
C’è una domanda di fondo che attraversa il dibattito sul sistema penitenziario italiano e che torna con forza in alcune vicende emblematiche: cosa significa davvero restare umani quando si parla di giustizia e detenzione?
La riflesione che giunge dalla Fondazione Mattia di Patti
È attorno a questo interrogativo che si muove l’iniziativa “Restare Umani”, promossa dalla Fondazione Mattia di Patti, che in questi mesi ha raccolto riflessioni, testimonianze e contributi sul tema delle condizioni nelle carceri italiane. Tra le voci che hanno animato il confronto vi sono anche le osservazioni di Giuseppe Pettina, tra i promotori della Fondazione, che ha richiamato l’attenzione su alcuni casi concreti in cui il rapporto tra pena, dignità e diritto alla salute appare sempre più fragile.

Uno di questi riguarda la vicenda di Roberto Canulli, detenuto settantottenne nel Carcere di Rebibbia, a Roma, per il quale è stata presentata una seconda richiesta di grazia al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un caso sollevato più volte da Gianni Alemanno e Fabio Falvo, anche nell’ultimo diario di cella, il n.47

La storia di Canulli emerge infatti in tutta la sua drammaticità dalle pagine del “Diario di cella”, scritto dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno durante la detenzione. Nel racconto, che ha suscitato un ampio dibattito pubblico, viene descritta la situazione sanitaria di un uomo anziano con un quadro clinico particolarmente complesso: ipertensione, enfisema polmonare, esiti di ictus, gravi problemi uditivi e un progressivo peggioramento della vista.
Secondo quanto riportato nelle relazioni sanitarie, le condizioni generali risultano “discrete e stabili”, ma molti degli esami specialistici prescritti negli anni non sarebbero mai stati effettuati. La ragione, si legge nel racconto, sarebbe la mancanza di scorte per accompagnare il detenuto negli ospedali esterni e l’assenza di specialisti all’interno della struttura.
Una situazione che, secondo i promotori dell’appello, produce un paradosso: diagnosi e prescrizioni esistono sulla carta, ma nella pratica le cure non arrivano.

Proprio su questo punto si concentra una delle riflessioni più critiche sollevate nel dibattito promosso dalla Fondazione Mattia. Secondo Giuseppe Pettina, il caso Canulli rappresenta un esempio di come, nel sistema penitenziario, si possa creare una sorta di “zona grigia” burocratica.
«Il problema – osserva Pettina – non è solo sanitario o giudiziario, ma di responsabilità istituzionale. Quando nessuno si assume la decisione finale, la persona detenuta rischia di restare intrappolata tra relazioni mediche, pareri amministrativi e provvedimenti giudiziari che si rimandano l’un l’altro».
In altre parole, la questione non riguarda soltanto la singola vicenda, ma il funzionamento complessivo del sistema.

Carceri e sovraffollamento
Il caso Canulli si inserisce inoltre in un contesto più ampio. Secondo i dati più recenti, il sovraffollamento nelle carceri italiane ha superato il 138% della capienza regolamentare, mentre il piano annunciato dal Governo per la creazione di nuovi posti detentivi procede con lentezza.
Per Pettina, questo scenario rende ancora più urgente una riflessione sul rapporto tra sicurezza, pena e diritti fondamentali.
«Il carcere – sottolinea – non può diventare uno spazio dove la questione della salute viene sospesa o rinviata. La pena non può trasformarsi in abbandono».

Il diritto alla salute
Il riferimento centrale del dibattito resta l’Articolo 32 della Costituzione Italiana, che garantisce il diritto alla salute a tutti i cittadini, compresi i detenuti.
A questo si aggiunge la sentenza Sentenza n. 56/2021 della Corte Costituzionale italiana, che ha ribadito la possibilità della detenzione domiciliare per i condannati con più di settant’anni quando non vi siano rischi di pericolosità sociale.
Nel caso di Canulli, sottolineano i promotori dell’appello, entrambe le condizioni sembrerebbero presenti: l’età avanzata e l’assenza di nuovi comportamenti criminali negli anni successivi al reato.
Restare umani

È proprio qui che il tema della campagna culturale promossa dalla Fondazione Mattia torna centrale.
“Restare umani” significa interrogarsi su quale sia il limite oltre il quale la pena rischia di perdere il suo senso giuridico e civile.
Non si tratta, come osserva Pettina, di mettere in discussione il principio della responsabilità penale, ma di ricordare che lo Stato di diritto si misura anche nella capacità di garantire dignità e tutela della salute a chi sta scontando una condanna.
«La civiltà di un Paese – conclude – si vede anche da come tratta le persone più fragili, persino quando sono detenute».
Ed è proprio da storie come quella di Roberto Canulli che torna a emergere una domanda difficile, ma inevitabile: fino a che punto la giustizia riesce davvero a restare umana.
la nota di Alemanno

DIARIO DI CELLA 47.
SECONDA RICHIESTA DI GRAZIA AL PRESIDENTE MATTARELLA: ROBERTO CANULLI HA 78 ANNI, FA FATICA A RESPIRARE, STA PERDENDO LA VISTA, MANCANO LE SCORTE PER ACCOMPAGNARLO IN OSPEDALE, MA PER IL CARCERE È IN “CONDIZIONI DISCRETE”.
Rebibbia, 1° marzo 2026 – 423° giorno di carcere.
La politica è troppo impegnata nella rissa verbale per il Referendum sulla separazione delle carriere (noi comunque non possiamo non votare Sì) per interessarsi all’emergenza carceraria, come se fosse possibile parlare di giustizia in Italia senza preoccuparsi anche del nostro sistema penitenziario. Segnaliamo solo che il sovraffollamento carcerario è al 138,4% e finora non si è visto un solo posto in cella dei 15.000 promessi dal Governo nel luglio scorso con il piano carceri.
L’unica strada che ci rimane – in attesa che la rissa referendaria finisca e il Ministro Nordio, come promesso, venga a farci visita – è quella di continuare a chiedere la Grazia del Presidente della Repubblica per casi più gravi che vediamo attorno a noi. La settimana scorsa l’abbiamo chiesta per il nonno Antonio Russo di 88 anni, oggi la chiediamo per Roberto Canulli, una persona detenuta 10 anni più giovane (ha “solo” 78 anni) ma molto più ammalata e “tradita” dal sistema sanitario del carcere.
Roberto ha un quadro clinico devastante: “ipertensione arteriosa, enfisema polmonare e bronchiectasie (dilatazione dei bronchi), esiti di ictus cerebellare dx, grave ipoacusia (non sente quasi niente), vasculopatia carotidea, ipertrofia prostatica benigna” come descritto nella relazione sanitaria del 24/2/2024. Poi, sempre secondo questa relazione sanitaria, era in attesa di eseguire degli esami alla cornea perché, anche indossando gli occhiali, aveva solo 4 decimi di vista (cioè vede pochissimo) e deve compiere esami di “ecocolordoppler” agli arti inferiori perché fa fatica a muoversi sulle gambe. Ma la stessa relazione concludeva che le condizioni di Roberto erano discrete e stabili e che sarebbe stato curato in carcere, con periodici controlli presso ospedali esterni. Per cui il 19 aprile 2024 il Tribunale di Sorveglianza respinse la sua istanza di differimento pena.
Passa un anno e mezzo e il 26 luglio 2025 l’ASLROMA2, competente per il nostro carcere, fa un’altra relazione sanitaria diagnosticando praticamente le stesse patologie e prescrivendo gli stessi esami che nel frattempo non erano stati fatti, ma ribadendo che “le condizioni generali sono discrete e stabili”. E così il Tribunale di Sorveglianza due mesi dopo respinse ancora una volta l’istanza di Canulli per il differimento pena.
Cosa era successo? Semplice: per mancanza di scorte questa persona detenuta non era mai stata accompagnata in ospedali esterni per compiere gli esami prescritti, mentre la mancanza di medici specialisti in carcere non aveva permesso di svolgere adeguate terapie per fronteggiare i vari malanni.
Arriviamo ad oggi. Pensate che la situazione sia cambiata? Assolutamente no, Canulli da quando è stato arrestato nel 2022 non ha mai potuto fare degli esami in ospedali esterni per “mancanza di scorte”.
Certo Roberto Canulli sopravvive, ma non vede e non sente quasi nulla, fa fatica a respirare e a camminare e soprattutto non sa nulla del decorso delle sue patologie perché l’assistenza sanitaria e gli esami esterni prescritti rimangono sulla carta. E viene rimbalzato come una pallina da pingpong tra autorità sanitarie e Tribunali di Sorveglianza che si scambiano relazioni e rigetti in cui non si prende atto che Canulli nella realtà non viene affatto curato.
Ma se non ci sono gli specialisti in carcere che possono curarlo e le scorte che dovrebbero accompagnarlo negli ospedali esterni, perché un vecchietto di 78 anni viene ancora tenuto in carcere e non viene mandato agli arresti domiciliari a casa sua, dove potrebbe essere curato?
Perché il suo reato è di straordinaria gravità? No, perché è stato condannato a 7 anni e 7 mesi (e 23 giorni) – di cui quasi 4 anni già scontati – per un reato risalente al 2016 di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio.
Perché è socialmente pericoloso a 78 anni? No, perché dopo il reato e quattro mesi di arresto era stato messo in libertà per oltre 3 anni, senza commettere nuovi reati o creare problemi, e qui in carcere ha tenuto una condotta irreprensibile.
Il problema è banalmente burocratico: nessuno, né medici né magistrati, si prende la responsabilità di certificare che Canulli non può continuare a stare in carcere. E noi guardiamo questo piccolo fantasma di vecchietto trascinarsi lentamente tra la cella e i corridoi.
Ecco perché sosteniamo la sua richiesta di Grazia al Presidente della Repubblica, che, almeno lui, dovrebbe avere ben chiaro che l’art. 32 della Costituzione garantisce a tutti i cittadini, anche a quelli detenuti, il diritto alla salute. Mentre, lo ricordiamo anche per Roberto Canulli come abbiamo fatto per Antonio Russo, la Corte costituzionale con sentenza 56/2021 ha stabilito che tutti i condannati che hanno più di settant’anni possano beneficiare della detenzione domiciliare, quando ovviamente non sussiste (come in questi casi) un problema di pericolosità sociale.
Siamo noiosi? Forse, ma non ci fermeremo nel sostenere queste richieste di Grazia fino a quando non vedremo questi vecchietti uscire dal Carcere. Uscire ancora vivi, non quando saranno morti.
Gianni Alemanno e Fabio Falbo