di Vicky Amendolia – Vicesegretario vicario nazionale di Socialdemocrazia SD
La nascita della Federazione dei Riformatori non è l’ennesima operazione di maquillage politico, né il tentativo di aggiungere un altro simbolo al già affollato album di famiglia della politica italiana.
, o almeno vuole essere, qualcosa di assai più serio: il tentativo di restituire una casa comune a culture politiche che hanno contribuito a costruire la Repubblica e che, disperdendosi, hanno lasciato campo libero al bipolarismo degenerato in bipopulismo.
Socialdemocrazia SD è tra i quattro soggetti fondatori della Federazione. Il patto è stato sottoscritto dal nostro segretario nazionale, Umberto Costi, nella consapevolezza che nessuna delle famiglie riformatrici italiane, da sola, possiede oggi la forza sufficiente per incidere realmente sul destino del Paese.
La Federazione riunisce partiti e movimenti provenienti dalle tradizioni socialista, socialdemocratica, repubblicana, liberale, laica e cristiano-sociale. Culture diverse, ma non estranee le une alle altre. Anzi, culture che nei momenti migliori della storia repubblicana hanno saputo dialogare, confrontarsi e governare insieme.
L’adesione del segretario del Partito Repubblicano Italiano, Corrado de Rinaldis Saponaro, rappresenta un ulteriore segnale della volontà di ricostruire quel tessuto politico e culturale che, nel segno di Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Giovanni Spadolini, Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Sandro Pertini e delle altre grandi figure del riformismo italiano, seppe coniugare libertà individuale, giustizia sociale, responsabilità di governo, garantismo ed europeismo.
Non si tratta di coltivare nostalgie. La storia non è un santuario nel quale accendere ceri, ma un patrimonio dal quale trarre insegnamenti per costruire il futuro. Il socialismo riformista non può limitarsi a commemorare ciò che è stato: deve tornare a interpretare la società, comprenderne le trasformazioni e offrire risposte praticabili.
La Federazione nasce, infatti, per rappresentare quella vasta area di cittadini che non si riconosce né nella destra sovranista né in una sinistra troppo spesso prigioniera del massimalismo, dell’antagonismo e di una presunta superiorità morale che non sostituisce la capacità di governo.
Tra questi due poli esiste un’Italia operosa, ragionevole, laica, europeista e solidale che chiede sicurezza senza autoritarismo, libertà senza egoismo, sviluppo senza sfruttamento e giustizia sociale senza assistenzialismo. Un’Italia che non urla, e proprio per questo rischia di non essere ascoltata.
È a questa parte del Paese che la Federazione dei Riformatori deve rivolgersi.
La sfida assume un significato ancora più importante in Sicilia, dove si apre adesso una nuova stagione politica.
Socialdemocrazia SD metterà in campo una task force formata dal commissario regionale Claudio Ricozzi, dal sottoscritto vicesegretario vicario nazionale, da Claudio Melchiorre, coordinatore organizzativo regionale e da altri qualificati dirigenti e attivisti: il suo compito sarà quello di promuovere il confronto con partiti, associazioni, movimenti civici, personalità e forze sociali che si riconoscono in una prospettiva democratica e autenticamente riformatrice.
Come ha affermato Claudio Ricozzi, «occorre aggregare partiti, associazioni e movimenti esistenti». Aggregare, però, non significa annettere, cancellare identità o costruire una sigla destinata a durare lo spazio di una competizione elettorale.
La Federazione deve essere una casa comune nella quale ciascun soggetto possa conservare la propria storia, la propria autonomia e la propria libertà politica, condividendo tuttavia una visione generale e alcuni obiettivi fondamentali.
Claudio Melchiorre ha colto uno dei punti più delicati della questione: “nella nostra area politica esiste una forte domanda di autonomia da parte di ciascun movimento. È una domanda legittima, purché l’autonomia non diventi isolamento e l’identità non degeneri in culto del proprio piccolo recinto”.
La tradizione riformista dovrebbe essere immune dalle gelosie, dai personalismi e dalle competizioni condominiali che hanno trasformato troppe volte la diaspora socialista, laica e repubblicana in una costellazione di sigle tanto gelose della propria minuscola sovranità quanto politicamente irrilevanti.
La Federazione dovrà dimostrare che è possibile unire senza uniformare, collaborare senza sottomettere, costruire una forza comune senza chiedere a nessuno di rinnegare la propria provenienza.
La Sicilia ha bisogno di questa proposta. Ha bisogno di una politica che torni a occuparsi delle condizioni materiali delle persone e non soltanto degli equilibri di potere, delle candidature e delle alleanze dell’ultimo minuto.
Occorre parlare di lavoro, infrastrutture, sanità, scuola, formazione, sicurezza, legalità, tutela dell’ambiente e sviluppo produttivo. Occorre difendere il ceto medio, sostenere le imprese, contrastare le disuguaglianze, restituire prospettive ai giovani e interrompere quella lenta emorragia di intelligenze e competenze che impoverisce ogni anno la nostra terra.
Ma occorre, prima ancora, ricostruire la fiducia.
Una parte crescente dei cittadini non crede più che la politica possa modificare la realtà. L’astensionismo non è soltanto disinteresse: è spesso il risultato della delusione, della sfiducia e della sensazione che il voto non serva più a scegliere, ma soltanto a ratificare decisioni prese altrove.
Per questo la nuova aggregazione non potrà limitarsi a essere una sommatoria di gruppi dirigenti. Dovrà aprirsi alla società, ai territori, alle competenze e a quanti hanno abbandonato la partecipazione politica perché disgustati dal trasformismo, dall’improvvisazione e dal protagonismo senza contenuti.
La Federazione dei Riformatori dovrà proporre una cultura di governo fondata sulla competenza, sulla responsabilità e sulla serietà. Dovrà difendere la centralità del Parlamento, il valore dei contrappesi costituzionali, l’autonomia e l’imparzialità della giustizia, il garantismo, la laicità dello Stato e la piena integrazione europea.
Dovrà inoltre affermare che la sicurezza è un diritto, che l’immigrazione va governata e non utilizzata come strumento di propaganda, che la transizione ecologica non può tradursi in deindustrializzazione e che non esiste sviluppo autentico senza equità sociale.
Socialdemocrazia SD intende offrire ai siciliani un’azione politica seria e robusta, fondata su cinque parole che non sono slogan, ma impegni: libertà, dignità, sicurezza, lavoro e felicità.
Qualcuno potrà sorridere di fronte alla parola felicità. Eppure la politica, quando è degna di questo nome, nasce proprio per creare le condizioni affinché ogni persona possa vivere con dignità, realizzare le proprie aspirazioni e non essere schiacciata dal bisogno, dalla paura o dall’ingiustizia.
Il riformismo torna dunque in campo. Non per occupare uno spazio tra due schieramenti, ma per offrire un’alternativa alla loro progressiva involuzione.
Adesso occorreranno coraggio, generosità e capacità di anteporre il progetto comune alle ambizioni individuali. Perché una Federazione non si costruisce soltanto firmando un patto: si costruisce ogni giorno, rinunciando alla tentazione di essere generali di piccoli eserciti per tornare a essere protagonisti di una grande battaglia politica.
Quella per rimettere al centro la persona, il lavoro, la libertà, la giustizia sociale e la Repubblica.







