su un palazzo di rappresentanza; era il grido di un popolo intero che, stanco di essere invisibile, decideva di esistere.
Ci avevano tolto il ruolo di capoluogo, deciso a tavolino nelle stanze romane e nei corridoi della politica nazionale, senza chiederci nulla, ignorando la nostra storia millenaria che affonda le radici nella Magna Grecia. Ma quel giorno la città ha detto basta. Da Sbarre al porto, da Archi alle colline, Reggio è diventata una sola carne, un solo corpo vivo. Non c’erano più differenze di classe, non c’erano barriere: eravamo noi, i reggini, uniti contro un sopruso calato dall’alto.
«I protagonisti furono i reggini, non i fascisti, non i mafiosi», si ripete ancora oggi per fare giustizia a una memoria che troppi hanno tentato di infangare o sminuire.
La nostra si sente dire nei dibattiti su quei fatti non è stata una manovra di potere: è stata una rivolta di popolo, spontanea e viscerale. Quando lo Stato ha risposto inviando l’esercito e blindando le nostre strade come fossimo una terra straniera da conquistare, abbiamo capito che dovevamo difenderci da soli.
A Sbarre, autoproclamatasi “Libera Repubblica”, le barricate non erano solo cumuli di ferro, legno e lamiera: erano i nostri confini di dignità. Abbiamo pagato un prezzo altissimo per aver osato alzare la testa. Ci sono stati morti, feriti, arresti a centinaia, e famiglie spezzate dal dolore e dalla paura. Le nostre scuole sono rimaste chiuse per mesi, i negozi sbarrati, il silenzio spettrale delle ore di coprifuoco interrotto solo dalle sirene e dal rumore dei motori militari. Ma in quel buio, l’orgoglio non si è mai spento. Uomini come il sindaco Piero Battaglia, che scelse di schierarsi con la sua gente persino contro il suo stesso partito, o Ciccio Franco, diventato il simbolo indiscusso della nostra resistenza, ci ricordavano ogni giorno perché stavamo lottando.
Oggi, a distanza di decenni, quando guardiamo le vecchie immagini in bianco e nero e ascoltiamo le canzoni che ricordano quel tempo — come “Barricate” dei 270bis, una delle poche ballate che ha saputo catturare l’essenza di quei giorni — a Reggio si avverte ancora lo stesso brivido.
Un brivido fatto di nostalgia per una compattezza comunitaria che forse la Città non ha mai più ritrovato, ma anche di consapevolezza.
La rivolta di Reggio Calabria ha lasciato ferite profonde che hanno richiesto anni per rimarginarsi, ma ha scritto una pagina indelebile della nostra storia. Una rivolta, l’ultima in Italia, dove i quei Cittadini hanno dimostrato che quando un popolo decide di unirsi per difendere i propri diritti e il proprio futuro, non esiste potere politico o forza militare capace di piegarne l’anima.
Reggio non ha dimenticato, e il vento dello Stretto, ancora oggi, sussurra i nomi di chi non è più tornato a vedere il sole su Corso Garibaldi.
da leggere
BOIA CHI MOLLA – Erano, in questi giorni, i tempi della Rivolta di Reggio
14 LUGLIO 1970 – I giorni della rabbia – La rivolta di Reggio Calabria
DATE – 14 luglio 1970.. quando scoppiò l’ultima rivolta popolare nel Meridione
CICCIO FRANCO – Domani Reggio Calabria lo ricorda nel 34° anniversario della scomparsa
RIVOLTA DI REGGIO – Come la raccontava un protagonista di quelle giornate
RIVOLTA DI REGGIO – Come la raccontava un protagonista di quelle giornate















