ANNIVERSARI – Vent’anni senza Peppe Dimitri: il ricordo di un “comandante” tra mito, storia e “azione”
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ANNIVERSARI – Vent’anni senza Peppe Dimitri: il ricordo di un “comandante” tra mito, storia e “azione”

Il 30 marzo di vent’anni fa moriva Peppe Dimitri. Un incidente motociclistico, improvviso e tragico, chiudeva la vita di una delle figure più controverse e al tempo stesso più carismatiche della destra radicale romana degli anni Settanta.

Per molti era semplicemente “il Comandante”

Per altri, una figura simbolo di una stagione durissima della storia italiana. Di certo, Dimitri è stato uno dei leader più noti della cosiddetta “piazza nera” nella seconda metà del decennio, protagonista di un’epoca segnata da scontri, ideologie estreme e scelte radicali.

Nato e cresciuto politicamente nella galassia dell’estrema destra, Dimitri attraversò esperienze diverse, da Avanguardia Nazionale a Terza Posizione, diventando presto un punto di costante riferimento per molti militanti romani. Attorno a lui si costruì un’immagine forte: quella di un capo capace di unire disciplina, azione e una visione quasi “spirituale” della militanza. La sua leadership si esercitava tanto nella dimensione organizzativa quanto in quella simbolica, incarnando per molti un modello di dedizione totale.

Furono anni difficili, segnati da tensioni e violenze diffuse. Dimitri fu coinvolto, direttamente o indirettamente, in dinamiche che appartengono a quella stagione complessa e dolorosa della storia italiana, spesso definita come gli “anni di piombo”.

Dopo il carcere e la fine di quella fase storica, la sua vita prese una direzione diversa. Senza rinnegare il passato, Dimitri cercò di rielaborarlo, mantenendo un ruolo nel mondo politico ma con toni e modalità differenti. Si avvicinò all’esperienza di Alleanza Nazionale, diventando una figura ascoltata, anche per il suo rapporto con Gianni Alemanno. Una seconda vita, meno esposta ma non meno significativa, segnata da un tentativo di riportare quella stagione entro una dimensione politica e non più militante, diventando anche un punto di riferimento per chi veniva fuori “dalle celle”.

La sua morte, avvenuta in modo paradossale e quasi beffardo, colpì profondamente un mondo che ancora lo considerava un punto di riferimento. I funerali furono partecipati e intensi, descritti da molti come un momento simbolico di chiusura di un’epoca. In quelle ore, più che la figura politica, emerse il peso umano e il legame costruito negli anni con chi lo aveva conosciuto e seguito

A vent’anni dalla scomparsa, la figura di Peppe Dimitri resta un simbolo. Per tutti, un leader carismatico e coerente.

Ricordarlo oggi significa inevitabilmente confrontarsi con quella storia: senza nostalgia, ma anche senza rimozioni. Perché gli anni Settanta, con le loro ombre e le loro tensioni, continuano a interrogare il presente. E forse, al di là dei giudizi, resta il dato umano: quello di un uomo che ha attraversato fino in fondo il proprio tempo, con tutte le sue contraddizioni. Vent’anni dopo, il suo nome continua a evocare una stagione, un mondo, un’idea di militanza che appartiene alla storia.

Ma che, nel bene e nel male, non può essere dimenticata.

il funerale del Comandante dal libro di La Fiamma e la Celtica” di Nicola Rao 

Il giorno dell’addio

L’appuntamento è alle 15 di sabato 1° aprile, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione, a Roma. La camera ardente viene allestita nella sede romana di Alleanza Nazionale, grazie all’impegno di Enzo Piso.

Il viavai è continuo. Militanti, dirigenti, amici. Ma accanto alla dimensione politica emergono anche gli affetti privati.

Dopo il carcere, Dimitri aveva sposato Barbara Accame, figlia di Giano Accame, figura di rilievo della cultura politica della destra italiana.

I rituali e i simboli

Prima della chiusura della bara, un gruppo ristretto di camerati chiede di restare solo con lui. Tra loro Stefano Delle Chiaie e Adriano Tilgher.

Vengono deposti simboli identitari: una runa, una bandiera. Poi il saluto finale, pugno sul cuore.

Anche Gabriele Adinolfi lascia il suo segno: una runa di Terza Posizione appuntata sulla giacca.

Il funerale

Alle 14.45 la folla è già radunata. Centinaia di persone dentro e fuori la chiesa. Militanti di diverse organizzazioni, giovani e veterani, esponenti politici e figure storiche.

Tra loro anche Gianluca Iannone, esponenti dell’area dei centri sociali di destra, e numerosi reduci della militanza degli anni Settanta.

La bara viene portata a spalla. Tra chi la accompagna c’è anche Gianni Alemanno. Intorno, una formazione simbolica a forma di freccia, richiamo alla runa Tyr.

Il silenzio è assoluto.

Le orazioni

La cerimonia è officiata da don Ennio Innocenti, figura legata a una memoria storica intensa e controversa.

Tra gli interventi, quello di Giano Accame, che parla di storia, sacrificio, appartenenza. Parole che suscitano un lungo applauso.

Poi prende la parola Alemanno. Un intervento breve, misurato, ma significativo. Parla del rapporto personale con Dimitri, del rispetto costruito nel tempo, del legame umano prima ancora che politico.

L’ultimo saluto

Alla fine della cerimonia, la bara esce dalla chiesa. La folla si dispone in silenzio. Poi il rito collettivo: il nome viene chiamato tre volte.

«Camerata Peppe Dimitri».

E per tre volte la risposta:

«Presente».

Migliaia di braccia si alzano. Un momento che chiude simbolicamente una stagione.

Una cerimonia fuori dal tempo

Roma, nel 2006, assiste a una cerimonia che mescola elementi diversi: religiosi, politici, simbolici. Una sovrapposizione di riti e memorie che racconta un mondo complesso, stratificato, ancora attraversato da forti identità.

Una giornata che, al di là dei giudizi, resta nella memoria come il segno della fine di un’epoca.

Un’epoca che, per molti, aveva in Peppe Dimitri uno dei suoi simboli più forti.

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Autore:

redazione


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