La storia dimenticata di una battaglia perduta
I manifesti del Fronte della Gioventù tra il 1988 e il 1990 raccontano una destra che chiedeva sanzioni contro Israele, riconoscimento dello Stato palestinese e autodeterminazione dei popoli. Non era tutta la destra, tutt’altro. MSI, destra radicale e successivamente Alleanza Nazionale furono attraversati da orientamenti diversi e spesso opposti. Ma quella componente nazional-rivoluzionaria, terzomondista e filopalestinese esistette.
Oggi, nella destra occidentale, atlantista, identitaria e largamente filoisraeliana, ne rimane pochissimo.
C’è una fotografia della politica italiana che oggi appare quasi incomprensibile. Da una parte una sinistra che, nel dopoguerra, poteva guardare con interesse all’esperimento socialista dei kibbutz e alla nascita di Israele; dall’altra settori della destra radicale che, qualche decennio dopo, avrebbero innalzato la Palestina a simbolo della lotta dei popoli contro imperialismo, americanismo e divisione del mondo in blocchi.
Poi tutto si sarebbe rimescolato.
E quei manifesti ingialliti del Fronte della Gioventù permettono di osservare la trasformazione quasi meglio di molti libri di storia.
«Fermare il massacro»
Il documento forse più sorprendente è datato 27 ottobre 1990. In alto campeggia una frase inequivocabile: «Fermare il massacro». Seguono tre richieste: sanzioni economiche contro Israele, riconoscimento diplomatico dello Stato palestinese, conferenza internazionale sul Medio Oriente. La firma è quella del Fronte della Gioventù, centro provinciale romano.
Due anni prima, nel gennaio 1988, un altro documento titolava In Palestina si muore…. Parlava dell’Intifada, degli studenti palestinesi, dell’occupazione e chiedeva apertamente «Patria per i palestinesi», sanzioni e isolamento politico di Israele.
Un’altra versione dello stesso documento concludeva con una formula ancora più immediata: «Palestina ancora, Palestina libera».
Non siamo davanti a qualche estemporanea provocazione grafica. Quei materiali documentano l’esistenza, dentro la giovane destra italiana, di una cultura politica che considerava la questione palestinese parte di una più generale lotta per l’autodeterminazione dei popoli. Una posizione che trovava spazio nel Fronte della Gioventù della stagione rautiana e che dialogava con una più vasta cultura nazional-rivoluzionaria: antiamericana, critica verso la NATO, ostile alla divisione di Yalta e attratta dalle lotte di liberazione nazionale.
Palestinesi, irlandesi, baschi e altri movimenti venivano inseriti, con enormi differenze storiche spesso sacrificate alla suggestione politica, dentro un unico immaginario della ribellione contro le grandi potenze.
Sarebbe tuttavia un errore trasformare questa documentazione nella prova che «la destra italiana era filopalestinese». Non lo era. La storia del MSI e della galassia radicale fu attraversata da orientamenti molto differenti.
Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, settori della destra guardarono con crescente interesse a Israele: uno Stato militarmente efficiente, fortemente identitario, capace di difendersi e soprattutto collocato nel campo occidentale contro regimi arabi sostenuti dall’Unione Sovietica. Persino all’interno di Ordine Nuovo le ricostruzioni giudiziarie e parlamentari restituiscono posizioni differenti, comprese componenti filoisraeliane e testimonianze relative a contatti con ambienti israeliani. Per questo la formula secondo cui Ordine Nuovo avrebbe semplicemente «addestrato i propri militanti in Israele» richiede prudenza: esistono elementi documentali su rapporti e addestramenti riferiti a singoli ambienti e militanti, ma non bastano per descrivere un’intera organizzazione come univocamente filoisraeliana.
In altre parole, la linea di frattura attraversava la stessa destra. Da una parte Israele come avamposto occidentale, nazionale e anticomunista. Dall’altra la Palestina come popolo senza Stato, dunque causa naturale per chi pretendeva di applicare il principio nazionale anche fuori dall’Europa. Ed esisteva poi un terzo elemento, assai più oscuro, che non può essere cancellato: in alcuni ambienti l’antisionismo si contaminava con vecchi stereotipi antisemiti. Gli stessi documenti mostrano la contraddizione. Un volantino del 1988 sente il bisogno di precisare esplicitamente che la propria condanna riguarda il sionismo e non le comunità o la religione ebraica. Ma tra gli slogan preparati per il corteo del 1990 compare anche una frase contro le sinagoghe in Palestina: un linguaggio che supera la critica politica a Israele e rende evidente quanto il confine potesse essere oltrepassato.
Periodo che sembra lontanissimo ma nel quale poteva accadere che Massimo e Renato, giovani militanti di destra, potevano frequentare la sede dell’Olp romana, parlando di nuove frontiere, non nascondelo le celtiche in bella vista su zaini e collaline, portandosi dietro adesivi e manifesti di progranda pro-palestina da far affiggere al ritorno a casa sul loro territorio in Sicilia.
La distinzione resta fondamentale anche oggi: criticare il governo israeliano, l’occupazione o il sionismo non significa automaticamente essere antisemiti; l’ostilità verso gli ebrei in quanto tali è invece antisemitismo.
Quando anche la sinistra guardava a Israele
Ma il cortocircuito storico diventa ancora più evidente osservando contemporaneamente ciò che accadeva a sinistra. Israele, nei primi anni della sua esistenza, esercitò una forte attrazione su settori del mondo socialista europeo. I kibbutz, il sindacalismo, il ruolo dei lavoratori e la prevalenza delle forze laburiste consentivano di immaginarlo anche come un esperimento socialista nel Mediterraneo. L’Unione Sovietica riconobbe rapidamente il nuovo Stato nel 1948. La Guerra dei Sei Giorni del 1967 e soprattutto l’occupazione di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est modificarono progressivamente quella percezione. Israele cominciò a essere visto da una parte crescente della sinistra non più soltanto come lo Stato nato dopo la persecuzione degli ebrei europei, ma anche come potenza occupante. La crescita dell’OLP fece il resto.
Nel 1982 il rapporto tra il PCI e Yasser Arafat era ormai pubblico e politicamente significativo. L’archivio dedicato a Enrico Berlinguer documenta l’incontro tra il segretario comunista e Arafat a Roma nel settembre di quell’anno, insieme a Pajetta, Macaluso e Giorgio Napolitano. La politica italiana stava già cambiando posizione.
Non secondo un semplice schema destra-Israele e sinistra-Palestina, ma attraverso spostamenti successivi nei quali pesavano Guerra fredda, anticolonialismo, rapporti con gli Stati Uniti, identità nazionale e politica mediterranea.
Rauti e quella destra che guardava al Terzo Mondo
È soprattutto nell’ambiente culturale riconducibile a Pino Rauti che la questione palestinese trova una propria collocazione teorica dentro la destra. Non si trattava di diventare progressisti. Era un’altra lettura.
La modernità capitalista americana e quella comunista sovietica venivano considerate due espressioni differenti dello stesso materialismo. Contro entrambe si immaginava una politica dei popoli, delle identità e delle appartenenze.
Da qui nasceva il paradosso: un giovane neofascista e un militante dell’estrema sinistra potevano ritrovarsi entrambi a sostenere Arafat, arrivandoci però da due strade ideologiche completamente diverse. Uno vedeva la Palestina attraverso l’antimperialismo marxista. L’altro attraverso il nazionalismo rivoluzionario e il diritto dei popoli alla propria terra. Il risultato poteva apparire simile; le genealogie culturali non lo erano affatto. Anche l’articolo di Liborio La Mattina ricostruisce proprio questo progressivo rovesciamento delle appartenenze, ricordando come la Palestina sia uno degli osservatori più interessanti attraverso cui leggere la metamorfosi delle culture politiche italiane.
Poi arrivarono Fiuggi e Gerusalemme
Negli anni Novanta il quadro cambia radicalmente. Crolla l’Unione Sovietica, termina la Guerra fredda, scompare il PCI, entra in crisi il sistema politico della Prima Repubblica e il MSI avvia la trasformazione che porterà ad Alleanza Nazionale. La destra che vuole diventare forza di governo deve ridefinire anche la propria collocazione internazionale. L’Occidente non è più il nemico. Gli Stati Uniti non rappresentano più necessariamente l’imperialismo da combattere. E Israele cambia posizione nell’immaginario della destra.
Il passaggio simbolicamente più potente arriva nel novembre 2003, quando Gianfranco Fini visita Israele e lo Yad Vashem. La condanna delle leggi razziali fasciste e delle persecuzioni degli ebrei diventa uno degli snodi fondamentali del percorso post-MSI. La visita provoca anche fortissime discussioni all’interno di AN, proprio perché rende visibile quanto fosse profondo il cambiamento culturale. Non si trattava soltanto di politica estera. Era una ridefinizione dell’identità della destra italiana.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante dei manifesti del 1988 e del 1990. Una parte degli uomini e delle donne cresciuti dentro quella stagione politica sarebbe arrivata molto lontano nelle istituzioni.
Ma non tutte le idee con cui erano cresciuti arrivarono insieme a loro.
La componente filopalestinese, antiamericana, antiatlantica e terzomondista della destra giovanile non riuscì a imprimere la propria direzione alla destra del nuovo secolo. Anzi, accadde quasi il contrario.
La destra italiana contemporanea si è progressivamente riconosciuta nell’Occidente, nella NATO e nel rapporto strategico con gli Stati Uniti. Parallelamente Israele è diventato, per una parte consistente della destra europea, qualcosa di più di un alleato geopolitico: un simbolo della frontiera occidentale in Medio Oriente. A questo si è aggiunto un altro elemento decisivo: il rapporto con l’Islam. Immigrazione, terrorismo jihadista, sicurezza e identità europea hanno progressivamente sovrapposto la questione israelo-palestinese a quella dello scontro con l’islamismo radicale. In alcuni settori questo processo si è trasformato anche in una più generale ostilità culturale verso l’Islam e i musulmani.
Il filosionismo di una parte della nuova destra europea nasce anche dentro questa trasformazione, ma sarebbe riduttivo spiegarlo esclusivamente con l’islamofobia: vi confluiscono occidentalismo, atlantismo, sicurezza, nazionalismo e ammirazione per la capacità dello Stato israeliano di difendere una forte identità nazionale.
È qui che quei vecchi manifesti diventano qualcosa di più di curiosità da archivio.
Mostrano una possibilità politica che non ha vinto. Il Fronte della Gioventù che nel 1990 chiedeva «sanzioni economiche contro Israele» appartiene alla genealogia storica della stessa area politica dalla quale, attraverso trasformazioni enormi, proviene una parte della classe dirigente della destra contemporanea. Eppure il linguaggio non potrebbe essere più distante. La stessa cosa, con un percorso inverso e altrettanto complesso, è avvenuta a sinistra. La sinistra italiana che aveva inizialmente guardato con simpatia all’esperimento israeliano scoprì progressivamente la causa palestinese; quella postcomunista cercò poi una posizione più istituzionale fondata sui due Stati e sul diritto internazionale, mentre la solidarietà militante con la Palestina rimase soprattutto nei movimenti, nei centri sociali e nella sinistra radicale. Non è quindi esatto dire semplicemente che «una volta la destra stava con Arafat e la sinistra con Israele». La formula funziona come provocazione giornalistica, ma la storia è più interessante della provocazione.
Perché destra e sinistra hanno entrambe cambiato posizione più volte e, soprattutto, al loro interno non hanno mai parlato con una sola voce.
Resta allora una fotografia quasi straniante. «Fermare il massacro». «Sanzioni economiche contro Israele». «Riconoscimento diplomatico dello Stato palestinese». «Palestina libera». Non sono slogan recuperati da una manifestazione della sinistra antagonista di oggi. Sono scritte conservate su manifesti e volantini prodotti, tra la fine degli anni Ottanta e il 1990, da settori della destra giovanile italiana.
Non dimostrano che quella destra fosse migliore, più tollerante o immune dalle proprie pesantissime contraddizioni. Né autorizzano a cancellare le contaminazioni antisemite presenti in una parte di quell’ambiente. Dimostrano però qualcosa che la memoria politica tende spesso a rimuovere: le identità politiche non sono immobili. Cambiano i nemici, cambiano gli alleati, cambiano le categorie con cui viene letto il mondo.
E la componente della destra che quasi quarant’anni fa tentò di costruire una solidarietà con la Palestina fondata sull’identità, sull’autodeterminazione e sulla libertà dei popoli non riuscì a trasmettere quella visione alla destra che sarebbe venuta dopo. Forse è questa la vera storia raccontata da quei fogli. Non tanto quando la destra stava con la Palestina. Ma come una parte della destra smise di starci — e come un’altra, che non aveva mai condiviso davvero quella scelta, finì per prevalere culturalmente e politicamente.
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