Messaggi e testimonianze stanno accompagnando il compleanno dell’artista siciliano. Dai colleghi, come Enzo Napoli, ai giovani studenti che hanno avuto occasione di conoscerlo, sono tanti gli auguri rivolti a un pittore che ha attraversato stagioni e linguaggi dell’arte contemporanea senza rinunciare alla propria identità. Oggi Santoro vive e lavora nella sua Naso, dove il suo studio continua a essere luogo di incontri, confronti e nuove idee.
Compleanni che diventano qualcosa di più di una ricorrenza personale. Accade quando gli auguri raccontano, uno dopo l’altro, una storia fatta di incontri, amicizie, esperienze condivise e tracce lasciate lungo il cammino. È così per Tano Santoro, artista siciliano che ha festeggiato il suo compleanno nella “sua” Naso.
Sulla sua bacheca social si susseguono messaggi provenienti da mondi e generazioni differenti. Ci sono artisti, amici e persone incontrate durante una lunga vita trascorsa dentro l’arte. Tra loro tanti giovani, studenti d’arte che hanno conosciuto Santoro e che oggi gli restituiscono, attraverso poche righe, il ricordo di un incontro, di una conversazione o di una lezione ricevuta magari senza che avesse la forma tradizionale di una lezione. Perché Tano Santoro è stato ed è anche questo: un artista con il quale parlare di pittura significa inevitabilmente parlare della vita.
Nato in Sicilia, 86anni fa, e trasferitosi giovanissimo a Milano, Santoro ha vissuto direttamente una stagione particolarmente intensa della cultura artistica italiana. La distanza tra la Sicilia delle origini e la metropoli lombarda non ha prodotto una frattura. È diventata, piuttosto, una delle tensioni che attraversano il suo lavoro. Milano significava confronto, sperimentazione, gallerie, artisti, intellettuali e trasformazioni culturali. Santoro ha respirato quel clima mantenendo però una propria autonomia. Ha guardato, ascoltato, discusso. Ha conosciuto esperienze e linguaggi differenti senza permettere che diventassero una gabbia. Ed è forse questo uno degli aspetti che meglio definiscono il suo percorso: attraversare le correnti senza appartenere completamente a nessuna di esse.
Nelle opere di Santoro il segno raramente rimane fermo. C’è una tensione dinamica che attraversa la tela, una direzione che spinge forme e colori oltre la superficie. In alcuni lavori riaffiora l’eco del Futurismo, soprattutto nella ricerca del movimento e nell’energia delle traiettorie.
Non è però una citazione. La lezione delle avanguardie viene assorbita e trasformata attraverso le esperienze artistiche della seconda metà del Novecento. Nella forza del gesto possono affiorare suggestioni che rimandano all’Informale, alla pittura di Emilio Vedova o alle sperimentazioni di Roberto Crippa. Ma il segno di Santoro non diventa mai completamente incontrollato. La sua è una pittura che sembra esplodere e contemporaneamente trattenersi.
Il gesto rimane governato. La materia si stratifica, la pennellata acquista spessore, il colore costruisce profondità. La superficie diventa quasi una memoria fisica sulla quale rimangono impressi passaggi, ripensamenti e accelerazioni. In altre opere qualcosa cambia. Dentro la materia pittorica cominciano ad apparire figure, volti, presenze. Non sono quasi mai ritratti nel senso tradizionale del termine. Sono apparizioni. Un volto può emergere per un istante da un campo cromatico e subito dopo sembrare nuovamente assorbito dalla pittura. L’identità rimane sospesa tra presenza e dissolvenza. È una pittura che chiede tempo. Non offre necessariamente una lettura immediata e non cerca una risposta unica. Invita piuttosto chi guarda ad avvicinarsi e poi ad allontanarsi, a cambiare prospettiva. E spesso, cambiando distanza, cambia anche il quadro.
Poi c’è la luce. Quella che brilla sempre nei suoi occhi, anche quando appare stanco, disilluso, alla ricerca di nuovi stimoli. Una luce gatta di gialli, azzurri, bianchi, grigi, improvvise aperture cromatiche costruiscono direzioni, fughe, verticalità. Nelle opere di Santoro la luce non serve soltanto a illuminare qualcosa: diventa essa stessa elemento pittorico. Può attraversare una composizione, spezzarla oppure ricucirla. Anche per questo nei suoi lavori convivono movimento e silenzio. Due dimensioni apparentemente opposte che finiscono per appartenere alla stessa ricerca. Il quadro non appare come un punto d’arrivo definitivo. Rimane una soglia, uno spazio ancora attraversabile.
Dopo gli anni milanesi e una lunga esperienza fatta di mostre, incontri, collettive e personali, Santoro è tornato in Sicilia. Ed è tornato nella sua Cresta. Qui il rapporto tra pittura, memoria e paesaggio ha trovato una nuova dimensione. Dal paese lo sguardo attraversa il verde e raggiunge gli azzurri del Tirreno e delle Eolie. Un paesaggio che cambia continuamente colore con le ore e con le stagioni e che, inevitabilmente, entra nello sguardo di chi dipinge.
Ma il ritorno non ha significato isolamento. Lo studio di Santoro è diventato negli anni un piccolo luogo d’incontro. Vi arrivano vecchi amici, artisti, stampatori d’arte, appassionati, collezionisti e giovani. Si parla di quadri, certamente. Ma anche di ciò che sta accadendo all’arte, delle nuove generazioni, del mercato, delle mode, di quello che vale la pena conservare e di ciò che invece bisogna avere il coraggio di mettere in discussione. Una sorta di cenacolo senza insegna.
Gli auguri arrivati in occasione del compleanno assumono allora un significato particolare. Essere Maestro, del resto, non significa soltanto avere una lunga biografia espositiva. Significa riuscire a trasmettere. E Santoro appartiene a una generazione nella quale l’arte si imparava anche frequentando gli studi degli artisti, osservando una tela ancora incompleta, ascoltando discussioni interminabili, sfogliando cataloghi, entrando nelle tipografie e nelle stamperie, discutendo con critici e collezionisti. Un sapere che non sempre passa attraverso i manuali.
Per questo gli auguri che gli giungono dicono che il dialogo non si è interrotto tra lui e l’Arte, il Mondo ed il Confronto e la sua Coerenza.
Buon compleanno, Maestro
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