tra voto dell’Ars e sentenza della Consulta
Tempismo micidiale. Il 17 febbraio l’Assemblea Regionale Siciliana affonda, anche con il peso dei franchi tiratori, la norma sul terzo mandato per i sindaci. Il 19 febbraio la Corte costituzionale deposita una sentenza che riapre clamorosamente il tema, dichiarando l’illegittimità di norme regionali difformi rispetto al quadro nazionale in materia di elettorato passivo.
Un cortocircuito politico e istituzionale che oggi lascia la Sicilia in una situazione di incertezza normativa.
Nei giorni scorsi l’Ars aveva respinto la proposta di allineare la disciplina siciliana sul terzo mandato a quella nazionale. Una scelta che ha suscitato polemiche e che ora, alla luce della pronuncia della Consulta, appare politicamente e giuridicamente fragile. Secondo diversi interventi in Aula,- come quello dell’on. Pino Galuzzo – era necessario recepire le norme nazionali per evitare un conflitto con i principi costituzionali e con l’assetto vigente nel resto d’Italia.
“La frittata è fatta”, commenta chi aveva sollevato il problema già durante il dibattito parlamentare.
Il punto politico e giuridico è chiaro: se l’assetto siciliano non è allineato ai principi nazionali, rischia di essere dichiarato incostituzionale.
La domanda è concreta: un sindaco al secondo mandato può candidarsi per il terzo?
Secondo la normativa siciliana attuale, no.
Alla luce dei principi affermati dalla Corte costituzionale, una disciplina difforme potrebbe essere impugnata e dichiarata illegittima.
In caso di candidatura, si aprirebbe inevitabilmente la strada a ricorsi, contenziosi e possibili sospensioni. Una situazione di incertezza che rischia di destabilizzare il sistema elettorale locale. Come è stato osservato, prevale sempre il dettame della Corte costituzionale: una legge regionale in contrasto con la Costituzione è destinata a cadere. Ma fino a quando non interviene un adeguamento legislativo, il rischio di caos normativo resta altissimo.
Il dato politico è altrettanto evidente.
A tutti i livelli, il centrodestra – che governa in Sicilia – viene accusato di aver gestito la questione con superficialità. Prima l’affossamento della norma, poi la sentenza della Consulta che evidenzia il problema. Il risultato è un “pastrocchio” legislativo: una Regione a statuto speciale che rischia di non essere allineata al resto del Paese su un tema delicato come i diritti di elettorato passivo.
Cosa dovrebbe fare ora l’Ars?
Secondo molti osservatori, l’unica strada percorribile è intervenire immediatamente per recepire la normativa nazionale e mettere la Sicilia in linea con il resto d’Italia.
Legiferare in tempi rapidi significherebbe:
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evitare ricorsi a catena;
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garantire certezza del diritto;
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scongiurare uno scontro istituzionale con lo Stato.
In caso contrario, saranno i tribunali a decidere, con il rischio di paralizzare le amministrazioni locali proprio alla vigilia delle elezioni.
Una lezione istituzionale
La vicenda dimostra ancora una volta quanto sia delicato il rapporto tra autonomia speciale e principi costituzionali. L’autonomia non significa deroga ai diritti fondamentali né possibilità di creare sistemi paralleli in contrasto con il quadro nazionale. La Consulta ha tracciato una linea chiara. Ora spetta all’Ars decidere se colmare rapidamente il vuoto normativo o lasciare che siano i ricorsi e le sentenze a riscrivere le regole del gioco.






