Cronache semiserie dalla provincia del consenso organizzato
di Aretusa
Finite le elezioni, nella provincia messinese resta nell’aria quell’odore inconfondibile di democrazia amministrata: un misto di santini, promesse, telefonate, pacche sulle spalle, liste moltiplicate come pani e pesci e cittadini chiamati non tanto a scegliere, quanto a confermare ciò che altri avevano già apparecchiato.
A Messina ha vinto il sistema del megafono. Ha vinto chi ha urlato di più, chi ha occupato meglio la scena, chi ha saputo trasformare il potere già esercitato in consenso rinnovato. Ha vinto il populismo nella sua forma più moderna: non più la piazza soltanto, ma la macchina; non più il comizio soltanto, ma la rete di appartenenze, convenienze, fedeltà, promesse, sistemazioni, riconoscenze e speranze minute, quelle che non entrano nei programmi ma entrano benissimo nelle urne.
E mentre qualcuno ancora si ostina a pensare che una competizione elettorale debba fondarsi su programmi, idee, visioni e regole uguali per tutti, Messina ha offerto il consueto spettacolo barocco delle liste: liste madri, liste figlie, liste nipoti, liste civiche, semiciviche, para-civiche, liste con il nome del capo, del vice, dell’aspirazione, della benedizione e forse anche del santo protettore del voto organizzato.
Sulla questione delle firme, poi, si è scritta una pagina degna della migliore letteratura siciliana: quella in cui la norma non viene violata, per carità, ma interpretata fino a farle perdere i sensi. Qualcuno ha parlato di irregolarità, qualcuno di trucco, qualcuno di precedente pericoloso.
Altri hanno risposto con la solita aria di chi, avendo già vinto prima di giocare, trova fastidioso persino che l’arbitro osi fischiare.
Ma se Messina ha confermato il potere del populismo organizzato, ha anche certificato il disastro politico del Partito Democratico. Un PD che, più che un partito, è parso un condominio litigioso commissariato dall’alto, costretto a obbedire a scelte, dal sapore masochistico, calate come tavole della legge da chi, evidentemente, conosce Messina quanto un turista conosce il fondo del Tirreno guardandolo dal traghetto.
Il risultato è stato impietoso. Non solo perché il campo largo non ha sfondato: non ha proprio camminato. Largo nei comunicati, stretto nelle urne. Largo nelle riunioni romane, microscopico nella percezione popolare. Largo nelle ambizioni, magrissimo nella realtà. La base, i dirigenti locali, le sensibilità territoriali, le candidature forse più credibili: tutto sacrificato sull’altare della disciplina. E quando un partito smette di ascoltare i propri dirigenti e persino la propria base, il territorio prima lo guarda, poi lo sopporta, infine lo punisce.
Il cosiddetto campo largo, a Messina, ha dimostrato una cosa semplicissima: che il mettere insieme sigle tra esse distanti per valori e ideali (quando, addirittura, non si arrivi a mescolare “Dio con li nemici suoi”) con l’aggravante che ciò si faccia solo per esigenze elettoralistiche, se ne paga lo scotto anche a livello locale, perché si perde di credibilità.
A Barcellona Pozzo di Gotto, invece, la democrazia si è esibita nel numero dell’equilibrista, sospesa sul filo sottilissimo del quaranta per cento; e anche lì, come a Messina, pare abbia trionfato quella variante assai pittoresca del populismo che scambia il governo della cosa pubblica per una recita di piazza, l’urlo per coraggio, la sceneggiata per autenticità, la furbizia per intelligenza politica e la sguaiataggine per schiettezza “popolare”. Una vittoria esile, millimetrica, quasi da laboratorio di analisi più che da plebiscito: di quelle che dovrebbero suggerire sobrietà, non fanfare; prudenza, non proclami; gratitudine alla sorte, non pose da condottieri. Perché quando il consenso passa attraverso pochi decimali, una scheda contestata, una verifica o persino una virgola amministrativa possono ricordare ai vincitori che il potere, prima di atteggiarsi a investitura divina, farebbe bene a imparare almeno l’arte elementare del pudore.
Milazzo, infine, ha premiato lo status quo.
Ha vinto il potere già precostituito, quello che conosce le strade, le stanze, le leve, le relazioni, i meccanismi, gli equilibri e anche quei misteriosi ingranaggi che, in campagna elettorale, sanno muoversi con una puntualità quasi svizzera. Si potrebbe dire che ha vinto la continuità. Ma sarebbe una parola troppo elegante. Più realisticamente, ha vinto chi sapeva già dove e come “mettere le mani”.
Nell’aria, intanto, aleggia l’intenzione di alcuni di presentare esposti-denuncia per anomalie elettorali ritenute documentate. Saranno le sedi competenti, se investite formalmente, a stabilire se si sia trattato di errori, disfunzioni, leggerezze o di qualcosa di più grave. Aretusa, che non fa il pubblico ministero ma conosce l’odore dell’acqua torbida, si limita a osservare che quando persino il voto di chi si è candidato e dei suoi familiari sembra evaporare in qualche sezione, qualche domanda è non solo legittima, ma doverosa.
Carmelo Torre ha pagato il prezzo più caro che, in certe competizioni, si possa pagare: quello di essere una persona pulita, intelligente, perbene e, per di più, colpevole dell’imprudenza quasi sovversiva di presentarsi con un programma serio. Si è mosso fuori dai grandi apparati, lontano dai recinti protetti, senza eserciti precostituiti, senza pacchetti di consenso già imballati e pronti per la consegna. In una parola: da outsider. E l’outsider, si sa, nelle democrazie amministrate con il bilancino delle convenienze, è tollerato come ornamento del pluralismo, purché non disturbi troppo la liturgia del potere.
Torre sapeva di non poter vincere da solo, ma aveva almeno confidato che una parte della città sapesse riconoscere la dignità di una proposta nuova per Milazzo: più turistica, più moderna, più consapevole della propria bellezza, meno rassegnata alla gestione ordinaria dell’esistente e meno incline a scambiare l’immobilismo per stabilità. L’elettorato, invece, ha preferito diversamente: il noto all’ignoto, il potere rodato alla proposta libera, la sicurezza dell’abitudine al rischio del cambiamento, il già visto al possibile.
Scelta legittima, certo. Il voto è sacro anche quando decide di farsi del male da solo. Ma resta il fatto che un risultato dell’1,5 per cento, attribuito a una persona della qualità umana e politica di Carmelo Torre, dice forse meno di lui e molto di più della città che pare lo ha ignorato. Perché anche la rassegnazione, quando entra nell’urna, produce effetti; e qualche volta non è consenso: è una martellata in testa data con solenne convinzione, magari pure scambiandola per lungimiranza.
E allora la domanda finale non è chi abbia vinto. Quello lo dicono i numeri, e i numeri, almeno loro, hanno il pregio di non arrossire.
La domanda vera è un’altra: che cosa ha vinto?
Ha vinto la politica o la sua caricatura?
Ha vinto il consenso libero o il consenso accompagnato? Ha vinto la fiducia o la dipendenza? Ha vinto il programma o il sistema? Ha vinto il cittadino o il suddito ben educato alla gratitudine?
Aretusa non ha risposte definitive.
Ha però un sospetto: in questa tornata elettorale, più che il futuro, abbia vinto il passato. Solo che oggi il passato non porta più la coppola. Porta lo smartphone, fa dirette Facebook, moltiplica liste e chiama tutto questo “partecipazione”. E se qualcuno osa ancora chiamarla democrazia, almeno abbia il buon gusto di non gridarlo troppo forte








