Due scritte. Poche parole tracciate su uno scivolo e su una struttura in legno. Potrebbero essere liquidate come una bravata, uno dei tanti gesti stupidi destinati a essere cancellati con qualche minuto di lavoro. Sarebbe però un errore fermarsi alla superficie.
Perché quelle frasi comparse nei giorni scorsi a Piazza Verdi, in pieno centro, hanno un contenuto preciso: discriminatorio, razzista, omofobo.
Ed è questo, molto più del danno materiale praticamente inesistente, che dovrebbe preoccuparci. Non serve creare allarmismi. Non siamo davanti a un’emergenza sociale e, almeno per quanto si sa, alle scritte non sono seguiti altri episodi. Ma proprio per questo il momento giusto per parlarne è adesso, prima che il silenzio trasformi tutto in normalità.
Anche il luogo ha un suo peso simbolico.
Piazza Verdi si trova a ridosso del monumento dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a due passi dall’oratorio. È una piazza frequentata nel pomeriggio dai bambini e che la sera diventa punto di incontro per adolescenti, ragazzi, ma anche famiglie e qualche nonno che continua a vivere quello spazio come luogo di socialità ( e forse avrebbe biosgno anche di maggiore attenzioni) . Ed è proprio sui giochi dei bambini che qualcuno ha deciso di lasciare parole di esclusione e intolleranza.
Un cittadino ha segnalato quanto accaduto. Qualche giorno dopo, domenica mattina, un consigliere comunale e un assessore sono intervenuti provvedendo direttamente a ripulire le strutture. Un gesto necessario, anche simbolicamente importante. Cancellare quelle parole significava restituire immediatamente quello spazio ai bambini e alla sua funzione originaria. Ma cancellare la vernice non può significare cancellare anche la domanda che quelle scritte lasciano dietro di sé.
Perché un ragazzo sente il bisogno di scrivere una frase razzista? Perché utilizza l’orientamento sessuale o l’appartenenza politica come insulto? Dove ha ascoltato quelle parole? In quale ambiente sono diventate normali? Sono domande alle quali non si risponde cercando necessariamente un colpevole. E forse sarebbe persino sbagliato concentrare tutto sulla caccia all’autore.
Il problema è più largo.
Riguarda innanzitutto le famiglie dove alberga quel disagio, che restano il primo luogo nel quale si costruisce il linguaggio con cui un bambino o un adolescente impara a guardare gli altri. I ragazzi ascoltano molto più di quanto gli adulti pensino: assorbono parole, giudizi, battute, disprezzo, paure e pregiudizi. E ciò che per un adulto può sembrare una frase detta superficialmente può diventare, per chi cresce, un modo di interpretare il mondo. Riguarda poi la scuola, soprattutto mentre siamo ormai a pochi giorni dalla riapertura delle aule. Ma riguarda anche parrocchia, associazioni, operatori sociali, amministratori, educatori, mondo dello sport e tutte quelle realtà che quotidianamente entrano in contatto con bambini e adolescenti.
Forse proprio da Piazza Verdi potrebbe partire qualcosa di semplice.
Non convegni costruiti per l’occasione e destinati a esaurirsi in una fotografia peggio ancora in un selfie. Piuttosto un confronto vero tra chi lavora con i ragazzi. Qualche incontro nelle scuole. Momenti di dialogo con le famiglie. Educazione al rispetto delle differenze. Un lavoro sul linguaggio, prima ancora che sui comportamenti. Perché certe parole non nascono improvvisamente sulla plastica gialla di uno scivolo.
Prima di essere scritte sono state parole ascoltate, pensate, probabilmente ripetute. E proprio qui sta il segnale.
Non bisogna trasformare due scritte in un caso nazionale, ma neppure far finta che non significhino nulla. In questa vicenda è mancato forse proprio questo passaggio: una denuncia pubblica immediata. Non necessariamente quella penale, che appartiene ad altre valutazioni, ma quella civile e sociale.
Quelle parole andavano cancellate subito, certamente. Ma contemporaneamente sarebbe stato importante dire ad alta voce che in una comunità non possono essere considerate una semplice ragazzata. Sarebbe stato un messaggio soprattutto per i più giovani: si può sbagliare, si può compiere una stupidaggine, ma esistono parole capaci di ferire e idee che, se lasciate sedimentare, possono trasformarsi in qualcosa di molto più serio.
Il consigliere e l’assessore che hanno ripulito i giochi hanno fatto la cosa giusta. Adesso, però, occorrerebbe fare il passo successivo. Trasformare quelle brutte scritte in un’occasione educativa.
E forse Piazza Verdi, proprio perché frequentata dai bambini e posta accanto ai nomi di Falcone e Borsellino, è il luogo migliore dal quale cominciare.







