Due ex presidenti del Consiglio comunale, esperienze e letture diverse ma un punto d’incontro: chiudere la vicenda con gli eredi Garofalo senza rinunciare a uno degli ultimi spazi liberi nel centro del paese. Miraglia e Ceraolo: «Chiudere il contenzioso non equivale necessariamente a edificare». Ricciardello: «Si paghi il giusto valore, sarebbe un investimento nell’interesse di tutti»
A volte il confronto politico diventa più interessante quando, partendo da strade diverse, si arriva quasi nello stesso posto. Sulla Carrubera sta accadendo qualcosa del genere.
Nino Ricciardello e Giuseppe Miraglia hanno entrambi ricoperto la carica di presidente del Consiglio comunale di Brolo, seppure in stagioni politiche differenti. Oggi Ricciardello osserva la politica locale da fuori, mentre Miraglia siede tra i banchi dell’opposizione e firma la propria presa di posizione insieme all’altra consigliera di minoranza Sara Ceraolo.
Non dicono esattamente le stesse cose. Non attribuiscono allo stesso modo responsabilità e meriti. E neppure affrontano la vicenda con il medesimo tono.
Eppure, tolta la scorza della polemica, che qui rimane leggera, a tratti sottile ed eelgante, da leggere tra le righe, resta un punto di convergenza difficile da ignorare: provare a mantenere l’area della Carrubera libera dall’edificazione, riconoscendo contemporaneamente alla proprietà ciò che legittimamente le spetta.
In altre parole: non chiedere agli eredi Garofalo di sacrificare gratuitamente il valore di un bene privato in nome dell’interesse pubblico, ma verificare se quell’interesse pubblico possa essere tutelato acquistando l’area e consegnandola definitivamente al paese. È probabilmente su questo terreno che il dibattito sulla Carrubera potrebbe trovare oggi una nuova prospettiva.
Ricciardello: «Hanno ragione tutti»
L’intervento di Nino Ricciardello, tratto da un intervista a CanaleSicilia, parte da una considerazione per certi versi spiazzante: «Praticamente hanno ragione tutti». Hanno ragione, secondo l’ex presidente del Consiglio, quanti chiedono che in quella zona non sorgano nuove costruzioni e che lo spazio rimanga «destinato alla fruizione collettiva, magari con qualche incremento del verde». Ma hanno ragione anche i proprietari.
Ed è proprio qui che Ricciardello introduce una distinzione importante. La tutela dell’interesse collettivo, sostiene in sostanza, non può essere scaricata economicamente sulla famiglia Garofalo. Il suo giudizio nei confronti della famiglia è, anzi, particolarmente netto. Ricorda la figura del dottore Giacinto Garofalo, «medico del popolo in mezzo al popolo», e il contributo dato nel tempo dalla famiglia anche attraverso aree successivamente destinate a servizi e infrastrutture del paese. Da qui il riconoscimento di quella che definisce una «legittima aspettativa» degli eredi a valorizzare il patrimonio rimasto.
È uno dei punti nei quali la posizione di Ricciardello si distingue, almeno nell’accento utilizzato, da quella di Miraglia e Ceraolo.
L’ex presidente non costruisce infatti il proprio ragionamento principalmente sulla ricerca delle responsabilità per quanto accaduto nei decenni. Guarda piuttosto alla situazione esistente e prova a tenere insieme due diritti: quello del paese a non perdere uno spazio strategico e quello dei proprietari a non essere chiamati a pagare il prezzo di questa scelta.
«Paghiamola per quello che vale»
È da questo ragionamento che nasce la proposta. E Ricciardello la formula senza molti giri di parole: «È giusto che resti attrezzatura collettiva, ma è giusto che quell’area venga pagata ai proprietari per quello che vale».
Non un esproprio a valori irrisori, dunque, né la pretesa che la famiglia rinunci alle proprie aspettative edificatorie. Acquistarla.
«La politica questo deve fare, se è capace di farlo: pagarla quel che vale», sostiene Ricciardello, che arriva poi alla conclusione più significativa del suo intervento: «Si acquisti quell’area pagandole il giusto e si lasci al servizio della collettività. La collettività non si potrà lamentare del prezzo d’acquisto, perché sarà un investimento ben fatto e nell’interesse di tutti».
È qui che le parole dell’ex presidente incontrano quasi frontalmente la proposta avanzata da Giuseppe Miraglia e Sara Ceraolo.
Miraglia e Ceraolo: chiudere il contenzioso sì, edificare non necessariamente
I due consiglieri di opposizione arrivano alla Carrubera attraverso un percorso più tecnico e politico. Dicono di avere esaminato gli atti pubblicati all’Albo Pretorio, effettuato accessi documentali e approfondito negli uffici comunali la vicenda. E fissano subito una premessa: la questione con gli eredi Garofalo andava risolta.
«Chiudere il contenzioso era necessario – sostengono – ma non siamo convinti che rendere edificabile via Carrubera fosse l’unica strada possibile».
La vicenda, del resto, affonda le radici in oltre quarant’anni di rapporti patrimoniali mai definitivamente sistemati, relativi anche ad aree utilizzate per opere e servizi pubblici. Una situazione trascinatasi nel tempo e diventata inevitabilmente un problema da affrontare. Ed è qui che Miraglia e Ceraolo pongono la loro domanda politica:
«Se il vero obiettivo era chiudere definitivamente il contenzioso, questa era davvero l’unica soluzione possibile?».
Per poi renderla ancora più esplicita: «Era davvero inevitabile trasformare in area edificabile una delle ultime grandi aree libere presenti nel centro di Brolo?».
Due ragionamenti, una proposta che si assomiglia molto
Il punto di contatto con Ricciardello diventa evidente quando i due consiglieri indicano quella che, a loro avviso, avrebbe potuto essere un’alternativa. Definire economicamente la vertenza, riconoscere quanto eventualmente dovuto per le pregresse questioni patrimoniali e, contemporaneamente, acquisire l’intera area della Carrubera pagando il giusto prezzo. Non soltanto, quindi, i circa mille metri quadrati destinati al Comune nell’accordo attuale. Tutta l’area.
E qui Ricciardello, Miraglia e Ceraolo finiscono per parlare quasi la stessa lingua.
Il verde e la fruizione pubblica non possono essere ottenuti a spese della proprietà. Ma il riconoscimento dei diritti della proprietà non deve necessariamente tradursi nell’edificazione dell’area.
Tra questi due estremi potrebbe esserci la politica. Quella capace di cercare risorse, valutare un’acquisizione, quantificare il valore reale del bene e capire se sia ancora possibile trasformare quello che oggi è un problema urbanistico in un investimento pubblico destinato a durare per generazioni.
Dove invece le posizioni si dividono
Le differenze, naturalmente, rimangono.
Ricciardello riconosce maggiormente le ragioni che possono avere portato l’Amministrazione a cercare una soluzione. Pur criticando la scelta finale, osserva che il sindaco Giuseppe Laccoto «avrà avuto le sue buone ragioni per cambiare idea», ricordando però che sotto la stessa guida amministrativa quell’area era stata in passato immaginata con una diversa destinazione.
Miraglia e Ceraolo sono invece più severi sul percorso seguito.
Mettono in discussione il fatto che siano state esplorate tutte le alternative e intervengono anche sulla paventata esposizione economica di circa tre milioni di euro richiamata dal sindaco, precisando che, secondo la loro lettura degli atti, si tratterebbe di una stima potenziale e non di una somma già accertata da una sentenza. E lasciano aperto anche un ulteriore interrogativo: perché l’azione di usucapione sarebbe stata avviata soltanto nel 2023 e se, a quel punto, non fosse ormai troppo tardi perché avesse concrete possibilità di successo.
Sono temi sui quali il confronto politico potrà continuare e sui quali sarà necessario distinguere le valutazioni politiche dagli aspetti strettamente giuridici.
Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre. Quanto vale lasciare vuoto uno spazio?
Forse la Carrubera obbliga Brolo a interrogarsi su qualcosa che va oltre questo accordo urbanistico. Per decenni il valore di un terreno è stato misurato quasi esclusivamente attraverso ciò che vi si poteva costruire sopra. Metri cubi, indici, appartamenti, locali commerciali. Oggi, in un centro urbano ormai densamente costruito, potrebbe essere necessario rovesciare il ragionamento.
Quanto vale un terreno proprio perché è rimasto libero? Quanto vale uno spazio nel quale domani si potrebbe ampliare la villa comunale, realizzare verde, parcheggi, servizi, una piccola arena, luoghi per bambini e anziani o semplicemente lasciare un vuoto capace di far respirare il centro urbano?
Miraglia e Ceraolo parlano di un patrimonio da lasciare alle future generazioni e ricordano che, una volta edificata, la trasformazione sarebbe sostanzialmente irreversibile. Ricciardello arriva allo stesso punto attraverso un’altra strada: compriamola e lasciamola al paese. Forse è proprio questo il passaggio nuovo del dibattito.
Non più proprietà contro Comune. Non più famiglia Garofalo contro chi vuole il verde. E neppure, necessariamente, maggioranza contro opposizione.
La domanda potrebbe essere molto più concreta: quanto costerebbe davvero acquisire l’intera Carrubera e può Brolo permettersi di farlo?
E subito dopo ce n’è un’altra, forse ancora più importante: quanto costerebbe al paese, tra vent’anni, scoprire che sarebbe stato meglio farlo quando era ancora possibile?
Perché Ricciardello, Miraglia e Ceraolo possono dividersi sull’analisi politica, sui tempi, sulle responsabilità e sulla strada percorsa dall’Amministrazione.Ma su una cosa sembrano incontrarsi: il diritto degli eredi Garofalo va rispettato e riconosciuto; il diritto di Brolo a immaginare il futuro di una delle sue ultime aree libere merita, almeno, lo stesso rispetto. E se questi due diritti possono ancora incontrarsi attraverso un’acquisizione pubblica equa, forse è proprio da lì che varrebbe la pena ricominciare a discutere.
Mentre il nuovo piano regolatore – ci piace sempre chiamarlo alla vecchia maniera – è ad un passo dalla sua prossima approvazione… anche questo è da considerarsi se si vuole mettere del sale sulla discussione…perchè ora tanta fretta?
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