FILM DA VEDERE – L’Odissea di Nolan, rilancia una domanda senza tempo: cosa significa davvero tornare a Itaca?
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FILM DA VEDERE – L’Odissea di Nolan, rilancia una domanda senza tempo: cosa significa davvero tornare a Itaca?

A Gliaca di Piraino, ancora in visione sino al al 4 agosto (17:30 | 21:30 – aria condizionata)

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C’è chi esce dalla sala entusiasta, chi perplesso dalle libertà che Christopher Nolan si è preso rispetto al poema di Omero. E poi c’è chi, al di là delle polemiche, coglie nel film un’occasione per riflettere sul significato più profondo dell’Odissea, trasformando un kolossal cinematografico in un viaggio interiore.

Il nuovo film del regista britannico, infatti, non può essere giudicato come una semplice trasposizione scolastica del poema. Entrare in sala aspettandosi una ricostruzione filologica significa probabilmente partire con il piede sbagliato.

Nolan non realizza un’edizione illustrata di Omero: fa cinema.

E il cinema, per sua natura, interpreta, sintetizza, modifica e, talvolta, tradisce il testo originale per raccontarlo attraverso un linguaggio diverso, attuale, moderno, inclusivo.

Proprio questo aspetto rende il film un capolavoro. C’è chi critica le licenze narrative del regista, ma forse la questione è un’altra: oggi siamo ancora capaci di distinguere l’epica dal fantasy?

L’Odissea non nasce come un’opera fantastica nel senso moderno del termine. Per gli antichi Greci, il mondo narrato da Omero era abitato da dèi, destino e forze sacre che costituivano una vera visione dell’esistenza. Non era evasione, ma interpretazione del reale. Ridurre tutto a mostri, magie ed effetti speciali rischia di far perdere il cuore dell’opera: il viaggio dell’uomo, il confronto con il limite, la nostalgia della casa e il desiderio di ritrovare sé stesso.

Ed è forse proprio questo il merito più grande del film.

Al di là della spettacolarità, Nolan racconta un Ulisse diverso: meno invincibile e più vulnerabile, segnato dalla guerra, dai rimorsi e dalla fatica del ritorno. Un eroe che comprende come la vera impresa non sia sconfiggere Ciclopi o Sirene, ma imparare ad accettare le proprie fragilità.

Da qui nasce anche il parallelismo che molti spettatori hanno colto. Ognuno, nella propria vita, possiede una personale Itaca. C’è chi pensa di averla finalmente raggiunta, trovando pace, stabilità e gratificazioni. E c’è chi, invece, sente che il viaggio non finirà mai, perché ogni approdo diventa soltanto l’inizio di una nuova partenza.

Del resto, lo aveva scritto Konstantinos Kavafis nella sua celebre poesia Itaca: la destinazione conta meno del cammino. Senza quel viaggio, Itaca non avrebbe alcun significato. Anche Nolan sembra riprendere questa intuizione, trasformando il nostos, il ritorno, in un percorso di rinascita interiore più che in una semplice traversata del Mediterraneo.

Forse, allora, la domanda da porsi non è se il regista sia stato fedele a Omero. La vera domanda è se noi, uomini del XXI secolo, siamo ancora in grado di leggere il mito con gli occhi giusti.

Perché i miti non appartengono al passato. Cambiano linguaggio, cambiano forma e continuano a raccontare le stesse paure, gli stessi desideri e le stesse speranze di sempre. È per questo che, dopo quasi tremila anni, Ulisse continua ancora a parlare a ciascuno di noi.

In fondo, forse è proprio questa la forza dell’Odissea: ricordarci che Itaca non è soltanto un luogo. È una condizione dell’anima. E che il vero viaggio non termina quando si approda a casa, ma quando si smette di cercare il senso del proprio cammino.

Da non perdere i riferimenti

L’eroe raccontato dal regista britannico è molto distante dall’Ulisse invincibile e astuto che l’immaginario collettivo ha spesso celebrato. È un uomo consumato dalla guerra, attraversato dal dubbio, incapace di liberarsi dal peso delle proprie azioni. Più che affrontare mostri e divinità, combatte contro la propria coscienza.

Ogni approdo rappresenta una prova interiore, ogni nemico una parte oscura della propria personalità, ogni tempesta il riflesso di un conflitto che nasce dentro di lui.

La memoria come bussola

Fin dal suo esordio cinematografico, Nolan ha trasformato la memoria in uno dei cardini del proprio linguaggio. Anche l’Odissea viene riletta attraverso questo filtro.

Il mare diventa così uno spazio mentale, dove il passato riaffiora continuamente e costringe il protagonista a confrontarsi con ciò che avrebbe preferito dimenticare.

Il tempo: il vero protagonista

Se c’è un elemento che attraversa tutto il cinema di Nolan è il tempo. Anche nell’Odissea esso smette di essere una semplice successione di eventi per diventare materia narrativa. Il viaggio sembra sospeso in una dimensione dove gli anni assumono velocità differenti. Il soggiorno presso Calipso appare come un tempo immobile, quasi fuori dalla storia. Nel frattempo, a Itaca, Penelope e Telemaco invecchiano attendendo un ritorno che sembra non arrivare mai. La distanza tra padre e figlio non è soltanto geografica, ma temporale. L’attesa diventa il vero motore emotivo della vicenda. Come accade spesso nel cinema di Nolan, il tempo non divide solamente gli spazi: separa gli affetti.

La colpa che sopravvive alla vittoria

L’altro grande tema è quello della responsabilità morale. L’inganno del Cavallo di Troia non viene celebrato come il colpo di genio che conclude una guerra. Al contrario, rappresenta il momento in cui l’eroe inizia lentamente a distruggersi. La vittoria diventa una ferita. Il trionfo militare si trasforma in un peso che accompagnerà Ulisse per tutto il viaggio. Ogni creatura affrontata sembra materializzare un rimorso. Ogni mostro riflette una paura. Ogni tempesta appare come una punizione che nasce prima di tutto dalla coscienza. L’epica lascia così spazio a una riflessione molto moderna sul trauma della guerra e sulle conseguenze psicologiche della violenza.

Un racconto costruito come un labirinto

Nolan non racconta mai le storie seguendo un percorso lineare. Anche l’Odissea viene scomposta e ricomposta continuamente. Il presente dialoga con il passato. I ricordi interrompono l’azione. Le testimonianze dei Feaci aprono nuovi livelli narrativi. Le vicende vissute da Ulisse diventano racconti dentro altri racconti. Lo spettatore è costretto a ricostruire progressivamente il mosaico, proprio come il protagonista ricompone la propria identità. Il risultato è un’epica psicologica, dove la suspense nasce non soltanto da ciò che accadrà, ma dal modo in cui gli eventi verranno ricostruiti.

Quando l’epica incontra il realismo

Uno degli elementi più sorprendenti del film è la scelta di abbandonare qualsiasi estetica favolistica. L’universo mitologico non viene rappresentato come una fiaba popolata da creature fantastiche. È un mondo duro, sporco, violento. La guerra lascia sangue, fango, cenere. Le battaglie non hanno nulla di glorioso. Anche i luoghi del mito vengono restituiti con una fisicità quasi documentaristica. L’avventura lascia spazio all’espiazione. Il viaggio diventa un lento attraversamento del dolore.

Un immaginario che dialoga con la storia dell’arte

Dal punto di vista visivo il film costruisce un ponte tra cinema e arti figurative. Le inquadrature sembrano ispirarsi alla pittura rinascimentale italiana, con composizioni rigorose e prospettive solenni. In altri momenti emergono atmosfere più cupe, dominate da ombre e contrasti che ricordano la pittura romantica e le rappresentazioni della guerra. Anche alcune scenografie monumentali sembrano dialogare con installazioni artistiche contemporanee, dove il simbolo prevale sulla semplice ricostruzione storica. L’effetto complessivo è quello di un’opera che non cerca il realismo archeologico, ma una verità emotiva.

La Sicilia protagonista del viaggio

Se il cuore narrativo del film è Itaca, quello geografico è senza dubbio il Mediterraneo. L’Italia occupa un ruolo centrale nella produzione e la Sicilia diventa una delle grandi protagoniste del racconto cinematografico. Le coste delle Egadi, Favignana, le acque cristalline di Cala Rossa e Cala Azzurra, il Castello di Santa Caterina e l’arcipelago delle Eolie offrono scenari di straordinaria forza visiva. Lipari, Vulcano, Panarea e Basiluzzo restituiscono un paesaggio primordiale, sospeso tra mare e fuoco, perfetto per evocare Sirene, approdi misteriosi e terre leggendarie.

Le riprese si sono poi estese alla Grecia, dove le coste della Messinia mantengono il legame più diretto con la geografia omerica, alla Scozia, scelta per i suoi paesaggi aspri e selvaggi, all’Islanda, capace di evocare l’isolamento assoluto, e al Marocco, utilizzato per le grandi scene belliche e gli ambienti più monumentali.

L’utilizzo delle cineprese IMAX 70 millimetri valorizza questi paesaggi trasformandoli in protagonisti del racconto, restituendo un Mediterraneo ancestrale, ancora dominato dagli elementi naturali e dal mistero.

Un’Odissea per il nostro tempo

La Struttura Narrativa e il Tempo Ci sono riferimenti a  Inception o la linea temporale invertita di Tenet, a Intersellar ed al realismo Sporco e Psicologico di Oppenheimer e ovviamente a  Memento
2 Agosto 2026

Autore:

redazione


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