SATIREGGIANDO –  Vannacci e l’orgoglio differenziato
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SATIREGGIANDO – Vannacci e l’orgoglio differenziato

quando la politica si iscrive all’albo dei rifiuti speciali

Il generale si proclama “feccia” e “figlio di nessuno”

di Vicky Amendolia

 

C’è una novità nel panorama politico italiano: dopo i partiti personali, i partiti liquidi, i partiti leggeri, i partiti pesanti, i partiti del fare, quelli del disfare e quelli del “vediamo dopo le europee”, arriva finalmente il partito dell’umido.

O, per essere più precisi, dell’indifferenziato.

Roberto Vannacci, con quella sobria misura lessicale che ormai lo rende riconoscibile come un clacson in una biblioteca, ha dichiarato che i suoi rappresentano “lo scarto” e “la feccia”, aggiungendo di esserne orgogliosi. Non pago, ha evocato la “sporca dozzina” e i “figli di nessuno”, componendo così un manifesto politico che pare scritto a metà tra un volantino da caserma, un’etichetta del sacco nero e un provino non riuscito per un film di Tarantino.

Ora, intendiamoci: nella politica italiana abbiamo visto di tutto. Abbiamo visto ex comunisti diventare liberali, ex liberali diventare sovranisti, ex sovranisti diventare europeisti a giorni alterni, ex democristiani diventare qualunque cosa purché compatibile con una poltrona. Abbiamo visto simboli riciclati, sigle riesumate, leader autoprodotti, movimenti nati in salotto e morti in un gruppo WhatsApp. Ma un movimento che, per presentarsi al Paese, sceglie deliberatamente la categoria merceologica dello scarto, mancava.

È un salto di qualità. O di cassonetto.

Perché, diciamolo: se uno in politica si definisce “feccia”, il problema non è più dell’avversario. L’avversario può anche andare al bar, ordinare un caffè e limitarsi a dire: “Ha fatto tutto lui”. È la forma più economica di propaganda contraria: non serve il manifesto, non serve il comizio, non serve il fact-checking. Basta il copia e incolla.

E infatti la risposta più appropriata, più fulminante e più definitiva è quella evangelica: “Tu l’hai detto”.

Non “lo dico io”. Non “lo insinuano i giornali”. Non “lo sostiene la sinistra radical chic mentre sorseggia prosecco biologico in terrazza”. No. Tu. Lo. Hai. Detto.

A quel punto il dibattito è chiuso per autogol lessicale.

Naturalmente, i devoti del generale diranno che si tratta di una provocazione. Ed è vero: ormai in Italia tutto è provocazione. Se uno dice una sciocchezza, è provocazione. Se offende, è provocazione. Se rovescia il tavolo, è provocazione. Se scambia il Parlamento per un deposito militare di risentimenti, è provocazione. Siamo il Paese in cui la provocazione è diventata la mutanda di emergenza del pensiero politico: copre tutto, anche quando sarebbe meglio cambiare direttamente guardaroba.

Il punto, però, è che anche le provocazioni hanno una grammatica. E questa grammatica dice molto.

Quando un leader politico si presenta come interprete degli “scarti”, potrebbe voler dire una cosa nobile: sto dalla parte degli ultimi, degli esclusi, dei dimenticati. Potrebbe richiamare il cristianesimo sociale, il socialismo umanitario, il mutualismo, la migliore tradizione democratica. Potrebbe dire: raccolgo chi è stato lasciato indietro e gli restituisco dignità.

Ma qui il tono è un altro. Qui non c’è il riscatto dello scarto. C’è l’autocompiacimento dello scarto. Non c’è il tentativo di uscire dalla marginalità. C’è la fondazione della marginalità come marchio registrato. Non c’è “rialziamoci”. C’è “restiamo così, ma facciamolo con la fanfara”.

È come se Garibaldi, invece di chiamare a raccolta i Mille, avesse annunciato: “Amici, siamo il residuo organico del Risorgimento”. Difficile immaginare Nino Bixio commosso (neppure se consapevole che fosse la verità).

La “sporca dozzina”, poi, merita un capitolo a parte. Il riferimento cinematografico è chiaro: un manipolo di irregolari, brutti, sporchi e cattivi, incaricati di compiere una missione impossibile. Solo che, nel film, almeno, la dozzina andava in guerra. Qui, al massimo, va in talk show. E tra una diretta, un comunicato, una conferenza stampa e un cambio di casacca, la rivoluzione rischia di somigliare meno a un’operazione speciale e più a una gita organizzata con rinfresco finale.

Peraltro, la politica italiana ha sempre avuto un debole per le metafore militari. Battaglie, trincee, eserciti, generali, soldati, assalti, resistenze. Peccato che poi, alla prova dei fatti, la trincea sia spesso un divanetto televisivo, l’assalto una dichiarazione all’agenzia di stampa e la resistenza una trattativa per una candidatura blindata.

Il generale, però, ha intuito una cosa: nel tempo della politica emotiva, non basta più dire “io vi rappresento”. Bisogna dire “io sono come voi, anzi peggio di voi, e me ne vanto”. È il populismo dell’auto-denigrazione eroica. Una specie di “siamo messi male, ma con orgoglio”.

Una volta la politica prometteva pane e lavoro. Poi promise sicurezza. Poi onestà. Poi competenza. Poi cambiamento. Ora promette identità da rifiuto. La prossima campagna elettorale, a questo punto, potrebbe svolgersi direttamente davanti a un’isola ecologica.

Si potrebbero immaginare slogan di grande efficacia:

“Più cassonetti per tutti”.

“Dalla discarica alla Camera”.

“Prima gli scarti”.

“Feccia sì, ma sovrana”.

Con tanto di programma in dieci punti: raccolta differenziata dei transfughi, compostaggio dei malumori, termovalorizzazione del rancore, conferimento controllato delle ambizioni personali e bonus sacco nero per i nuovi iscritti.

Scherzi a parte — ma neanche troppo — il vero nodo è che un Paese serio dovrebbe pretendere dalla politica un linguaggio che sollevi, non che trascini verso il basso. La parola pubblica non è neutra. Le parole formano, deformano, educano, avvelenano. Se un leader abitua i suoi a pensarsi come “feccia”, anche se lo fa con orgoglio, non sta creando popolo: sta organizzando risentimento.

E il risentimento, storicamente, è una benzina pessima. Fa rumore, produce fumo, incendia molto e illumina poco.

La democrazia, invece, avrebbe bisogno di cittadini che si sentano responsabili, non scarti; protagonisti, non avanzi; liberi, non figli di nessuno arruolati in una famiglia politica che li adotta solo per trasformarli in fanteria elettorale.

C’è poi un dettaglio quasi poetico: chi si proclama “figlio di nessuno” di solito lo fa da un palco, con microfoni, telecamere, applausi, apparato organizzativo, accrediti stampa e servizio d’ordine. Una solitudine molto affollata. Un abbandono con regia. Un’orfanezza illuminata a led.

È il melodramma politico contemporaneo: tutti perseguitati, tutti ribelli, tutti contro il sistema, possibilmente dentro il sistema, stipendiati dal sistema, intervistati dal sistema e in cerca di un buon posizionamento nel sistema.

A questo punto manca solo che qualcuno fondi il “Movimento Esuli del Palazzo”, con sede naturalmente a Montecitorio.

Ma forse siamo ingenerosi. Forse Vannacci ha semplicemente inaugurato una nuova stagione della comunicazione politica: la sincerità involontaria. Non più programmi ambiziosi, promesse solenni, visioni per il Paese. No. Una bella autodefinizione cruda, ruvida, maleodorante quanto basta, e via. Almeno nessuno potrà accusarlo di aver venduto illusioni.

In fondo, se un ristorante si presentasse con l’insegna “Da noi si mangia malissimo, ma con fierezza”, qualche curioso entrerebbe. Se un albergo scrivesse “Camere scomode, vista cassonetto, personale ostile”, diventerebbe virale. E se un partito si definisce “feccia”, nel Paese della comunicazione permanente può persino sembrare geniale.

Il guaio è che la politica non è TripAdvisor del rancore.

La politica dovrebbe indicare una direzione. Non trasformare il disagio in scenografia. Non fare dell’esclusione una coccarda. Non convertire ogni ferita in slogan. Non convincere gli ultimi che la loro grande conquista sia restare ultimi, però urlando più forte degli altri.

Per questo, più che indignarsi, conviene sorridere. Amaramente, ma sorridere. Perché ci sono frasi che si commentano da sole e leader che, nel tentativo di scolpire un mito, finiscono per incidere un’epigrafe.

Vannacci ha detto di rappresentare lo scarto e la feccia.

E noi, senza voler essere scortesi, potremmo solo appellarci al Vangelo, che in certi casi resta il più grande ufficio stampa della verità:

“Tu l’hai detto”.

Poi, naturalmente, ciascuno scelga dove conferire il proprio consenso.

Possibilmente rispettando il calendario della raccolta differenziata.

16 Giugno 2026

Autore:

redazione


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