L’OCCHIO INDISCRETO – Quando la politica smette di governare e comincia a strepitare
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L’OCCHIO INDISCRETO – Quando la politica smette di governare e comincia a strepitare

A Milazzo e a Barcellona Pozzo di Gotto la campagna elettorale sta già offrendo il suo spettacolo peggiore

Troppo personalismo, troppa scena, troppa rissa verbale; troppo poca città.

È il vecchio vizio della politica italiana, che nei contesti locali diventa quasi una caricatura di se stessa: il cittadino, in teoria, dovrebbe essere chiamato a scegliere tra idee di città, modelli amministrativi, priorità, visioni di sviluppo.

In pratica viene spesso trascinato dentro una rappresentazione molto più modesta e molto più volgare: una competizione tra ego, tra cerchie, tra fedeltà personali, tra tifoserie armate di slogan e improperi. Le campagne elettorali non degenerano quando si accende il dissenso, che in democrazia è fisiologico; degenerano quando il dissenso si abbassa a insulto, a invettiva, a muscolarità personalistiche,  a clima da resa dei conti. Le cronache delle ultime settimane, tra Milazzo e Barcellona, mostrano appunto un livello del confronto spesso surriscaldato, in cui il linguaggio di qualcuno (famoso per le sue uscite teatrali e, a volte, persino volgari) è manifestazione  eclatante di becero populismo, privo di sostanza e teso a catturare più il titolo in prima pagina che ad attrarre l’attenzione dei cittadini più intelligenti e accorti.

A Milazzo, Pippo Midili continua naturalmente a godere del vantaggio dell’uscente: visibilità, centralità pubblica, riconoscibilità.

Nulla di strano.

Governare aiuta a farsi conoscere. Ma essere conosciuti non equivale automaticamente a essere convincenti. I dati più recenti restituiscono, infatti, un quadro meno trionfale di quello che certe narrazioni autocelebrative vorrebbero spacciare: il vantaggio dell’uscente esiste, ma non coincide con una investitura plebiscitaria e sul terreno della fiducia il quadro appare assai meno blindato. Tradotto in lingua non cortigiana: la città non ha consegnato a nessuno un lasciapassare definitivo: per quanto lo riguarda il punto più esposto alla critica non è soltanto il fisiologico logorio dell’uscente. È il suo rapporto con il confronto pubblico.

La scelta di non partecipare ai dibattiti tra candidati ha provocato reazioni immediate, anche da parte di Lorenzo Italiano e Michele Vacca: che un sindaco uscente che chiede agli elettori di essere confermato dovrebbe avere una sola ansia, cioè quella spiegare, difendere, mettere pubblicamente alla prova il proprio operato. Se invece il contraddittorio viene evitato, derubricato o aggirato, il segnale che passa è sempre lo stesso: quello di un potere che preferisce la comfort zone del consenso raccolto alla scomodità della verifica. Non è forza. È pigrizia politica.

E la pigrizia, negli amministratori, è spesso l’anticamera dell’arroganza.

Dentro questo quadro, sarebbe però un errore ridurre tutto al duello tra l’uscente e i suoi antagonisti più esposti mediaticamente, perché c’è anche la candidatura di Carmelo Torre, che merita attenzione non per ragioni decorative, ma per una precisa ragione politica: introduce nella contesa una cifra di esperienza amministrativa, di sobrietà, di credibilità istituzionale e di serietà che oggi non è affatto secondaria. In una campagna dove molti sembrano soprattutto impegnati a farsi notare, Torre, che ha presentato un programma ben delineato e concreto,  può parlare a quell’elettorato che non cerca il candidato più rumoroso, ma quello più affidabile. È un profilo meno teatrale e, proprio per questo, più solido. In tempi di ipertrofia comunicativa, anche la compostezza può diventare un argomento politico.

Accanto a lui, Lorenzo Italiano prova invece a collocare la propria candidatura su un terreno di opposizione più apertamente polemico e più combattivo. Quando denuncia il rischio che la città resti “in mano a questi quattro amici al bar”, adopera una formula aspra, persino crudele, ma politicamente leggibile: indica il timore di una gestione chiusa, confidenziale, ristretta, in cui il governo della città finisce per essere percepito come il prolungamento di una cerchia più che come esercizio pieno di responsabilità pubblica. È un’accusa che colpisce, e non senza ragione, perché tocca un nervo scoperto della politica locale: la tendenza a sostituire il “noi” della città con l’“io” del comando o con il piccolo giro degli abituali. Italiano pone, dunque, un problema reale, anche se talvolta rischia di affidarlo più alla frustata polemica che a una costruzione compiuta di proposta.

A Barcellona Pozzo di Gotto il quadro ha contorni diversi, ma la malattia è molto simile.

Nicola Barbera parte da una buona base di notorietà, ma i rilievi demoscopici mostrano che la partita resta apertissima e che la sua candidatura deve ancora colmare un divario non banale sul terreno della fiducia. Questo significa che l’apparato, da solo, non basta; la collocazione, da sola, non basta; l’etichetta di schieramento, da sola, non basta. Ed è qui che affiora il limite di una certa destra locale: troppo spesso dà per scontato che la forza del contenitore possa supplire alla debolezza del contenuto. Ma una candidatura non diventa autorevole per osmosi. Diventa autorevole se mostra statura, misura, capacità di confronto, autonomia dal frastuono che la circonda.

David Bongiovanni, almeno fin qui, ha avuto, invece, un merito netto: tentare una strada diversa, chiedere apertamente il confronto pubblico e provare a riportare la campagna sul terreno delle idee. Non basta, naturalmente, per vincere, ma basta già per distinguersi. Perché in un tempo in cui molti sembrano considerare il dialogo una perdita di tempo e il contraddittorio un favore concesso agli avversari, chi accetta il confronto compie almeno un gesto di rispetto verso l’intelligenza degli elettori. E l’intelligenza degli elettori, in queste campagne, è spesso la prima vittima del frastuono.

Alla fine il problema non è neppure chi vincerà in queste due città. Il problema è che le città, che avrebbero bisogno di amministratori, si ritrovano ostaggio di protagonisti: in mezzo a tanto strepito, forse i profili più seri sono proprio quelli danno con sobrietà soluzioni serie ai problemi della città e che non hanno bisogno di urlare per farsi prendere sul serio.

Aretusa

22 Aprile 2026

Autore:

redazione


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